Onstage

La carriera di Mia Martini in 30 canzoni

In attesa di vedere – in prima visione su Rai 1 martedì 12 febbraio – Io sono Mia (il film sulla vita di Mia Martini di cui vi avevamo già parlato qui), abbiamo deciso di ripercorrere la carriera musicale della cantante attraverso 30 canzoni pubblicate nel corso di tre decadi. Non sarà un pezzo breve. Pronti? Cominciamo.

PARTE 1: 1963-1974

1 – I miei baci non puoi scordare – 1963
I miei baci tu non puoi scordar / mi hanno detto che di notte ti sogni di me
Il suo primo brano in assoluto, prima ancora di diventare famosa come Mia Martini, viene pubblicato nel 1963 a nome Mimì Bertè. Si tratta in realtà di una cover di You Can Never Stop Me Loving You scritta da Ian Samwell e pubblicata in quello stesso anno sia da Kenny Lynch che da Johnny Tillotson. La versione italiana rientra perfettamente nei canoni di quella che era la moda musicale del periodo, caratterizzata dalle cosiddette “ragazze yè-yè”, ovvero cantanti molto giovani con voci squillanti che eseguivano canzoncine allegre e senza impegno. Siamo molto lontani da quelle che sono le vere passioni di Mimì, ma all’epoca aveva sedici anni e da qualche parte doveva pur cominciare.

2 – Coriandoli spenti – 1969
Le occasioni sono poche / e il ricordo di un tempo migliore / si spegne nei tuoi occhi
Purtroppo la carriera musicale di Mimì Bertè, che sembrava promettere bene, subisce quasi subito una battuta d’arresto nel senso letterale del termine. Nel 1969, infatti, Domenica Bertè viene arrestata e finisce in carcere a causa di alcune sostanze stupefacenti che le vengono trovate addosso durante una festa in Sardegna. L’esperienza la segnerà profondamente: durante quei 4 mesi passati in cella tenterà anche il suicidio e una volta uscita impiegherà più di un anno prima di riprendersi. La stampa ci andrà giù pesante, in un attimo Mimì diventa “la drogata della musica italiana” e il singolo in uscita viene bloccato. Per questa ragione oggi rappresenta una rarità per collezionisti, il cui valore si aggira intorno alle centinaia di migliaia di euro. Il brano, poi ripubblicato, rappresenta una specie di ponte musicale tra la Mimì Bertè del passato e quella che sarebbe poi diventata la grande Mia Martini.

3 – Padre davvero – 1971
Padre, davvero, che cosa mi hai dato?
Ma continuare è fiato sprecato / Ah non mi avessi mai generato!
Padre, davvero ma chi ti somiglia / Ma sei sicuro che sia tua figlia?
Nel 1971 Domenica Bertè rinasce come Mia Martini grazie al proprietario del Piper Alberigo Crocetta che decide di ingaggiarla subito dopo aver visto una sua esibizione. L’unica condizione è che si cambi il nome con qualcosa di più accattivante ed esportabile anche all’estero. “Mia” viene scelto come omaggio all’attrice Mia Farrow, mentre per il cognome bisognava trovare un nome italiano famoso e facile da pronunciare. Le opzioni che le vengono proposte sono tre: spaghetti, pizza e Martini. Fortunatamente alla fine scelsero Martini e ringraziamo il cielo di esserci risparmiati sia la mafia che il mandolino. A questo punto Mia comincia a fare sul serio e incide un singolo destinato a far discutere. Il brano, che sembra un chiaro atto d’accusa verso il padre, diventa il manifesto del conflitto generazionale di quegli anni perché riesce a tratteggiare in maniera dura la distanza tra genitori e figli: ogni volta che Mia urla “Paaadre davvero” con quella “a” prolungata sembra quasi voler esplodere un colpo di pistola con la voce. Forse proprio per evitare che ci siano troppi “feriti”, la canzone viene presto bandita dalla programmazione pubblica, ma ciò nonostante il pezzo riesce comunque a farsi strada tra la gente.

4 – Amore amore un corno – 1971
Torni proprio quando tu non puoi più stare solo / Io scema che ci casco e ti consolo.
Sull’altro lato del singolo si trova questo brano scritto da un giovane Claudio Baglioni, ancora lontano dalle luci dei grandi palcoscenici. Il pezzo riesce nella magia di coniugare gli opposti: da un lato c’è la carica della rabbia e dall’altro la struggente rassegnazione a un amore di un certo tipo, un amore malato che ha ben poco a che vedere con quello delle favole, in cui la protagonista si rende conto che è tutto sbagliato, ma non riesce lo stesso a farne a meno. È questo un tema che come vedremo tornerà spesso anche nelle altre canzoni di Mia.

5 – Piccolo uomo – 1972
Due mani fredde nelle tue / Bianche colombe dell’addio
Che giorno triste questo mio / Oggi tu ti liberi di me
La canzone parla della fine di una relazione che la protagonista non vuole accettare. Stando a quanto dice l’altra sorella famosa della famiglia – Loredana Bertè – nella sua autobiografia, il brano nasce dalla volontà di mettere in musica un invaghimento di Mimì nei confronti di un uomo che lavorava all’ingresso delle discoteche romane. Ma in realtà non sappiamo con certezza quanto ci sia di biografico nel brano, il cui testo porta la firma di Bruno Lauzi e Michelangelo La Bionda, mentre la musica è di Dario Baldan Bembo. Quello che sappiamo per certo è che, nonostante le titubanze iniziali dei suoi autori, il brano cantato da Mia si impone al Festivalbar del 1972 e lancia la cantante verso una nuova ondata di successo, abbinato anche a un nuovo look, fatto di trucco abbondante, vestiti colorati, piume e cappelli – o capelli – stravaganti. Qualche anno più tardi Tv Sorrisi e Canzoni lo descriverà dicendo che Mia “pareva essere inciampata in una cometa”, a dimostrazione del fatto che il suo posto ormai era certamente lì in alto fra le stelle del firmamento.

6 – Valsinha – 1972
E al suono della loro danza il vicinato addormentato si affacciò
E scese nella piazza scura e molta gente giura che s’illuminò
La canzone originale è del poeta e cantante brasiliano Vinicius De Moraes, che in Italia aveva già collaborato con Giuseppe Ungaretti e Sergio Endrigo per l’album La vita, amico, è l’arte dell’incontro del 1969. La traduzione qui è affidata alla penna raffinata di Sergio Bardotti, traduttore anche di Jacques Brel, Aznavour, Toquino e Leonard Cohen, giusto per fare qualche nome.
La canzone parla di quel momento particolare nella vita di coppia in cui ci si comincia ad abituare alla routine di tutti i giorni, ci si impigrisce e piano piano si avverte quella brutta sensazione della vita che ristagna in una sorta di immobilismo perenne, per cui le cose sono sempre tutte uguali e si comincia a credere che non succederà mai più niente. Poi però, all’improvviso, una sera si riaccende la scintilla e quasi per magia tornano tutte in una volta la passione, la dolcezza e la tenerezza di un tempo. E il tempo non a caso è quello di una danza, che non ha il sapore della fine come il take this waltz leonardcoheniano o il piccolo valzer viennese di Garcia Lorca da cui è tratto, ma quello di un nuovo inizio, come quello di Anna e Marco di Lucio Dalla che cercano la strada per le stelle e mentre ballano si guardano e si scambiano la pelle:
Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
Qualcuno li ha visti tornare
Tenendosi per mano

7 – Donna sola – 1972
Potresti regalarmi il mondo intero / Che me ne farei?
Io cerco solo il vento e una scogliera / Dentro gli occhi miei
Questo è uno di quei rari casi in cui basta il titolo a spiegare tutto: Donna sola, ovvero come descrivere l’essenza di Mia Martini in due parole. Altro brano firmato dalla penna ispirata di Bruno Lauzi che in questo periodo sembra proprio riuscire a leggere l’anima di Mimì come un libro aperto. Ovviamente anche questa perla da cui sgocciolano tutto il blues e il soul della sua anima finirà per diventare una hit: vincerà prima la “Gondola d’oro” alla Mostra Internazionale di Musica Leggera di Venezia e andrà poi a comporre insieme ad altri capolavori – come appunto Piccolo uomo e Valsinha (ma anche Amanti e Io straniera) – il secondo album di Mia Martini Nel mondo una cosa. Quale sia esattamente questa “cosa” non è dato sapere con certezza, forse proprio quella “scogliera” metaforica contro cui si infrange il mare dei suoi sogni (sarà che questo mondo ha rovinato tutti i sogni miei) e che non a caso ritorna anche in Io Straniera (la scogliera sì mi accoglierà / pregherò con la mia voce che si infrangerà).

8 – Minuetto – 1973
E vieni a casa mia, quando vuoi, nelle notti piu’ che mai,
dormi qui, te ne vai, sono sempre fatti tuoi.
Nel 1973 arriva poi il pezzo che da solo vale una carriera. Quello che al primo ascolto lo capisci subito – ne cogli la grandezza come quando ti si staglia davanti agli occhi un monumento imponente – e infatti prima ancora del suo strepitoso successo sarà la stessa Mia a dire che: “è più bello di Piccolo Uomo e Donna Sola messi insieme”.
Ed è indiscutibilmente vero. Ancora una volta un testo scritto da un uomo che si adatta perfettamente al suo sentire più profondo – la penna sta volta è quella di Franco Califano – ancora una volta un passo di danza, quello contenuto nel Minuetto del titolo, ancora una volta un amore malato a cui non si riesce a dire di no (Tante volte vorrei dirti no! / e poi ti vedo e tanta forza non ce l’ho / il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no!) e che si protrae senza una vera fine (e continuo sulla stessa via / sempre ubriaca di malinconia).
La canzone diventa il simbolo di questa condizione amorosa, una bomba emotiva che esplode nel letto e nel cuore di milioni di italiani, Disco d’Oro e primo posto al Festival Bar del 1973 a pari merito con Io domani di Marcella Bella, in un’epoca in cui non esisteva ancora il televoto, ma bisognava raggiungere una cassetta delle poste e spedire una cartolina. Pur essendo impossibile che il numero di cartoline ricevuto fosse esattamente lo stesso, la differenza fu così esigua da far propendere per un ex equo. Tutto questo davanti a un certo Paul McCartney che era stato aggiunto alla kermesse estiva per dare maggior risonanza all’evento e che dovette accontentarsi del secondo posto con la sua My Love.
Infine, un’ultima curiosità è che la canzone in origine doveva intitolarsi Salvami e aveva un testo completamente diverso scritto da Luigi Albertelli (la potete ascoltare sull’album Canzoni Segrete uscito nel 2003). La differenza di profondità del testo – volendo osare un po’ – è racchiusa nelle mani. In Salvami le mani erano quelle della protagonista della canzone e non facevano altro che esercitare il senso del tatto (le mie mani non si stancano mai /di sentir che, ancora mio, tu sei). In Minuetto le mani diventano strumenti musicali diretti da un maestro d’orchestra sul corpo della donna (Le mani tue, strumenti su di me / che dirigi da maestro esperto quale sei) dove riescono a scavare a fondo, come quelle dell’archeologo descritto dai versi di Franco Arminio, perché a certe profondità solo la musica e la poesia possono arrivare:
Passo le mie mani
sul tuo corpo
come un archeologo.
L’amore è leggere il sacro
seppellito nei corpi,
è quella cosa che si sgretola,
fa cadere le vernici,
rivela il fondo d’oro,
l’archivio di luce
da cui veniamo.

9 – Signora – 1973
L’intera sua vita, il grido ed il canto / e tutto il suo pianto
Gettati nel vento! Gettati nel vento!
La canzone che finirà insieme a Minuetto sul terzo album di Mia Il giorno dopo è in realtà un adattamento di Señora del cantautore spagnolo Joan Manuel Serrat e parla di una separazione tra madre e figlio. L’amore “tradito” in questo caso non è quello di un amante, ma quello di una madre che vede andare via il frutto del suo amore portato via da un’altra donna. Nell’esibizione a Senza Rete reperibile su Rai Storia Mimì fa sfoggio delle sue doti canore che sono – nel caso in cui qualcuno non se ne fosse ancora accorto – evidentemente e ampiamente fuori dal comune. In Italia forse solo Mina è stata in grado di toccare certi vertici, ma ognuno è libero di giudicare autonomamente questo scontro tra titane della voce, visto che in diverse occasioni si sono ritrovate a cantare la stessa canzone, come ad esempio nel caso della prossima: Breve Amore.

10 – Breve amore – 1974
anche se parti da me / il nostro breve incontro
non scordo più / e non scordarlo nemmeno tu.
A cantarla per prima fu proprio Mina durante la trasmissione televisiva Studio Uno nella quale si esibì in duetto con Alberto Sordi, che ne aveva scritto il testo italiano. Si tratta, infatti, di un adattamento di una canzone – You Never Told Me – scritta da Piero Piccioni per la colonna sonora del film Fumo di Londra dove veniva eseguita da Julie Rogers. La versione cantata da Mia Martini la si deve, invece, a un’altra trasmissione televisiva in cui viene accompagnata da una vera orchestra e che proprio per questo motivo si chiamava “L’orchestra racconta”. Senza entrare nella delicatissima sfera dei gusti personali, la versione di Mia sembra essere quasi più naturale rispetto a quella più recitata di Mina, come se il nero di quel fumo londinese e di quell’amore condannato fin dal principio non si rispecchiasse soltanto nel colore del suo abito di quella sera, ma anche in quello di tutte le sue sere passate, presenti e future.

PARTE 2: 1974-1982

1 – Agapimu – 1974
Gùrna mazì mù – dèn xèro nà mèino koris esèna / Agàpe mù.
Gùrna mazì mù – (tha) (trelatho) koris esèna / Agàpe mù.
Se ve lo state domandando, no non si tratta di una formula magica o di un rituale voodoo, ma semplicemente delle prime due strofe di Agapimu (“amore mio” in greco). Una canzone contenuta nel quarto album di Mia Martini E’ proprio come vivere. Si tratta della prima e unica canzone scritta in lingua greca dalla stessa Mia Martini insieme a Giorgio Conte (fratello di Paolo) e al solito Dario Baldan Bembo per la gioia di tutti quelli che hanno fatto il liceo classico, di Lenuccia e dell’Amica Geniale di Elena Ferrante.
L’azzardo si rivela comunque un esperimento perfettamente riuscito, grazie alla musica allegra – quasi da danza popolare – su cui andranno a volteggiare quelle liriche dal significato oscuro per la maggior parte delle orecchie italiane. Il tema? lo stesso di Piccolo Uomo: una separazione che non si vuole accettare; la traduzione delle due strofe, infatti, è la seguente:
Torna con me – non so rimanere senza di te, amore mio.
Torna con me – impazzirò senza di te, amore mio.

2 – Volesse il cielo – 1975
Volesse il cielo che la vita fosse una bellezza che non sa cos’è.
Volesse il cielo d’essere fratello sempre accanto a me.
Nel 1975 Mia prende parte al progetto Compagnia stabile della Canzone, uno show televisivo che vedeva coinvolti anche altri cantanti famosi – come Gino Paoli e Riccardo Cocciante – e nel quale si alternavano momenti interamente incentrati sulle esibizioni canore ad altri dedicati più al varietà (in cui, tra l’altro, Mimì dimostrava di avere anche ottime doti da enterntainer). In una di queste esibizioni televisive, Mia canta proprio Volesse il cielo, una sorta di preghiera laica scritta sempre da Vinicius De Moraes, famoso soprattutto in quanto autore del dramma Orfeo Negro (un adattamento brasiliano del mito di Orfeo ed Euridice ripreso anche dagli Arcade Fire per l’album Reflektor del 2013).
La solennità del pezzo viene trasmessa sia dal primo piano iniziale che indugia sul volto serissimo di Mia, seduta a gambe incrociate in religioso silenzio, sia dall’introduzione strumentale di Natale Massara intitolata Sensi, che di fatto anticipa la canzone vera e propria e costituisce anche la prima parte del titolo dell’album che contiene entrambi i brani (Sensi e Controsensi ).

3 – Milho Verde – 1975
A monda dei ras do meu milho / nào olheis para o caminho
que a merenda yà là ven
Nel 1975 esce anche un altro “canto brasileiro” che avvicina ancor di più la voce di Mia alle sonorità del paese sudamericano, alla sua lingua (che non viene più tradotta) e alla sua voglia di libertà. La canzone, censurata in Brasile perché rea di aver rielaborato un canto popolare contadino in cui emergeva la voglia di riscatto dalla schiavitù, fu scritta dal musicista tropicalista Gilberto Gil (futuro ministro della cultura in Brasile) e incisa dalla meravigliosa voce di Gal Costa nel 1973 in un disco (Índia) che verrà inizialmente fatto sparire dai negozi. A fargliela conoscere fu Sergio Endrigo con il quale Mimì aveva collaborato per un album di canzoni venete cantando due brani: Cecilia e O Dona Lombarda.
Forse nessuno meglio di lui ha trovato le parole più adatte per descrivere la sua versione: “Al ritorno da uno dei miei periodici viaggi in Brasile le feci conoscere una canzone che sembrava scritta per la sua voce: Milho Verde. Le piacque, la incise: un’esecuzione soave e delicata come una farfalla rosa”.
Endrigo oltre a essere un grande estimatore della cantante di Bagnara Calabra fu anche uno dei pochi colleghi a sostenerla nei momenti più bui, quando nell’ambiente musicale cominciò a girare una voce infamante che la segnò in maniera indelebile fino alla morte: già, perché a partire dalla metà degli anni 70, per quanto oggi possa sembrare assurdo, si iniziò a dire in giro che Mia Martini portasse sfortuna.

4 – Se mi sfiori – 1976
Se mi sfiori come il vento / Resto a vivere di te
Poi mi porti via per mano / dove l’acqua sa di monte
Neve sciolta sa di noi.
Nel 1976 Mia Martini abbandona la Ricordi e torna alla RCA che l’accoglie sotto un’etichetta discografica satellite dal nome particolarmente suggestivo: Come Il Vento, ripreso anche nel testo del brano Se mi sfiori, scritto per lei da un giovane Pino Mango. Qui, infatti, Mia Martini si ritroverà a lavorare con una nuova schiera di collaboratori – tra cui, oltre a Mango, anche Stefano Rosso e Amedeo Minghi – con i quali darà luce all’album Che vuoi che sia… se t’ho aspettato tanto. Tutte le canzoni saranno arricchite dagli arrangiamenti musicali di un altro pilastro della musica, Luis Bacalov, pianista, compositore e direttore d’orchestra argentino, famoso per aver lavorato tanto anche nel mondo del cinema, collaborando con Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Massimo Troisi e tantissimi altri (è suo anche il tema musicale di uno dei duelli più famosi di Kill Bill di Quentin Tarantino). Tornando alla canzone scritta da Mango, una delle novità rispetto ai pezzi di maggiore successo di Mia degli anni precedenti è che in questo brano ci sono delle parti in cui la si sente quasi sussurrare. Poi, però, piano piano la sua voce si alza proprio “come il vento” e ti si spalanca davanti in tutta la sua forza, a cui non puoi far altro che arrenderti, lasciandoti trascinare in un crescendo che travolge anima e cuore se ancora ce li hai.

5 – Per Amarti – 1977
Io vorrei domandarti / Ma che vuoi per amarti
Perché possa guardarti / Solo io – solo io
Nel 1977 la voce di Mia Martini colpisce una vera e propria istituzione della musica francese, Charles Aznavour, che decide di intraprendere insieme a lei una serie di concerti, conclusi con una performance memorabile sul prestigioso palco dell’Olympia di Parigi. Mia a quel punto avrebbe potuto proseguire su quella strada e diventare la Edith Piaf italiana, ma per fortuna aveva in mente altri progetti. Uno di questi si intitola Per Amarti che prima di diventare un album era “solo” una canzone, in un mondo musicale come quello di Mia Martini dove una canzone non è mai soltanto una canzone. Scritta da Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, anche qui ritorna l’alternanza tra le parti sussurrate – dove Mia più che cantare sembra quasi recitare con la voce strozzata – e le parti in crescendo dove la voce che si apre si fa ancora una volta vortice di emozioni incontrollabili.

6 – Un uomo per me – 1977
Che cosa è rimasto della mia vita / un’immagine sbiadita
Niente / nessuno
Su quello stesso album Mia decide di cimentarsi anche in una cover di Somebody To Love dei Queen a dimostrazione del fatto che la sua voce non temeva nessun confronto.
L’effetto è certamente spiazzante, il testo riscritto in italiano dalla stessa Mimì – più votato alla ricerca di certezze terrene – non regge il confronto con l’originale di Freddie Mercury – più legato a una dimensione spirituale – ma la voce incredibilmente sì, con tanto di acuto finale che chiude la canzone e con essa anche la sua ricerca ossessiva: trovatemi qualcuno, un uomo per me.

7 – La costruzione di un amore – 1978
La costruzione di un amore / Spezza le vene delle mani
Mescola il sangue col sudore / Se te ne rimane
In Per amarti Mia Martini comincia a collaborare con Ivano Fossati, dando vita a un sodalizio musicale che darà alla luce un intero nuovo album dal titolo Danza e che ben presto andrà oltre la musica, sfociando in una relazione amorosa turbolenta, a proposito della quale la stessa Mia ha dichiarato: “Vivevo una storia tormentata con Ivano Fossati, tentavamo di lasciarci, ma senza mai riuscirci […] Ivano voleva me, ma non accettava Mia Martini, l’artista, la donna di spettacolo”. Il testo de “La costruzione di un amore” scritto da Ivano e cantato da Mimì riflette questo tormento patito da entrambi, l’interpretazione di Mia è sofferta così come sono sofferte le parole scritte da Ivano. Ma al di là del (presunto) valore autobiografico, che di certo amplifica la resa finale, La costruzione di un amore è innanzitutto un archetipo dell’atto di amare e delle sue difficoltà, un atto che richiede molto più impegno di quanto si pensi, qualcosa che spezza le vene delle mani, che ti fa mordere le braccia, che richiede fatica e che non è detto che la ripaghi fino in fondo, perché tutto quello che costruisci non è altro che un altare di sabbia in riva al mare pronto ad essere spazzato via. Eppure lo costruisci lo stesso, quel grattacielo di cento piani, giorno dopo giorno, lo vuoi vedere salire perché ad ogni piano c’è un paradiso. Una lezione appresa e riproposta anche da altri cantautori più recenti come ad esempio Niccolò Fabi che nella sua Costruire ( ma anche in Una mano sugli occhi) “spiega” come tra la passione dell’inizio e la teatralità del crollo finale, ci sia tutto un mondo che vale la pena costruire passo dopo passo, mattoncino dopo mattoncino, anche se questi non sono sempre perfettamente allineati:
Non è più baci sotto il portone, non è più l’estasi del primo giorno, ma una mano sugli occhi prima del sonno (Una mano sugli occhi)
Ma tra la partenza e il traguardo / Nel mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno
E giorno dopo giorno è / Silenziosamente costruire
E costruire è potere e sapere / Rinunciare alla perfezione (Costruire)
Forse proprio perché Ivano sapeva che si trattava di una costruzione instabile, che avrebbero comunque portato avanti, sotto il testo originale consegnato a Mimì, le aveva scritto: “Per il condono edilizio presentare domanda”.

8 – E ancora canto – 1981
Qui, di nuovo qui / io contro il tempo
son qui / e ancora canto per chi?
A cavallo tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 Mia Martini attraversa un periodo di fortissima crisi personale dovuta in parte alla relazione con Ivano Fossati e in parte all’accusa infamante di portare sfortuna, che le crea il vuoto attorno facendola precipitare in un abisso di solitudine e sofferenza che si ripercuote anche sulla sua salute. Mentre è in sala di registrazione, infatti, Mimì rimane improvvisamente senza voce; dalle analisi scoprirà poi che le sue corde vocali si ritrovano imprigionate in una spessa membrana formata da noduli. Si tratta di una cosa rarissima per la quale Mia rischia seriamente di rimanere muta, ma per fortuna grazie alla sua caparbietà e a due delicati interventi chirurgici riesce a tornare nuovamente al canto.
E lo fa con un pezzo che già dal titolo è un chiaro messaggio di rinascita, rivincita e rabbia contro tutti quelli volevano impedirglielo (Chi mi ha tradita e poi ripresa /
chi mi ha lasciata troppe volte / chi mi ha offesa).
La rabbia si trasforma in una forte determinazione al cambiamento: Mia decide che è arrivato il momento di scrivere da sola i propri testi e ne firma addirittura otto su dieci per il nuovo album in uscita che si intitolerà semplicemente Mimì. Inoltre ci sarà anche un cambio di look, con un taglio di capelli molto corto e gli abiti svolazzanti sostituiti da giacche e pantaloni. Ma la novità più eclatante è che per via dell’operazione adesso Mia ha anche una nuova voce, più roca rispetto a prima, in cui si possono cogliere tutte le diverse sfumature del suo blues esistenziale. Lungi dall’essere un difetto, quel piccolo cambiamento di voce diventa quindi un valore aggiunto, perché le permette di dare maggiore intensità alle pieghe dolorose della vita di cui canta.

9 – Quante volte – 1982
Quante volte lo lascerei
Sai quante volte di nuovo io lo inventerei
Nell’anno in cui l’Italia vince i mondiali Mia Martini incide un altro singolo scritto di suo pugno dal titolo Quante volte, il cui naturale prolungamento sarà poi l’album Quante volte… ho contato le stelle. La canzone che in origine avrebbe dovuto intitolarsi “Danza il vento” presenta degli elementi di originalità sia nelle tematiche affrontate come quella del confine tra amicizia e amore nel rapporto tra uomo e donna (che ti è successo, amico mio? / Magari un po’ ne ho colpa anch’io / l’ambiguità mette radici / dove il pensiero va a morire) sia nella musica che si fa insolitamente tendente al funk con le linee di basso che prendono il posto dei consueti archi sanremesi e delle note di pianoforte. Lo zampino in veste di arrangiatore sta volta ce lo mette Shel Shapiro dei Rokes che in quel periodo aveva già abbandonato la carriera di artista per diventare un produttore di successo.
Uno dei pochi che all’epoca ebbe il “coraggio” di lavorare ancora con Mimì a quello che a tutti gli effetti fu l’ultimo album in studio della cantante prima di un lunghissimo stop.

10 – E non finisce mica il cielo – 1982
E non finisce mica il cielo
Anche se manchi tu
In quello stesso anno Mimì sale per la prima volta sul palco del festival di Sanremo. E lo fa a modo suo con un pezzo cucitole addosso, ancora una volta, da Ivano Fossati. La canzone la conoscono tutti, anche quelli non hanno mai visto il festival, proprio perché ha la capacità di arrivare da sola oltre i confini del cielo che non finisce. A Sanremo 82, invece, Mia Martini non arriva nemmeno oltre i confini dei 16 finalisti, pur avendo cantato con la solita straordinaria intensità uno dei migliori brani presenti in gara. Proprio per questa ragione le verrà assegnato il Premio della Critica, istituito quello stesso anno appositamente per lei e a lei stessa intitolato dopo la sua morte. La canzone sembra in qualche modo legata a doppio filo con La costruzione di un amore, non solo perché l’autore è lo stesso e Mimì ne è probabilmente ancora innamorata, ma anche e soprattutto perché il pezzo sembra quasi esserne la naturale prosecuzione. Mentre nella prima si mettevano in evidenza il dolore e la fatica dell’amore, che così come cresce si può anche facilmente distruggere, qui a emergere invece è il dubbio di che cosa succederà dopo (sarà dolore o è sempre cielo / fin dove vedo), l’incertezza di una vita senza legami sicuri (chissà se avrò paura / o il senso della voglia di te […] se cercherò qualcuno per ritornare in me ).
A rimanere impressa negli occhi degli italiani sarà anche l’immagine di Mimì con quel suo abito rosa intenso, che userà anche altre volte e che come lei stessa commenterà diversi anni dopo la faceva sembrare “un incrocio tra Il Mago Zurlì e un portacipria”, ma che allora doveva avere un forte significato, forse era proprio quel rosa che le dava un po’ più di sicurezza, come cantava in una delle sue prime canzoni contenute sull’album Oltre la collina:
Farò la mia casa in grani di riso,
pareti di orzo, cristalli di sole e
tutto sembra fondersi nel rosa

PARTE 3: 1983-1994

1 – Spaccami il cuore – 1983
Sono un’attrice / Stammi a guardare, non ti stancare
Dammi un aggancio / Una trama qualunque e ti faccio vedere.
Nel 1983 Mia Martini prova a tornare di nuovo sul palco di Sanremo, questa volta con un brano scritto per lei da Paolo Conte che ha un titolo quasi profetico: Spaccami il cuore. Sarà, infatti, proprio quello che faranno i selezionatori del festival scartando il pezzo perché non ritenuto all’altezza. Ora, riesce difficile immaginare che dalla somma di queste due eccellenze musicali italiane non fosse venuto fuori un pezzo degno della partecipazione a quel festival, ma se volete togliervi il dubbio, che è ancora una volta al centro del brano, provate ad ascoltarlo senza pregiudizi, magari accendendovi un sigaro e abbassando le luci in modo da avere un’atmosfera da Jazz Club come quella creata dalla combinazione di questi due talenti immensi. Non fidatevi di quei selezionatori e non fidatevi nemmeno di chi scrive, non fidatevi di nessuno se non di voi stessi:
Non ascoltare grandi e teatrali
Le mie parole
Segui un pensiero – dolce e feroce – con me
Stella del dubbio – stammi vicino – spaccami il cuore
La canzone verrà poi riproposta da Paolo Conte in una versione in lingua inglese dal titolo “Don’t Break My Heart” e ripresa anche da Miriam Makeba e Dizzy Gillespie nell’album Eyes on Tomorrow.

2 – Le ali della Mente – 1983
Con il vento nelle ali
Vola libero il suo pensiero
Nel 1983 Mia Martini decide di ritirarsi dalle scene perché non riesce più a sopportare le umiliazioni inflitte da un ambiente musicale a lei ostile. Lo farà ovviamente a suo modo pubblicando un album di canzoni dal vivo intitolato I miei compagni di viaggio, con cui vuole rendere un ultimo omaggio a tutti gli artisti che le hanno fatto in qualche modo da guida in questo suo viaggio nella musica. Si tratta dunque di un album di cover “ragionate” in cui figurano da un lato i principali protagonisti della canzone d’autore italiana come Fabrizio De André (Il pescatore), Francesco De Gregori (Alice) e Luigi Tenco (Un giorno dopo l’altro, Vedrai vedrai) e dall’altro le stelle polari della musica internazionale come John Lennon (Imagine), Leonard Cohen (Suzanne), Kate Bush (Wuthering Heights), Joni Mitchell (Big Yellow Taxi), Randy Newman (Guilty) e persino Jimi Hendrix (Little Wing).
In alcuni casi, come in quello del chitarrista “incendiario” di Seattle, le canzoni sono state addirittura tradotte in italiano per rendere più chiaro il messaggio, così “la piccola ala” del brano originale si sdoppia ne “Le ali della mente” e permette finalmente a Mia di volare via libera da un mondo che non la vuole e non le piace più. Casomai il messaggio non fosse ancora chiaro, a chiusura del disco viene posto come sigillo un brano di Chico Barque (tradotto sempre dall’ottimo Sergio Bardotti) che non lascia spazio a interpretazioni e che dice chiaramente: Ed ora dico sul serio non vorrei cantare più.
E così sarà. Fino a quel Sanremo 1989 che segnerà la sua (ennesima) rinascita.

3 – Almeno tu nell’universo – 1989
Un sole che splende per me soltanto
Come un diamante in mezzo al cuore
Nel 1989, dopo una lunga assenza forzata, Mia Martini torna ad essere la protagonista indiscussa della musica italiana salendo di nuovo sul palco dell’Ariston per cantare una nuova canzone che in realtà nuova non è. Il pezzo infatti era stato scritto nel lontano 1972 – sempre dalla premiata ditta Bruno Lauzi-Maurizio Fabrizio – ed era rimasto chiuso in un cassetto per quasi vent’anni, per poi venire fuori al momento giusto. Forse era proprio questa la riprova del fatto che ci si trovava davanti a qualcosa di magnifico e di quasi impossibile, perché quello che stava avvenendo era un evento che riusciva ad essere nello stesso momento dentro e fuori dal tempo. Nessun testo sarebbe mai potuto risultare più adatto di quello scritto nel 72 per descrivere la condizione della Mimì del 1989 e del suo ritorno sul palcoscenico. Parole come:
“Sai, la gente è strana
Prima si odia e poi si ama
Cambia idea improvvisamente”
oppure
“Sai, la gente è matta
Forse è troppo insoddisfatta
Segue il mondo ciecamente
Quando la moda cambia
Lei pure cambia
Continuamente, scioccamente”
sembrano scritte apposta per descrivere gli anni di ostracismo contro cui la fragilità di Mimì si era dovuta scontrare fino ad andare in frantumi.
Quando riappare sul palco, in quelle sere dell’89, i frantumi sono ancora tutti lì ben visibili, ma sembra che siano stati rincollati con l’oro come si fa nell’antica tradizione giapponese dello kintsugi con i frammenti dei vasi rotti. Gli intrecci delle linee dorate non fanno altro che far risplendere tutte le sue cicatrici, quelle dell’anima, quelle della vita e quelle della voce con cui Mia scaraventa in faccia al mondo tutta la sua bellezza. Il modo in cui canta possiede una fierezza, una classe, un’eleganza e una rabbia che lascia attonito sia il pubblico presente in sala che quello a casa, sembra quasi un’entità che non ci meritiamo arrivata qui da un altro universo, come quello in cui cerca disperatamente un punto fermo a cui aggrapparsi:
Tu, tu che sei diverso / Almeno tu nell’universo.
Quel punto fermo Mia non lo troverà mai, ma di certo nel nostro di universo lo è diventato lei, con questa canzone venuta fuori da un buco nero della vita, capace di superare i confini del tempo e dello spazio e di rimanere incastonata lì da qualche parte nell’eternità come un diamante in mezzo al cuore.

4 – La nevicata del 56 – 1990
Com’è com’è com’è / Che c’era posto pure per le favole
E un vetro che riluccica / Sembrava l’America
I concetti di tempo e di spazio ritornano anche l’anno seguente quando Mia Martini torna sul palco di Sanremo con La nevicata del 56 (Ti ricordi una volta / Si sentiva soltanto il rumore del fiume la sera / Ti ricordi lo spazio / I chilometri interi) ma questa volta non c’è alcuna voglia di superarli, anche perché quelli sono miracoli che possono accadere soltanto una volta nella vita. Questa volta, il brano scritto da Franco Califano e rivisto in alcuni passaggi dalla stessa Mimì vuole essere un omaggio nostalgico ai bei tempi andati, cristallizzati in una storica nevicata (Roma era tutta candida / Tutta pulita e lucida / Tu mi dici di sì l’hai più vista così / Che tempi quelli). In particolare i tempi dell’infanzia e delle sue meraviglie, dove tutto, non solo la neve e le favole, ha ancora il sapore della magia e persino un vetro che riluccica può sembrarti l’America, anche se non l’hai vista mai. La stessa Mimì lo descrive così:
“è un affresco sulla mia infanzia: oggi la vedo alla luce di tante discese e salite e questa proiezione sul mio passato mi fa risaltare soltanto le cose belle”.

5 – Stelle di stelle – 1990
quelli che son tutto e niente / che non vivono mai veramente
ma neanche poi / muoiono mai
In quello stesso anno la strada di Mia Martini incrocia nuovamente quella di Claudio Baglioni insieme al quale incide una canzone Stelle di stelle, che andrà poi a finire sull’album del cantautore romano intitolato Oltre. Qui “oltre” alle strade si incrociano anche le voci, ma in un modo del tutto nuovo e particolare: non si tratta infatti di un normale duetto con l’alternanza del canto maschile e femminile da una strofa all’altra, ma di qualcosa di più complesso sia dal punto di vista dell’esecuzione che da quello della struttura e della fruizione finale. La canzone inizia con la voce di Baglioni che descrive la sua voglia di appartenere al mondo degli artisti (io sperai di esser tra quelli /che camminano le vie ribelli /stelle di stelle /sudici eroi); il ritratto che ne fa non è tutto rosa e fiori, anzi mette in luce più gli aspetti negativi per cui gli artisti sono dei cialtroni, tristi, egoisti e soli, che quelli positivi come l’essere “al riparo dalla realtà, fuori dai guai, senza un’età”. Mano a mano che ci si addentra nella canzone si fa più chiara la metafora del testo che accosta le stelle del palcoscenico a quelle del cielo per via di una caratteristica comune, ovvero quella di far luce anche dopo la loro morte: così come la luce delle stelle rimane visibile e può giungere sulla terra anche a milioni di anni di distanza dalla loro effettiva estinzione, allo stesso modo la luce degli artisti rimane in vita attraverso le loro opere che restano qui dopo di loro. In questa illusione d’immortalità è racchiuso tutto il senso di questa canzone che si dipana quando entra in gioco la voce di Mia. Anziché prendere il posto di quella narrante, quella di Mia vi si sovrappone come se fosse uno strumento di un’orchestra, dando vita a un controcanto di “versi diversi” in cui ci si pone una serie di interrogativi che vanno in quella stessa direzione: può il cielo finire? Può un fiore reciso profumare ancora?
Ma la cosa più incredibile che rende questa canzone un vero e proprio capolavoro di incastri è che nella parte finale i versi cantati in parallelo da Baglioni e da Mia si riuniscono in alcuni passaggi lirici cantati all’unisono, che però continuano a mantenere il proprio segmento di senso anche nel singolo verso, acquisendo nell’unione del canto un’intensità tale che almeno per un momento ti fa credere davvero nell’immortalità:

spinse tutto il fiato in gola
e una lunga ruvida parola
e il mondo lì
senza di noi
Può mai una storia
sfuggire se tu non vuoi
morire
senza di noi

Anche le stelle bruciate lassù…
Dal palco scesero
a popolare i sogni della gente
si spense il viso
il suo sorriso
e la voce.

Anche le stelle bruciate lassù…
Viaggiano per l’eternità
a illuderci negli occhi che
per sempre c’è
una luce
Su chi non sa più cantare

6 – Vola (Jazz) – 1991
Nell’universo della sua pazzia,
Una nuova teoria – per lei la gente vola
Nel 1991 l’incontro con il sassofonista Maurizio Giammarco segna una nuova tappa nel percorso musicale di Mia Martini che grazie a lui decide di intraprendere un viaggio nella musica Jazz. Questo viaggio si concretizza in una serie di concerti in cui Mimì re-intrepreta – in chiave jazz appunto – diversi brani del miglior cantautorato italiano (tra cui Estate di Bruno Martino, Pensieri e parole di Lucio Battisti e Gente distratta di Pino Daniele) insieme ad alcuni standard come Love For Sale di Cole Porter. Da questa serie di concerti verrà estratto poi anche un album dal vivo intitolato Mia Martini in Concerto (ostacolato dalla casa discografica, ma fortemente voluto da Mimì) tra i cui brani troverà spazio anche questa nuova versione di Vola di Ivano Fossati già contenuta nell’album Danza. Il nuovo vestito musicale sembra calzarle a pennello perché conferisce maggiore eleganza alla canzone e permette finalmente alle sue note di volare insieme alle sue parole librandosi nell’aria in maniera più sregolata, perdendosi nella ricerca di quell’amore sempre così difficile da trovare e da mantenere a terra perché vuole volare pure lui:
L’amore vola e vola ed io mi sento, mi sento giù […] L’amore vola e vola ed io mi sento già più su.

7 – Cu’mmè – 1992
Ah, cu’mme se fà, a dà turmiento a ll’anema ca vo’ vula’?
Si tu nun scinne ‘nfunno, nun ‘o può sapé
Nel 1992 Mia Martini incontra la canzone napoletana. In realtà il primo punto di contatto lo aveva già avuto nell’89 mentre lavorava all’album Martini Mia sul quale era presente anche un pezzo (Donna) scritto dal cantautore partenopeo Enzo Gragnaniello (vincitore della targa Tenco nel 1986 e poi ancora nel 1990 e nel 1999). Sarà proprio lui a scrivere il brano che Mimì canterà in coppia con un altro monumento della canzone napoletana Roberto Murolo durante Canta Napoli International, una trasmissione ideata da Renzo Arbore per rilanciare la tradizione della musica napoletana di qualità. Come aveva già dimostrato in passato, Mia sembra avere la capacità di saper cantare in tutte le lingue del mondo e infatti anche in questa occasione canta in dialetto napoletano con una naturalezza e un trasporto che non ci si crede, come se fosse nata e cresciuta a Napoli. Come ricorda lo stesso Arbore: “Ancora oggi, Napoli è colma di estimatori della versione fatta in coppia da Mimì e Murolo. Una versione affascinante, misteriosamente piena di pathos”.
Del resto una caratteristica della canzone napoletana è che bisogna viverla fino in fondo e chi meglio di Mimì, che nel corso della sua vita aveva toccato il fondo di diverse prigioni – da quella del carcere in Sardegna a quella delle sue corde vocali imprigionate in una membrana fino a quella della sua anima musicale messa in una cella d’isolamento dal mondo della discografia – avrebbe potuto sentire come suoi dei versi che tradotti dicevano:
“Ah, come si fa, a dar tormento all’anima che vuol volar?
Se tu non tocchi il fondo, non lo puoi saper!”

8 – Gli uomini non cambiano – 1992
E ti perdi dentro un cinema / a sognare di andar via
Con il primo che ti capita e ti dice una bugia
Ma il 1992 è segnato anche da un altro avvenimento importante nella carriera di Mimì. Finalmente, dopo aver vinto sempre e soltanto il Premio della Critica (nell’82, nel 89 e nel 90) riesce ad arrivare sul podio del festival di Sanremo. Non sul gradino più alto (sul quale per la cronaca salirà Luca Barbasossa), ma almeno su quello del secondo posto, che rappresenta in ogni caso un grande riconoscimento nonché il suo miglior piazzamento alla kermesse sanremese. Ci arriverà con una canzone, scritta da Giancarlo Bigazzi, che lei stessa definirà meno raffinata e pretenziosa di quelle portate negli anni precedenti, con un testo più semplice e popolare, che ciò nonostante canterà con la sua consueta capacità di vivere fino in fondo ogni singola parola. Una canzone che rappresenta la summa delle sue esperienze negative con gli uomini, dal difficile rapporto col padre (Ho provato a conquistarlo / E non ci sono mai riuscita / E ho lottato per cambiarlo / Ci vorrebbe un’altra vita) agli amori sofferti che nel corso degli anni le hanno fatto perdere la fiducia (gli uomini non cambiano / prima parlano d’amore / e poi ti lasciano da sola) in loro, ma non nell’amore tout court, che infatti ritorna nel finale come ultima ancora di salvezza per “noi” e per “loro”:
Amore, gli uomini che cambiano
Sono quasi un ideale che non c’è
Sono quelli innamorati come te

9 – Stiamo come stiamo – 1993
Ma i fari passano tagliando la notte sopra il mare
C’è una piramide di cielo ancora da scalare
Mia Martini salirà un’ultima volta sul palco di Sanremo nel 1993, ma questa volta non lo farà da sola. Ad accompagnarla ci sarà la sorella Loredana Bertè, così tanto diversa e così tanto uguale. Diversa nel modo di affrontare il pubblico e la vita, uguale nel modo di vivere fino in fondo la musica e le parole delle canzoni. A scrivere quelle di Stiamo come stiamo è la stessa Loredana (insieme a Maurizio Piccoli, autore di diversi capolavori per entrambe), il problema è che non se le ricorda e durante una delle esibizioni ne cambia qualcuna. La cosa porterà un po’ di attrito tra le due sorelle e purtroppo anche a un immeritato penultimo posto. Un vero peccato perché la canzone c’è e si “sente” molto da entrambe le parti. Il testo, che si alterna tra le due voci, parla, come dice il buon Pippo Baudo prima di farle esibire, del malessere e della perdita dei valori umani (“stiamo come stiamo, usati di seconda mano / Nel cuore un buio totale” canta Mimì, “Presi in contropiede da una nuvola di semioscurità […] Stiamo rotolando come tanti cuori in gola / In cerca ancora di noi” le risponde Loredana), ma anche della speranza di uscirne con il coraggio di credere ancora, per questo c’è “una piramide di cielo ancora da scalare” con la luce dei fari sopra il mare; la felicità non è scomparsa, si è nascosta (La felicità da quale parte si è nascosta?) e bisogna, quindi, continuare a cercarla restando appesi con lo sguardo, come fanno le due sorelle nel finale, quando si avvicinano incrociando i microfoni e le voci per cantare e soprattutto continuare a credere “che forse i tempi sono meno duri”.

10 – Dillo Alla Luna – 1994
Nel 1994 la canzone che Mimì vuole portare a Sanremo (E la vita racconta) viene nuovamente scartata. Ma lei non si arrenderà neanche sta volta e si dedicherà anima e corpo a un nuovo progetto dal titolo La musica che MI gira intorno, con quel “MI” che segna la distanza dal famoso brano di Fossati, incluso anch’esso in questo che purtroppo sarà l’ultimo album di Mimì prima della sua prematura scomparsa. In tutto ci sono dodici cover di cantautori italiani a cui Mia si sentiva umanamente molto legata; le canzoni, spiegherà poi, sono state tutte scelte con il criterio della fragilità umana e delle diverse debolezze degli artisti. Tra i vari De Andrè ( Fiume sand creek), Dalla (Stella di mare), Bennato (Tutto sbagliato baby) e De Gregori (Mimì sarà) abbiamo scelto di chiudere con Vasco Rossi e la sua Dillo alla luna per due semplici ragioni. La prima è che tra i vari progetti incompiuti che Mimì aveva in mente c’era anche quello di realizzare un album composto interamente da canzoni dedicate alla Luna. E ci piace pensare che in questo momento sia da qualche parte a cantarle.
La seconda è che nel corso della sua vita Mia Martini era stata perseguitata, in tutti i diversi modi possibili, dalla sfortuna e quindi, per una volta, sentirgliela cantare con tutte le sue forze quella “maledetta sfortuna” diventa quasi un atto liberatorio, come una sorta di rivincita impossibile contro la morte. Perché purtroppo il 14 maggio del 1995 il corpo senza vita di Mimì verrà ritrovato in una casa di Cardano del Campo due giorni dopo la sua morte effettiva, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite. Aveva in testa le sue cuffie perché si stava preparando per un’esibizione e la mano protratta verso il telefono. Non sappiamo cosa sia successo, forse stava cercando di chiedere aiuto, forse ha cantato un’ultima volta anche prima di morire. Molto probabilmente non ha fatto altro che queste due cose insieme per tutta la sua vita.

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Bibliografia
Pippo Augliera, “Mia Martini, la regina senza trono”, Guida, 2005
Carlo Mandelli, “Mia Martini: come un diamante in mezzo al cuore” Arcana, 2009
Loredana Bertè, “Traslocando. È andata così”, BUR, 2017

Andrea Pazienza

Foto di Bepi Caroli

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