Onstage
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Youthanasia dei Megadeth compie 25 anni

Probabilmente ora su MTV (se trasmette ancora) ci sarà un reality sui rider di Deliveroo o Camilla Cabelo che luma col suo fidanzato famoso. La notte di Halloween del 1994 invece c’era una mega party per celebrare l’uscita del nuovo disco dei Megadeth. Difficile immaginarlo nel 2019, ma in quel momento erano la band di musica pesante numero uno al mondo, e il loro nuovo disco (il sesto) era atteso come la seconda venuta del Messia. D’altra parte arrivavano da una parabola ascendente inarrestabile e Countdown to Extinction era stato il loro best seller, nonché uno degli highlights del 1992. Iron Maiden e Judas Priest intanto erano rimasti orfani dei propri cantanti, il nuovo che avanzava con Pantera e Nine Inch Nails non aveva tutto il pedigree storico degli anni ’80 e i Metallica dopo il botto planetario del Black Album (ormai vecchio di 3 anni) non parevano intenzionati a rientrare in studio.

Per parecchio tempo Youthanasia è stato considerato alternativamente come “l’ultimo disco bello”, “l’ultimo disco bello del periodo d’oro”, “l’inizio della fine”. Il guaio è che ora, criminalmente, sembra quasi perdersi nelle pieghe del tempo: sovrastato da quello che è uscito prima, affogato da quello che è uscito dopo, quasi bistrattato anche dalla band stessa.

I Megadeth erano riconosciuti come una delle più grandi band heavy metal degli anni ’80, coronati tra i 4 big del thrash (insieme a Metallica, Slayer e Anthrax), famigerati soprattutto per il carattere “poco conciliante” del leader Dave Mustaine ma intoccabili dal punto di vista tecnico.

Protagonisti di una carriera sfavillante, erano riusciti ad infilare una serie di dischi di successo esponenziale e per cui la critica si era spellata le mani dagli applausi (tra cui i celeberrimi Rust in Peace e Peace Sells…But Who’s Buying?). Nei Novanta avevano pure fatto il jackpot commerciale: imparata dai Metallica la lezione sulla semplificazione, Countdown to Extinction ridimensionava parecchio la struttura dei brani e perdeva in ferocia, risultando comunque freddo e chirurgico (in senso buono), carico di temi politici e appetibile per immediatezza e cantabilità. Dopo un paio di anni passati a spargere inediti in film e compilation, ci si aspettava da loro la dominazione totale, anche perché la fede nel metallo era messa a dura prova dall’onda grunge e alternative.

Le cose non sono andate proprio come previsto.

Youthanasia inizia ed è una bomba. La band abbassa le chitarre di un semitono ma non si perde in suoni impastati e fangosi come certi contemporanei: il disco suona caldo, pieno, corposo, con dei chitarroni sotto i riflettori. Reckoning Day si apre con un riff semplice ma efficace, che rulla come un treno accompagnato da una batteria “sdoppiata” tra una cavalcata di charleston con cassa secca e tamburi quasi tribali, acquista groove nella strofa in crescendo e sfocia in un ritornello da cantare a squarciagola. Gli assoli sono ridotti all’osso in quanto a durata e numero di note, ma sono tutti memorabili e spingono sul feeling e sul blues. C’è tempo pure per un bridge con le chitarre acustiche, insomma, un sacco di roba e tutto tiene.

E si migliora pure: la seguente Train of Consequences (grande video, pure) ha un riff che ti scartavetra le orecchie ed esplode di groove, il basso di David Ellefson lo segue pulsante e la melodia si infila in maniera intelligente attraverso i riff “arpeggiati” del ritornello. Infilano pure un tizio che fa suonare l’armonica come se fosse una chitarra elettrica, ma è probabile che non ve ne siate mai accorti.

Nick Menza che rulla sui suoi tom apre Addicted To Chaos, uno dei pezzi più meritevoli di riabilitazione: Mustaine dimostra maturità nel tirare fuori un testo estremamente autobiografico e introspettivo, senza essere né didascalico né piangina del cazzo. Il riff portante è quadrato e cadenzato, il ritornello melodico ma plumbeo, le chitarre sempre pronte a fare guizzi. Ogni strofa è un paletto al cuore e fa capire chiaramente che nel disco non si parlerà di alieni congelati ma –sorpresa- la staffilata più grande arriva dal quarto pezzo, probabilmente il più ricordato del disco: A Tout Le Monde, la prima ballad dei Megadeth. Staffilata per i fan più oltranzisti di un gruppo chiamato MEGAMORTE, staffilata per l’ascoltatore occasionale che si ritrova davanti quella che a tutti gli effetti è una lettera di suicidio. Mustaine giurò di no, MTV la pensava diversamente (e bloccò il video), rimaneva comunque un momento critico nella storia della musica riguardo all’argomento, e l’autore del pezzo era notoriamente dentro e fuori dall’eroina. Com’è o come non è, Mustaine è ancora vivo e vegeto e la canzone –pur non essendo nelle corde della band- funziona: il sound delle chitarre acustiche è eccezionale, i semplici power chord che tirano la strofa sono efficaci e il ritornello in francese è una scelta coraggiosa ed originale. Mustaine non è mai stato tecnicamente un gran cantante, ma ha sempre avuto carattere e una voce riconoscibilissima…e su questo disco, vista la minore ossessione per i riff contorti, riesce ad essere al massimo dell’espressività.
Il vero crimine sarà rifare dieci anni dopo il pezzo con dei suoni peggiori, appiattendolo, velocizzandolo marginalmente e invitandoci a cantare Cristina dei Lacuna Coil (non che la colpa sia sua). Insomma, siamo al quarto pezzo e il disco rulla di brutto, suona da Dio ed è pieno di sorprese. Possibile che abbiano trovato la formula perfetta?

No. Anzi è stata proprio una formula a fregarli.
Ma facciamo un passo indietro.

E’ il 1990 e la band sta lavorando a Rust in Peace, da molti considerato il loro capolavoro se non addirittura il miglior disco thrash metal di sempre. Alla console c’è Mike Clink, architetto dei suoni della madonna di Appetite for Destruction dei Guns’n’Roses. Durante una sessione si lascia scappare qualcosa come “Ah beh, se Axl chiamasse io correrei al volo”. Mustaine non apprezza e lo sfancula. Max Norman era il tecnico del suono, e in quel momento si trova promosso a co-produttore assieme a Mustaine stesso. Il sodalizio è redditizio, con il disco seguente le cose vanno pure meglio, il rispetto sale, Max Norman diventa produttore di fiducia.

E’ lui a consigliare la band a rimanere vicino a casa, in Texas, a registrare il disco. E’ lui a costruire lo studio dove registreranno. Ma è anche lui a convincere Mustaine della bontà della sua “Max Norman Formula”. In pratica, per Max Norman, tutti gli album di successo seguono una formula, cioè avere canzoni sui 110-120bpm (battiti per minuto), indicativamente intorno al battito cardiaco medio. Una scelta stilistica precisa, magari non lampante e controversa quanto i Metallica di St.Anger che rinunciano agli assoli e mettono un bidone dell’immondizia come rullante, ma una scelta che condanna l’album.

Condanna l’album a seguire un determinato binario, che lascia sicuramente scontenti parecchi fans per la mancanza di velocità estreme, che costringe la band ad appiattirsi stilisticamente, che non riesce a reggere tutto per mancanza di brani di qualità e che anzi condanna brani comunque buoni ad essere dimenticati nell’appiattimento generale.

Il lato A riesce comunque a resistere grazie a un pezzone che avrebbe meritato di essere proposto dal vivo molto di più, The Killing Road: pur rimanendo ancorato alla solita velocità media, è in lizza per essere uno dei migliori riff dei Megadeth e sicuramente su Youthanasia è quanto più si avvicina ai gusti dei metallari più oltranzisti. Certo c’è anche una Elysian Fields che fa capire come troppi pezzi non riescano a svettare, nonostante le evidenti novità sonore.

E i nodi vengono al pettine nel lato B, che non contiene singoli né pezzi che siano riusciti a resistere al passare del tempo, finendo anzi per essere tacciato come raccolta di filler, nonostante temi impegnati. Family Tree, I Thought I Knew It All e Black Curtains ne soffrono particolarmente pur non essendo spazzatura (soprattutto la prima), ma il disco dura 50 minuti e sforbiciarne un paio sarebbe stata una buona idea. La finale Victory poi è un pezzo autocelebrativo, con un testo costruito quasi esclusivamente con i titoli di parecchie canzoni dei Megadeth…ma rimane poco più che un qualcosa per il LOL.

Da recuperare invece Blood of Heroes: intro epica, attacco con riff granitico da schiaffoni e i grandi assoli esotici che solo Marty Friedman era in grado di tirar fuori (e che in questa occasione usa pure il wah –effetto da lui poco sfruttato- avvicinandolo curiosamente allo stile di Kirk Hammett dei Metallica). Pure la title track è criminalmente sottovalutata: è una delle più pesanti del disco, lenta come solo i migliori Black Sabbath, poi impazzisce alla grande recuperando groove, assolazzi e velocità (grazie al cielo)…ed è pure una grande canzone di protesta: “Who’s believe we’d spend more shippin’ drugs and guns/Than to educate our sons? Sorry but that’s what they did”.

E questo è in sostanza il disco. Una produzione di tutto rispetto, un grande sforzo da parte della casa discografica, con 3 video per 3 singoli, un home video documentario (Evolver, disponibile sono in VHS e mai ristampato), foto promozionali del grande Richard Avedon etc etc…
Certo, vendette bene (disco di platino negli USA) e fu il momento di maggior visibilità della band nel mondo, con un tour enorme e ben tre date nei palazzetti del nostro paese (in apertura ottimi giovani tra cui Korn, Fear Factory e Corrosion of Comformity). Però però però fu chiaramente un disco che –in qualche modo- riuscì sotto sotto a deludere o meglio a non soddisfare completamente un po’ tutti. Per avere più visibilità possibile cercarono di farli andare in tour con gli Aerosmith di Get a Grip ma scazzarono dopo un paio di date. Insomma il tutto ha l’odore dell’occasione mancata.

Niente a confronto con quanto succederà dopo, con l’ossessione di Mustaine per ottenere successo radiofonico a fare più danni della grandine.
A differenza dei disconi nella discografia dei Megadeth, gli anniversari sono passati in silenzio, senza particolari celebrazioni. Il disco comunque è stato inserito nel discusso progetto di remix and remaster dei dischi Capitol del 2004. Esercizio abbastanza inutile in questo caso, dato che aveva già un suono eccelso, pulito, cristallino, potente. Le differenze sono da settimana enigmistica, magari il basso nel remix suona più corposo, sicuramente è stato tolto qualche effetto ‘ear candy’ della versione originale (tipo sonagli o effetti così).

Visto tutti i dischi che hanno fatto dopo, è un peccato che non siano riusciti a riproporre questo concetto di heavy melodico basato comunque sui riff, più che sulle melodie. Incastrarsi per cercare di seguire quella formula dannata non ha pagato, ma rimane un disco con grandi pezzi da riscoprire, che suona ancora freschissimo, e che avrebbe fatto comodo (concettualmente) nella discografia dei Metallica come passaggio meno drastico tra il Black Album e Load.

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