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Il racconto del concerto dei Massive Attack a Padova

Non è per niente facile parlare del concerto di Padova dei Massive Attack. E per un semplice motivo: la tappa alla Kioene Arena è la terza e ultima del minitour italiano di celebrazione di Mezzanine, il loro disco più conosciuto e il protagonista principale della scaletta. Setlist che dall’inizio del tour europeo non subisce una minima variazione, e disquisire di dettagli sui brani suonati è una cosa ridondante: li conosciamo a menadito e parliamo (bene) di loro da almeno vent’anni. Anche delle canzoni presenti nella playlist trasmessa ad inizio concerto, che con All Saints, Britney Spears, Madonna, Robbie Williams, Aerosmith e la favolosa The Boy Is Mine di Brandy e Monica, pur essendo tutte fuori contesto, sono state perfette per farci calare nel mood del 1999.

Ciò che sono riusciti a fare i britannici in quella che poteva essere una sterile operazione nostalgia è rendere attuale un’opera che già nel 1998 guardava al futuro. E il messaggio arriva grazie ad una produzione da primi della piazza, impatto visivo che serve a trasmettere un manifesto politico perché, anche se vivremo per anni con il dubbio che Robert Del Naja sia o meno colui che si nasconde dietro Banksy, i loro concerti hanno sempre voluto lasciare dei messaggi e delle domande agli spettatori.

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Lo show dei Massive Attack ha l’unicità di racchiudere in se due distinte caratteristiche, lontane tra loro. Quella dell’evento catartico, grandioso, del rave elettronico. Un rito tribale di unione di anime, di sfogo sociale, emotivo. Ma l’atmosfera dei Massive Attack è anche intima, ipnotica. Isolante. Ti avvolge e ti porta via, lontano dalle sensazioni terrene, lontano dagli altri e vicino al tuo nucleo più profondo. Quello scuro, onirico, cinematografico. Quando il sipario si abbassa e le luci si spengono, lo spettacolo rappresentato non è nient’altro che il tuo io. 🧠 . . . ✍️: @janile81 📸: @robertopanucciphoto . . . #massiveattack #mezzanine #mezzaninexx1 #triphop #concertiitalia #concerti2019 #concertiroma #welovelive

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Rispetto al passato non ci sono citazioni dirette alla situazione attuale, salvo alcuni riferimenti a quella Goldman Sachs che fece una scommessa sul crollo economico, per fare poi in modo che avvenisse, e le riprese di Trump e Putin, secondo un giornalista alleati e protagonisti in un filmato focalizzato sulla guerra durante la cover di Pete Seeger di Where Have All the Flowers Gone?. Questa volta il discorso è sviluppato su un livello più alto che funge da filo conduttore dell’intero show. Si parla tanto di informatica e di come i dati e le immagini, che negli anni Novanta sembrava ci potessero rendere liberi da una politica che voleva controllare tutto, ci hanno in realtà ingabbiati in trappole del passato; in poche parole una rassegnazione che quel grande barlume di libertà emerso a ridosso proprio dell’uscita di Mezzanine ci ha invece, come in un eloquente messaggio trasmesso alla fine di un’altra cover (Bela Lugosi’s Dead dei Bauhaus), “offuscato la vista ed oscurato il futuro”.

Il concerto è breve (durerà poco più di novanta minuti) ma è anche un intenso viaggio in uno dei dischi che ha fatto scuola, quando la musica non facile poteva godere ampio spazio nei media mainstream, e ciò spiega l’eterogeneità del pubblico dall’età media piuttosto alta: non è facile scovare degli under 30 tra il pubblico di ieri sera. Difficile fare un elenco dei momenti iconici dello show, visto che l’intero concept merita di essere considerato come unica entità. Scontata la commozione sulle clamorose Teardrop e Angels, cantate magistralmente rispettivamente da Elizabeth Fraser e dal mitico Horace Andy, protagonista anche nella sua See A Man’s Face. Meno attese le bordate post punk di brani come 10.15 Saturday Night dei The Cure e Rockwrok degli Ultravox, tanto di rottura quanto azzeccate nel contesto e che mettono in risalto la big band di supporto composta da due batterie, due chitarre, un basso e i sintetizzatori il cui direttore d’orchestra è Robert Del Naja.

Ma il vero colpo di scena, che lascia spiazzati e che chiude una performance già di per sé clamorosa, è quello trasmesso alla fine della conclusiva Group Four, quando si dice che i morti vivono tra noi e di lasciare alle spalle i fantasmi per costruire il futuro. Un messaggio potente e ancora più forte, se inserito alla fine di uno show celebrativo dell’opera più iconica della loro intera discografia. Non è lo svelare il grande bluff di Mezzanine XXI, ma la necessità di raggiungere una consapevolezza che non si può vivere di sola celebrazione del passato. Quell’input che lo stesso Mezzanine lasciò alla fine degli anni Novanta, plasmando nella grigia Bristol quella che ancora oggi si può definire la musica del futuro.

Nicola Lucchetta

Foto di Roberto Panucci

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