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La messa atea di Florence si celebra a Milano Rocks

L’ultimo week-end d’agosto a Milano si apre con la due giorni del Milano Rocks al MIND Milan InnovationDistrict, ovvero l’ex area Expo di Rho Fiera, a cui è stata data nuova linfa vitale proprio grazie all’organizzazione di festival e concerti di grosse dimensioni.

A inaugurare la prima giornata di venerdì quando il sole è ancora alto e caldo c’è l’electro-pop in bianco e nero dei PVRIS  che ci intrattengono per un’ora con tutto quello che conoscono del paradiso e tutto quello di cui abbiamo bisogno dell’inferno (All We Know Of Heaven, All We Need Of Hell) riuscendo nella non facile impresa di trovare l’accompagnamento musicale giusto per aspettare il tramonto di questo paradiso/inferno nei nostri cuori.

A seguire arriva l’indie-pop rock di nuova generazione dei The 1975 – auto nominatisi “la miglior band emo del 2009 e la peggior band pop del 2015” – un “sound” contrassegnato da così tante influenze ben (s)bilanciate tra loro da non lasciarne prevalere nessuna, un caleidoscopio di suoni diversi – che vanno dalle atmosfere 80’s degli INXS all’indie rock contaminato dei Bloc Party – con cui riescono nell’intento di smuovere i culi del pubblico – e forse persino le loro menti (vedi alla voce Love It If We Made It qui spiegata verso per verso direttamente dal cantante MattyHealy) – soprattutto con l’ultima parte del set che va dritto per dritto senza la pantomima dell’encore, mettendo in fila nuovi e vecchi cavalli di battaglia come I Always Wanna Die (Sometimes), che a dispetto del titolo è un inno alla vita, Sex che ti fa venire voglia di correre a perdifiato per andare a casa a fare l’amore e The Sound che si conferma la chiusura perfetta della festa perfetta.

Ma la star della serata è un’altra. Il pubblico presente oggi è quasi tutto qui per Florence & The Machine che appena sale sul palco – vestita soltanto di vento e camicia da notte – apre letteralmentele danze e le braccia con June. Il brano estratto dall’ultimo album, riesce ad aprire subito anche i nostri cuori con quel suo coro crescente che è un abbraccio empatico a tutti coloro che sono venuti fin qui, nonché un invito a restare uniti: Hold On To Each Other canta la band all’unisono coni fan delle prime file, catturati nell’estasi del momento che li porta sempre più in alto fino alla visione degli angeli cantata nel finale del brano (I’m so high I can see an angel).

Può sembrare un’esagerazione, ma quello che accade durante i concerti di Florence è una grande elargizione d’amore che può essere vissuta come una vera e propria esperienza religiosa. Una messa atea. Come una specie di Amazing Grace di Aretha Franklin senza la chiesa. Gli elementi rituali del resto ci sono tutti.

C’è la confessione dei peccati di gioventù con la furia intimista di Hunger – dove la Welch dichiara apertamente di aver sofferto di disturbi alimentari da adolescente – e c’è la successiva espiazione degli stessi attraverso il dolore, raccontato soprattutto nei pezzi estratti da How Big, How Blue, How Beautiful, come l’autodistruzione urlata in Ship To Wreck (Did I drink too much? Am I losingtouch? Did I build a ship to wreck?).

Ma c’è anche la gioia della condivisione dell’amore, che non deve rimanere solo nelle liriche di You’ve Got The Love, ma sfociare anche nei fatti e nei gesti umani, cosa che succede realmente quando, durante l’esecuzione di Dog Days Are Over, la Welch ci invita tutti ad abbracciare la persona sconosciuta che abbiamo accanto e a dirle che la amiamo. È la versione di Florence dello “scambiatevi un segno di pace”.

A seguire ci sarà la commemorazione dei santi affidata al canto del fantasma di Jenny Of Old stones (estratta dalla colonna sonora di Game Of Thrones) e alla celebrazione di Patti Smith con Patricia; e infine addirittura la benedizione dei fedeli direttamente dalle mani di Florence che scenderà a toccare le loro teste cantando in mezzo al pubblico gli ultimi due pezzi (Delilah e What Kind Of Man) prima dei bis.

Se ci si lascia cogliere da questa suggestione tutto nello show di Florence assume un forte carico simbolico-religioso, anche quel suo modo vulcanico di muoversi e di danzare saltando da una parte all’altra del palco sembra quasi un richiamo alla danza rituale dei dervisci rotanti.

E allora pure i brani eseguiti nei “bis” non sono altro che due letture sacre estratte dall’ultimo High As Hope (No Choir e Big God) e un ultimo sermone (Shake It Out) estratto dai suoi vecchi “cerimoniali” con cui ci invita a scrollarci il diavolo di dosso:
è difficile ballare con un diavolo sulle spalle / Allora scuotitelo di dosso.

Ma alla fine in cosa crede veramente chi segue la dottrina di Florence? Forse nella forza magica del canto.
Una delle sue poesie preferite infatti si intitola Everyone Sang (di Siegfreid Sassoon) e parla di persone che cantano nelle trincee durante la prima guerra mondiale:

Everyone suddenly burst out singing;
And I was filled with such delight
As prisoned birds must find in freedom,
Winging wildly across the white
Orchards and dark-green fields; on – on – and out of sight.
Everyone’s voice was suddenly lifted;
And beauty came like the setting sun:
My heart was shaken with tears; and horror
Drifted away … O, but Everyone
Was a bird; and the song was wordless; the singing will never be done.

Questi versi che possono sembrare ingenui, riportano alla mente un episodio realmente accaduto la notte della vigilia di Natale del 1914 quando i soldati britannici e i soldati tedeschi asserragliati nelle rispettive trincee cominciarono a intonare dei canti di Natale, decretando così in maniera spontanea una tregua di un giorno che si concretizzò il mattino seguente con l’abbandono delle postazioni e l’incontro fraterno in una terra di nessuno. Se in quella terra si può immaginare di fermare una guerra con una poesia che parla del canto, allora forse in questa le canzoni che parlano di poesia come quelle di Florence possono pacificare le nostre guerre interiori.

Sarà per questo che quando usciamo dal concerto e affrontiamo la lunga camminata che ci accompagna all’uscita ci sentiamo meglio.
Come al termine di una processione. La messa è finita.
Andiamo in pace.

La scaletta del concerto
June
Hunger
Ship to Wreck
Queen of Peace
Patricia
Dog Days Are Over
Jenny of Oldstones
100 Years
Moderation
You Got the Love
(Candi Staton cover)
Cosmic Love
Delilah
What Kind of Man
No Choir
Big God
Shake It Out

Andrea Pazienza

Foto di Fabio Izzo

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