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Il racconto del concerto dei Massimo Volume a Milano

Premessa – Che cosa vi ha fatto la vita?

I Massimo Volume sono sempre stati un gruppo di nicchia e ne sono sempre stati consapevoli. Le prime parole che si sentirono dire appena terminarono le registrazioni del loro primo album furono queste: “Ragazzi io l’unica cosa che mi chiedo è: che cosa vi ha fatto la vita?”.

Una bella domanda in effetti. A cui loro hanno cercato di dare una risposta album dopo album, diventando una delle band di culto della scena rock alternativa italiana degli Anni ’90, insieme ad altri gruppi come Afterhours e Subsonica, che poi sono diventati molto più famosi di loro.

Pur non avendo raggiunto quel tipo di successo commerciale, i Massimo Volume sono comunque l’unico gruppo italiano che nel corso degli anni è passato dalle vecchie case occupate di Via del Pratello a Bologna alle migliori sale da concerto d’Italia senza (con)cedere nulla e senza perdere neanche un grammo di credibilità. A sette album e più di venticinque anni di distanza da quelle stanze (riempite) e da quelle cantine (svuotate) in cui era stato concepito il loro esordio (Stanze, 1993), i tre superstiti della band (Emidio Clementi alla voce e al basso, Egle Sommacal alla chitarra e Vittoria Burattini alla batteria) sono ancora oggi fieri rappresentanti di un’integrità artistica inscalfibile e fautori di una proposta musicale talmente particolare da risultare unica all’interno del panorama discografico italiano attuale.

La loro formula magica è una miscela di post-rock e letteratura in cui i testi non vengono cantati, ma recitati. Le “canzoni” sono, quindi, delle micro-narrazioni – di realtà quotidiane mischiate a poesie, film, citazioni letterarie, immagini, riflessioni, suggestioni, sogni – scritte e interpretate da Emidio Clementi (“Mimì) all’interno di un contesto sonoro, che non è un semplice fondale musicale su cui si adagiano le parole, ma un elemento fondante e compenetrante, in grado di dare loro maggiore forza e di rendere l’ascolto nel suo complesso una delle esperienze sensoriali più intense mai provate. Un magma sonoro al cui interno convivono varie anime che vanno dal punk dei Fugazi ai muri di chitarre di Glenn Branca passando per il jazz di Coltrane e Gil Evans fino ad arrivare al minimalismo di Steve Reich, Terry Riley e Philip Glass. Insomma una musica che non si configura certo come un ascolto facile e anzi può risultare ostica e spigolosa alle orecchie di molti. Di sicuro non a quelle dei loro fan che ieri sera hanno riempito le poltroncine dell’Auditorium di Milano situato in Largo Mahler e dimora abituale di suoni completamente diversi come quelli dell’Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi.  Per l’occasione i Massimo Volume si sono fatti accompagnare da una seconda chitarra affidata alle sapienti mani di Sara Ardizzoni, già al fianco di Cesare Basile e titolare del progetto solista Dagger Moth.

L’inizio del concerto – Il senso del tempo

Il gruppo sale sul palco alle ore 21:25 e da lì in poi il tempo scompare. Almeno nel modo in cui lo avevamo concepito fino a prima di entrare. Le cattive abitudini vengono subito appagate con una (s)carica di Litio – estratta proprio da quell’album – che scuote i nostri angeli drogati (dicevi che il litio ti aveva cambiato / i tuoi pensieri erano puliti adesso / ma sbiaditi come vecchie lenzuola stese al sole ad asciugare) e ci dice fin dal principio che il nostro tempo (qui) è limitato: Ho speso troppo tempo e il tempo s’è accorciato.

Un punto fermo quello del passare inesorabile dal tempo che accompagna i nostri fin dagli inizi, quando quel maledetto tempo scorreva lungo i bordi, quasi come un’ossessione costante che ritorna anche poco dopo ne Le nostre ore contate, dove la furia iniziale si placa e rallenta per mostrare i punti dove la vita ristagna: il suono ripiega su se stesso, il senso del tempo che si esaurisce lo si avverte quasi fisicamente, ma non ci si rassegna ancora del tutto alla fine, anche se la si comincia a vedere perché è “ancora troppo presto per organizzare il nostro sgargiante declino, ma non abbastanza da non averne un’idea” conclude Mimì.

Fin dalle prime battute nella sala aleggia un’atmosfera cupa da fine del mondo, un qualcosa di indefinito che incombe sulle nostre teste, un’apocalisse imminente che non riusciamo ancora a vedere ma c’è, la avvertiamo nell’aria. Forse i barbari che dicevano di aspettare nel 2013 alla fine sono arrivati davvero, o forse sono sempre stati qui perché ogni epoca ha i suoi:

– a volte vengono affrontati con coraggio come in Compound che descrive la notte della cattura di Bin Laden con chitarre che sembrano sirene e il rumore degli elicotteri che si confonde col suono della batteria.

– altre volte, invece, li si deve affrontare con le armi dell’ingegno come in Dymaxion Song, un inno al genio, alle invenzioni e alle utopie che cita esplicitamente John Cage – l’inventore del silenzio in musica – e soprattutto Buckminster Fuller e la sua Dymaxion philosophyvolta a migliorare le condizioni dell’uomo attraverso nuove invenzioni perché (ci piaccia o no?) “non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta”.

C’è dunque bisogno di un nemico per progredire e andare avanti? Così sembrano suggerirci i Massimo Volume, ma ci torneremo più avanti.

Parte centrale – Imparare a nuotare

Accanto alle canzoni estratte da Cattive abitudini e Aspettando i barbari, il vero cuore del concerto è dedicato al nuovo album uscito a febbraio, ispirato a un racconto di John Cheever dal titolo Il Nuotatore. Tutte e nove le canzoni in esso contenute vengono eseguite senza sconti nel corso della serata. E tutte quante riescono in modo diverso a scuotere il pubblico ancorato alle poltroncine dalla tensione musicale che fa vibrare pure le ossa dell’auditorium milanese. A cominciare da Una voce a Orlando – che giusto per metterci a nostro agio è ispirata a un video di un attentato e porta a interrogarsi sull’accettazione della morte – fino ad arrivare alla conclusione della prima parte del set con Vedremo Domani, che prende una poesia di Milo De Angelis e la trasforma in una giustificazione umana del fallimento:

Domani sapremo
Ne sono quasi sicuro
Se poi sarà troppo dura per noi
Incolperemo qualcuno

Per quanto possa sembrare tutto molto cupo e pessimista, in realtà già in quella voce iniziale c’è un atto di eroismo – quello del poliziotto che porta in salvo le persone – e uno spiraglio di luce che cita l’Anthem di Leonard Cohen, ribaltandone la prospettiva. Mentre nella canzone del dio canadese c’è una frattura in ogni cosa ed è da lì che entra la luce, nel testo di Clementi c’è una crepa nel muro, ma non è la luce che entra, sei tu che guardi fuori: quella crepa nel muro? È da lì ogni tanto che io vedo, anche se è buio.
Volendo scavare più a fondo, un’altra suggestione coheniana, forse non voluta, la si trova anche nella conclusione del pezzo quando dice e adesso scusami amore / se vado via / lo scopriresti anche tu / alla luce / dove la mano è la mia che ricorda (e di nuovo ribalta) in qualche modo la lettera d’addio inviata da Cohen alla sua amata Mariannne (quella di So Long Marianne e Bird On The Wire) poco prima di morire: Siamo molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi e credo che ti raggiungerò molto presto. So che sono così vicino a te che se tu allungassi la mano potresti toccare la mia.

Questo incontro/scontro tra buio e luce sarà uno dei temi ricorrenti di tutto il live. Ci sono infatti dei punti di contatto tra le canzoni anche se tutte le storie in esse contenute sono indipendenti tra di loro. In alcuni casi Mimì le introduce con delle brevissime descrizioni che ne delineano il contesto. C’è La ditta di acqua minerale che parla di uno zio che si è giocato a carte la sua azienda oppure la parabola sulla vanità di Mia madre & la morte del generale Josè Sanjuro: la storia è quella del generale che avrebbe dovuto prendere il potere in Spagna al posto di Francisco Franco, ma precipitò in mare insieme al suo aereo per il peso eccessivo di tutte le divise e i trofei di guerra che aveva caricato per fare il suo ingresso nella capitale in pompa magna. In questi due casi, come in molte delle canzoni del passato pre-reunion, Clementi parte dal “particolare” (un episodio familiare e un fatto di cronaca) per arrivare all’”universale” (il gioco d’azzardo e la vanità), ma in altri si stacca completamente dalla realtà – che a sua detta stava rischiando di diventare una prigione espressiva – e lascia più spazio all’immaginazione.

È il caso di pezzi come Fred – uno degli apici emozionali della serata in cui l’atmosfera musicale si fa così rarefatta da farci confondere nella nebbia del luogo e del tempo – e L’ultima notte del mondo in cui invece la tensione a un certo punto esplode in una vera e propria deflagrazione di chitarre.
Nel primo si immagina un’ipotetica passeggiata con “l’amico” Friedrich Nietzscheper le vie di Venezia, con tanto di gita in barca a Poveglia, l’isola dei morti. La realtà è brutta, meglio truccarla suggerisce a un certo punto il protagonista, legittimando in qualche modo la nostra necessità quotidiana di indossare delle maschere e rendendo così tutt’altro che casuale la scelta del luogo dell’incontro.

Nel secondo – ipotetico seguito di In un mondo dopo il mondo – si immagina qualcosa di più catastrofico. Non la fine del mondo come si potrebbe banalmente pensare, ma la fine della notte, intesa come la fine dell’oscurità (e quindi del male) e l’avvento di un nuovo mondo fatto soltanto di luce. Da qui l’ipotesi di un incontro impossibile tra diverse personalità artistiche preoccupate che la fine delle tenebre possa generare anche la fine dell’arte.
Si tratta dei cantori della notte che hanno attraversato le varie epoche apposta per evitare che questo accada, sono così tanti che lo stesso Mimì fatica a ricordarli tutti: c’è Chopin che è venuto a suonare i suoi famosi Notturni, Basinski che ha portato i suoi “loop di disintegrazione”, l’inventore del masochismo Von Masoch, il poeta del romanticismo tedesco Novalis, lo scrittore di polizieschi James Ellroy e l’attore che diede il volto a Dracula Bela Lugosi. Per loro la fine della notte significherebbe anche la fine della creatività e della bellezza perché l’arte da sempre si nutre (anche) di conflitti: un mondo completamente pacificato, simile al Paradiso dantesco in Terra, diventerebbe in realtà un Inferno di serenità, un incubo di luce (come quello che vive Al Pacino in Insomnia di C. Nolan) che non lascia spazio al fascino misterioso del nostro lato oscuro. Tutto quel mondo scomparirebbe da I Fiori del male di Baudelaire al Dark Side Of The Moon dei Pink Floyd fino ad arrivare al lato oscuro della forza di Star Wars e della cultura popolare.

Paura eh?

E proprio il contrasto tra la paura e il desiderio – tra la voglia di fare e lo spettro del fallimento – è un altro dei grandi temi che vengono affrontati nel corso della serata, soprattutto attraverso due canzoni che assumono la conformazione di figure femminili amiche/nemiche ai confini con la divinità:

– c’è (la) Nostra signora del caso che descrive alla perfezione questo sentimento contrastante tra il volersi lasciar andare alle infinite possibilità della vita e il terrore di farsi del male:

Sono stanco di pentirmi di
Di quello che ho desiderato
A volte il mondo è strano
Confonde la voglia
Con le paure del passato

– e c’è l’Amica Prudenza che giustamente parte tranquilla, ma poi si apre e diventa forse il pezzo più simile alla forma-canzone. C’è persino qualcosa di vagamente simile a un ritornello che mette in dubbio le nostre fragili (in)certezze:

E ho imparato che si può annegare
anche senza navigare

Siamo sicuri che la prudenza ci salvi dalla sofferenza? Spesso si pensa che sia meglio non fare qualcosa per non soffrire, ma a volte ci si può fare molto più male stando fermi perché a furia di restare immobili si rischia di sprofondare nelle paludi della tristezza come Artax, il cavallo bianco di Atreyu de La Storia Infinita.

L’unico modo per non affogare è essere un buon Nuotatore come il protagonista del pezzo più sperimentale di tutto il concerto. Non a livello di suoni, ma a livello concettuale perché trattasi di una vera e propria trasposizione in musica di un intero racconto, di cui, però, preferisco non svelare troppi dettagli per non rovinarvi la sorpresa finale. Vi basti sapere che in questo racconto/canzone è proprio l’atto di “svelare” che diventa di fondamentale importanza perché mostra l’inquietudine di fondo che si può nascondere sotto la realtà apparente.
L’importante allora è cercare la conoscenza, che nella citazione acquatica di Deleuze evocata dal pezzo, consiste proprio nell’entrare in contatto con l’acqua e imparare a nuotare.

La fine del concerto – La vita e la morte

Per quanto riguarda i bis i ragazzi ci riservano una tetralogia che inizia col piatto freddo de La cena, servita su chitarre così rumorose che infrangono i vetri dei ricordi di una vita stinta nell’attesa e della conseguente voglia di fuga dalla periferia del mondo chiamata casa: Dimmi la strada / dammi un secondo / indicami il modo / per girarci intorno.

A seguire sarebbe dovuta arrivare la vita, che è soltanto a una fermata da qui, ma c’è qualche intoppo mentale che blocca l’esecuzione del pezzo previsto in scaletta (Coney Island) e così si passa subito al successivo che è uno dei più attesi dal pubblico. Finalmente arriva infatti Il primo Dio, accolta da un’ovazione, che sembra possedere la stessa forza dell’uragano della canzone, che si prende e si porta via la vita del poeta Emanuel Carnevali e la giovinezza di Rimbaud insieme alla nostra, quell’immagine e sensazione perfetta, che poi ci viene restituita nella pioggia grazie alla forza delle loro parole e del loro grido:

Emanuel / Primo dio
Rimbaud / Preghiera a cose più belle di me
Rimbaud / Avvento della giovinezza
Immagine perfetta / Sensazione perfetta
È nella pioggia oggi il vostro grido

Il concerto sarebbe potuto benissimo finire qui e nessuno avrebbe avuto nulla da eccepire. Saremmo tornati a casa ancora scossi da quel tornado di emozioni che la loro musica è in grado di scatenarti dentro, bagnati fradici da una pioggia torrenziale di parole che non si asciugano mai del tutto. Ma i Massimo Volume decidono che non hanno ancora finito con noi e così chiudono il concerto della vita e della morte con altri due pezzi storici: Qualcosa sulla vita fa e Fuoco fatuo. Forse un modo per chiudere anche il cerchio del tempo sospeso in cui siamo stati immersi da quando è iniziato il concerto. Una sorta di Yin e Yang musicale in cui buio e luce, calma e caos si fondono insieme nello spazio e nel tempo, come in un Big Bang al contrario dove tutto viene compresso in un universo umanizzato a forma di persona:

– da una parte c’è una fine che diventa luce: il racconto di una casa (cantina dell’anima) svuotata di tutti i mobili e gli oggetti appartenuti a qualcuno che non c’è più, che diventa un richiamo alla vita per chi resta:

siamo risaliti sul furgone
Lei ci ha salutati con la mano
Indossava un paio di jeans attillati
e una maglia bianca
La sua nuova pelle splendente
era un richiamo alla vita

– dall’altra un fuoco (ispirato da un romanzo di Drieu la Rochelle mischiato a scorci di vita) che smette di bruciare e far luce e si spegne nella notte.

Il concerto finisce così, ma tu te lo senti ancora addosso dappertutto, sulla pelle, ma anche molto più sotto, fin dentro le ossa. I suoni e le parole ti rimbombano ancora nella testa e forse per la prima volta capisci davvero fino in fondo quel verso di Jim Carroll trasfigurato da Clementi: Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata. Perché adesso è proprio così che ti senti: pieno di squarci che fanno male, da cui però in qualche modo continua a entrare la luce.

Chiudi gli occhi. Sei ancora lì.

Lo senti questo suono?
È il lamento del tempo
O una nota rubata alla casa del sogno

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