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Sono passati 10 anni dalla scomparsa di Michael Jackson

La morte di Michael Jackson, nella sua tragicità, ci ha dato un esempio perfetto di genesi compiuta da uomo a mito. Un percorso mai così esposto, documentato, di abbandono delle spoglie terrene verso l’immaterialità eterna dell’arte. Quasi che la morte prematura sia stata l’epilogo perfetto di una metamorfosi kafkiana.

Uno dei personaggi più discussi della storia dell’uomo che a dieci anni dalla scomparsa deve essere ricordato per forza di cose in due modalità e contesti diversi. L’artista e l’uomo. Il musicista e l’icona pop da una parte, lo strano e oscuro essere umano dall’altra. Parlare di Jacko vuol dire parlare di pop nella sua accezione più totale, spettacolare, ispirata. Voglio iniziare proprio dall’infinito lascito che ha donato alla cultura mondiale, incorniciando i momenti migliori e più influenti nella nostra vita. Immagini artistiche così profondamente radicate nel nostro pensiero comune che rendono impossibile calcolarne l’effettiva valenza e impatto. Come un terremoto che nasce talmente in profondità che le sue onde si propagano su tutta la superficie terrestre.

L’ARTISTA
I The Jackson 5 e il Michael bambino, sorridente. Già al vertice delle classifiche con molte hit accuratamente studiate per fondere cultura funky e musica bianca, in un dualismo di culture che segnerà tutta la vita artistica di Jacko. Alcune canzoni sono conosciute ancora adesso, prova che Michael ha cominciato a determinare i gusti del popolo mainstream già ad un’età incredibilmente acerba. Aveva sei anni quando si unì al gruppo con i suoi fratelli Jackie, Tito, Jermaine e Marlon e da subito si è capito chi tra questi avesse la vera stoffa del fuoriclasse.

Gli anni ’80 sono Michel Jackson, e viceversa. Grazie sopratutto all’album più venduto di sempre, Thriller del 1982, alle canzoni che contiene e che ci regala anche grazie ai suoi video, alle miriadi di immagini indelebili nella nostra memoria. La gioventù urbana di Beat It, con un Michael ancora visibilmente ancorato alla cultura black (negli anni ’90 una misteriosa malattia lo trasformerà in un bianco, ma di questo parleremo nel difficile capitolo dell’uomo dietro l’artista) con i suoi boccoli neri e il suo giubbotto rosso di pelle lucida. Billie Jean, una canzone vivacemente ritmata che nasconde un testo di una profondità inaspettata (di cui si rende conto un certo Chris Cornell, trasformandola in una ballad rock di rara intensità), e sopratutto con il mini film horror che diventa subito un cult diretto da John Landis, padrino del cinema dell’orrore mainstream ma anche di commedie musicali indimenticabili come The Blues Brothers.

Jackson prima lupo mannaro (per citare l’horror più famoso dello stesso Landis Un Lupo Mannaro Americano a Londra) e poi zombie, definisce il concetto di spettacolo di ballo cominciando a dettare must imprescindibili nel futuro della dance mondiale. Ancora con l’iconica tutina di pelle rossa, introduce la figura della compagnia di danza come coronamento di indimenticabili coreografie. Far parte del corpo di ballo di Jacko diventa ambizione massima di qualsiasi ballerino di danza moderna del globo, un’aspirazione che li rende magnifici, capaci di prestazioni ai limiti delle possibilità fisiche umane, cosa che ha contribuito a creare spettacoli mozzafiato.

Il legame indissolubile tra il musicista e il cinema, con lui tra pop e arte visiva inizia una storia fatta di momenti di arte pura. Gli anni ’80 di Jacko sono anche Bad (regista Martin Scorsese) e Smooth Criminal dove un’icona del passato, Fred Astaire, viene preso a ispirazione per creare un nuovo tipo di modello. Abito bianco e il lancio della moneta, che attraversa tutto il locale di ambientazione gangster per infilarsi nel juke box. Inizia la musica ed ecco il moonwalk, la famosa camminata all’indietro che sfida le regole della gravità, il cantante che si piega verso il pavimento rimanendo chissà come in piedi (movimento denominato 45 degree lean), come una banderuola abbattuta dal vento, ma che non cade mai. Si rialza, e crea magia. Piroetta, salta, urla.

Gli anni ’90 sono quelli dei tour mastodontici negli stadi, del Dangerous World Tour del ’92/93. Più di 4 milioni di persone videro i concerti di quella tournée. La Pepsi investe milioni di dollari come sponsor per la serie di concerti in tutto il globo (in appoggio a un fondo umanitario appositamente costituito, l’Heal The World Foundation). La scenografia era talmente complessa che servivano tre giorni per montare i palchi, e tre per smontarli. E’ qui che Michael diventa a tutti gli effetti il miglior intrattenitore di tutti i tempi, alzando irreparabilmente l’asticella per tutti gli artisti pop a venire. I suoi spettacoli erano coreografie corali e grandiose di ballo, ma anche esplosioni, spettacoli pirotecnici e di illusionismo, intermezzi teatrali ed effetti speciali cinematografici. In tutto questo però la centralità rimaneva la danza, di cui tutto il resto viveva ed esisteva in sua funzione, così come il canto, la musica. Il centro era il ballo ipnotico e inimitabile di Jacko. Un tour massacrante, che si trascinò fino ad una prematura fine tra problemi disparati di salute e le prime accuse di molestie ai danni di minori, che offuscheranno i rimanenti anni di carriera del cantante.

Nel corso della conseguente tempesta mediatica, prese vita la canzone che più di ogni altra rappresenta per me la sua ultima parte di carriera. Durante una data a Mosca, recluso nella sua stanza d’albergo, scrive Stranger in Moscow, una lancinante ballata che parla di alienazione e solitudine.

L’UOMO
Le due linee che caratterizzano l’uomo e l’artista Michael Jackson si incontrano spesso, molto più spesso di come dovrebbe essere per un personaggio così enorme. Si incontrano tanto che spesso i confini diventano poco nitidi, come una specie di sogno in una fase di dormiveglia. I dolori iniziano proprio quando queste linee si allontanano. E’ lì che le ombre si allungano, l’atmosfera si fa pesante, tossica.

Il mito di Michael è alimentato anche da questo, è inutile negarlo. L’immagine dei lunghi anni che hanno seguito l’apice del successo ci hanno lasciato il ricordo di un artista consumato, lacerato. Un uomo ha nascosto sotto l’insinuazione di una malattia cutanea il suo desiderio di assecondare la maggioranza culturale del paese dove viveva, quella bianca. Progressivamente ha perso tutte le fattezze afroamericane, non solo la gradazione della pelle. Gli interventi chirurgici lo hanno trasformato in un grottesco teschio che alimentava ancora di più le dicerie sul suo carattere lunatico e sopra le righe. Le vicissitudini personali assumono sempre più spesso la connotazione horror, ma non di quelli genuini e divertenti che si divertiva a canzonare negli anni di Thriller, bensì quelli sporchi e realistici che il mondo ci propina quotidianamente.

L’immagine che più mi perseguita di questo lato di Jackson è di quando a Berlino nel 2002 si affaccia dal balcone della sua stanza al quarto piano di un hotel brandendo la sua terzogenita di appena nove mesi facendola penzolare nel vuoto, in un tributo ai fan che urlavano sotto in strada. Il volto che Michael mostra in quell’occasione è demoniaco, di quella fanciullezza malvagia che da sempre sporca il mio ricordo di lui. Il Michael che si diverte a stuzzicare i suoi fan mettendo in pericolo la vita di sua figlia neonata. Insieme alle tante voci di paternità misteriose e non provate, mogli usate come incubatrici umane della sua progenie, di sessualità deviata e abusi.

Sugli ultimi anni di vita ci sono due testimonianze importanti, diametralmente opposte. Se volete avere una visione positiva, guardate il documentario This Is It, che racconta le prove del tour che avrebbe dovuto sancire il ritorno sulle scene di Jackson. Qui, se pur immortalato in alcuni dei suoi atteggiamenti maniacali e strambi, appare ancora in perfetta forma per essere un cinquantenne. Traspare la sua immensa venerazione per la melodia, il ritmo e il ballo.

E’ altresì chiara la sua fragilità sottostante, che lo porterà alla morte per infarto causata da abuso di farmaci.

L’altro lato, controverso, è rintracciabile nell’ultimo documentario Leaving Neverland, dove alcune delle vittime cresciute di allora raccontano i fatti che lo accusano di abusi su minori. Proprio Neverland, la sua tenuta fanciullesca, è simbolo del suo contrasto caratteriale così bambino e orco allo stesso tempo. Leaving Neverland è un racconto di parte, ma necessario. Tutto è necessario per costruirsi un’idea personale di Michael Jackson, un’idea che non può essere unica. Ognuno deve avere la sua, come di ogni opera d’arte creata dall’uomo. Perché la morte dell’artista avvenuta il 25 giugno del 2009 è stato l’atto finale di un processo di mitizzazione eterno, che niente e nessuno potrà mai ridimensionare proprio perché divenuto simulacro immortale.

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