Onstage
foto-concerto-linea-77-milano-6-novembre-2019

I migliori album rock (a 360°) del 2019

Sono anni che leggiamo necrologi dedicati al rock. A detta di tutti uno dei generi più amati e significativi nella storia della musica avrebbe i giorni contati. E questi inni funebri arrivano da ogni tipo di voce, dagli esperti ai profani. Artisti che hanno fondato la loro carriera sulla chitarra da anni stanno correndo ai ripari per garantirsi una qualche continuità e sopravvivenza, scendendo a compromessi e strizzando l’occhio ai nuovi artisti che stanno nascendo sulle ali dell’elettronica, dei ritmi preconfezionati, delle melodie campionate. Trap, rap, pop, sono i generi che fanno soldi e su cui le case discografiche investono.

Il rock pare cibarsi di ricordi e di show celebrativi di un’attitudine che non ha più l’atmosfera per sopravvivere. Come un pianeta alieno che rinuncia totalmente all’ossigeno, i nuovi gruppi soffocano appena nati, mentre le vecchie glorie chiuse nelle loro asettiche teche da museo macinano ancora ricchezza con le date live e con gli ascolti streaming dei loro immortali cavalli di battaglia. Streaming che nobilita l’ascolto unico ed estemporaneo, demolendo l’istituzione dell’album come contenitore di qualcosa, che sia una storia, un concept, una linea stilistica compiuta. L’ascolto, l’esperienza rock è un atto unico, singolo, fine a sè stesso e quasi totalmente dedicato alla memorabilia di opere già compiute e con una curva di vita conclusa con tutti i suoi cicli, resuscitati e innaturalmente inseriti in una non vita da morti viventi. In questo mondo il Black Album dei Metallica ha tagliato il traguardo della 550sima settimana consecutiva di presenza nella classifica di vendita americana.

Eppure. Se diamo una scorta dietro la spalla al 2019 vediamo un anno di uscite musicali rock di tutto rispetto, uno scenario che sconfessa tutte le sirene funebri che condannano il rock sia come genere di intrattenimento che come produttore di ricchezza. Ce n’è per tutti i gusti.

Per cominciare questo è stato l’anno di uno dei momenti più attesi e sofferti della storia recente del rock, quello del grande ritorno discografico dei Tool con Fear Inoculum. Questa pubblicazione ha creato un vero e proprio terremoto nel mondo musicale, uno dei lavori più desiderati e discussi. Non poteva mettere d’accordo tutti, quello si sapeva, ma per giorni e giorni tutte le piattaforme social sono esplose di dibattiti e commenti accesi, recensioni e opinioni più e meno pacate, più o meno accreditate. Chi gridava al capolavoro, chi all’increscioso buco nell’acqua insensibile all’attesa ultra decennale dei poveri fan. Un marasma di voci che ha generato introiti, perché gli ascolti sulle piattaforme streaming hanno portato la musica nuova ai vertici ma non solo, anche quella di tutto il catalogo della band. Il movimento tellurico ha smosso tutto l’ambiente spronando gli artisti mondiali a dare di più, a rimettersi in moto, a tornare in studio con un punto di arrivo di nuovo definito a cui puntare.

Così i grandi fuoriclasse della musica sono tornati ad avere qualcosa da dire. La mitologia vivente Bruce Springsteen con Western Stars, l’inossidabile Bryan Adams con Shine a Light, i redivivi The Who col dodicesimo studio album, Nick Cave che comunica per mezzo poesia musicata sentimenti altrimenti oscuri e spaventosi come morte e redenzione, con il bellissimo e orchestrale Ghosteen. I Pixies dettano legge alla miriade di gruppi indie che vivono oggi sotto la loro ombra paternale, mentre Thom Yorke ha ancora una volta stupito tutti con il suo ambiguo manifesto della comunicazione criptica ed evocativa Anima, con tanto di cortometraggio allegato diretto dal cineasta Paul Thomas Anderson.

Un nutrito gruppo di band che in questi anni si sono ritagliati lo status di nuovi classici del genere, si sono premurati di esserci e di presentarsi con qualità e verve in molti casi rinnovata, come per i Black Keys e il loro Let’s Rock, i colti The National con I Am Easy To Find, i Wilco con Ode To Joy, il rock irriverente dei redivivi The Raconteurs di Jack White con Help Us Stranger.

Josh Homme dei Queens Of The Stone Age ha prodotto con l’esigenza di distrarsi dagli impegni della band il ritorno delle sue Desert Sessions nei volumi 11 e 12, con il consueto strambo parterre di ospiti. Noel Gallagher continua imperterrito a mettere distanza tra lui ed il passato (e soprattutto con il fratello Liam, brillante e assai a fuoco su Why Me? Why Not.), con l’EP Black Star Dancing. Mark Lanegan non si culla sugli allori di ex stella del grunge sperimentando nuovi suoni con Somebody’s Knocking e The Darkness, ultimi portatori dello spirito del rock vecchio stampo, dichiarano la loro presenza con l’ironico e provocatorio Easter is Cancelled. Anche i Foals rincarano il palinsesto dell’alternative con le due parti di Everything Not Saved Will Be Lost.

Il 2019 ha visto il ritorno di molti gruppi dell’era del nu metal, complice il fatto che molti degli album imprescindibili del genere hanno compiuto vent’anni. Spesso queste ricorrenze si portano dietro operazioni commerciali, riedizioni e ristampe e tour a supporto, dando benzina ad una macchina spesso arenata o chiusa in garage da tempo. Così quest’anno abbiamo assistito alla rinascita in termini di qualità dei Korn, che con The Nothing hanno prodotto un buon ritorno alle sonorità tanto amate dai vecchi fan coadiuvato da eccellenti idee e una rinnovata verve compositiva. Quello degli Slipknot è sicuramente uno degli album dell’anno: We Are Not Your Kind ha chiuso la bocca a molti di quelli che li giudicavano prematuramente bolliti. I Rammstein hanno per l’ennesima volta dimostrato la loro dimensione globale con il loro self titled album, un vero e proprio evento per la clamorosa capacità comunicativa della band nel vendere il proprio brand con videoclip e trovate pubblicitarie.

I nostrani Lacuna Coil e Linea 77 sono presenti con Black Anima e l’EP Sirena. Le vecchie glorie Dream Theater non mollano e pubblicano Distance Over Time, mentre sul punk rock i Blink-182 timbrano con Nine. I Bring Me The Horizon sono con gli Alter Bridge tra le realtà più vive e consolidate dell’alternative e del metal contemporaneo: amo dei BMTH non ha bissato il successo dell’ottimo That’s The Spirit, ma ha contribuito a cementare la fanbase e aumentare la portata di Oli Sykes e compagni presso un pubblico sempre più generalista. Gli AB invece con Walk The Sky hanno ben impattato nelle charts nella prima settimana di pubblicazione, imbarcandosi in un lungo tour che li terrà impegnati fino alla prossima estate, confermando la loro caratura da rock band moderna decisamente rilevante.

Il 2019 è stato un anno sorprendentemente vivo dal punto di vista delle uscite discografiche, in controtendenza con l’andamento culturale ed economico della musica. Ascolti monoporzione e morte risaputa del supporto del compact disc potevano decretare la fine dell’istituzione album nella sua accezione classica, quella della decina di pezzi che dicevano tutti qualcosa sul gruppo, sulla vita, sul mondo che ci circonda o su altri lontani. Invece pare proprio che anche se i lettori cd sono scomparsi dalle nostre autoradio, dai nostri pc, dai nostri stereo, sostituiti da piattaforme online immateriali che spingono ad ascoltare tutto e niente, gli artisti trovino ancora imprescindibile la forma classica dell’album per raccontarsi.

E l’ascoltatore trova ancora essenziale un percorso preciso e finito per capire e per godere di quello che vuole ottenere dalle sue band preferite. Traccia uno, traccia due, traccia tre… Ascoltare canzoni nuove invoglia ad andare a vedere i gruppi sui palchi di questa stagione live che promette di intasare le nostre agende e prosciugare i nostri risparmi, come sempre con nostra immensa e sofferta gioia.

Daniele Corradi

Foto di Elena Di Vincenzo

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI