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I 30 anni di Dr. Feelgood dei Motley Crue

Dr. Feelgood, l’unico che può farti stare bene con i suoi “dolcetti” venduti sul ciglio dello strada. Non potevano scegliere nome più azzeccato i Mötley Crüe per il loro quinto full-length, pubblicato il primo settembre 1989, in un momento storico in cui tutto sta per crollare. La band, la carriera, un genere e un movimento intero. Ma nonostante questo, Dr. Feelgood è unanimemente considerato il disco più solido della formazione di Nikki Sixx e soci, la chiusura del cerchio per i quattro “bad guys” di Los Angeles e l’inizio della fine di un’era.

30 ANNI FA…
Nel 1989 il glam è ancora sulla cresta dell’onda, anche se stiamo per assistere al canto del cigno di un genere spazzato via da lì a poco dallo tsunami grunge. Facendo un piccolo ma doveroso passo indietro, la veloce ascesa verso il successo per i Mötley Crüe inizia nel 1981 con Too Fast for Love, un debutto fulminante che porterà ben presto i Nostri sulla bocca di tutti quelli che contano nel circuito underground losangelino. Con cadenza regolare, ogni due anni esatti, la band pubblica album nei quali il loro passaggio dall’heavy degli esordi al glam metal/hard rock è direttamente proporzionale alla loro fama. Una fama che non è solo legata al successo commerciale e alla qualità delle uscite discografiche, ma anche a uno stile di vita che andava a nozze con la morbosa curiosità di tabloid e fan. Tra alcol, droghe, overdose quasi letali, tragedie personali, problemi con la legge e addirittura omicidi colposi (quello del batterista degli Hanoi Rocks, coinvolto in un incidente d’auto con Vince Neil nel 1984), per i Mötley Crüe è tempo di tirare il freno a mano.

IL DISCO
In effetti, Dr. Feelgood è stato preceduto da un periodo di relativa sobrietà, fatto che si rispecchia nella solidità e efficacia del disco. Ma il vero collante per la formazione è stato Bob Rock, produttore di fama internazionale, che all’epoca amava definire i Mötley Crüe “come quattro tipacci di L.A. che bevevano vino e cercavano di uccidersi a vicenda”. Per questo, l’intuizione di far registrare a ogni membro della band le proprie parti separatamente, è stata geniale (tanto che si dice che il lavoro di Bob Rock in Dr. Feelgood abbia spinto Lars Ulrich a pretendere i servigi del producer dal “Black Album” fino a St. Anger).

Oltre le note di colore, la quinta creatura griffata MC porta a compimento la trasformazione partita da Theatre of Pain (1985), catapultando definitivamente i Nostri nell’Olimpo del rock. Dr. Feelgood è infatti il primo (e unico) album dei losangelini a raggiungere la vetta della Billboard 200, vendendo solo negli States la bellezza di 6 milioni di copie. Il quinto disco dei Mötley Crüe dipinge nei minimi dettagli un party decadente e senza fine, dove vale tutto e non esiste alcuna regola, riuscendo a rendere labile persino il confine tra la vita e la morte. Prendete Kickstart My Heart, uno dei singoli trainanti insieme alla title track, che nella sua irresistibile spensieratezza si ispira in realtà ai due minuti in cui Nikki Sixx è stato dichiarato morto in seguito all’overdose del 1987, o meglio alla scarica di adrenalina iniettata nel cuore del bassista da un paramedico fan della band. La corsa in ambulanza riproposta nella intro T.n.T. (Terror ‘n Tinseltown) ci catapulta in un perverso Paese dei Balocchi in cui non solo la droga la fa da padrone (e la già citata Dr. Feelgood è la prima a farcelo presente), ma anche ovviamente il sesso (in particolar modo nelle esplicite Slice of Your Pie, She Goes Down e Sticky Sweet, che vede un certo Steven Tyler ai cori) e un romanticismo sghembo che ha mietuto qualche migliaio di vittime (Without You, Don’t Go Away Mad (Just Go Away) e Time for Change), oltre a qualche riflessione poco ortodossa sui legami sentimentali (la trascinante Same Ol’ Situation (S.O.S.)).

…E OGGI
Nonostante il successo di Dr. Feelgood e del successivo greatest hits Decade of Decadence, i fragili equilibri interni al combo (e non solo), sono destinati a sfaldarsi. Nel 1992 Vince Neil lascia la band (o viene licenziato dai suoi compagni, dipende da chi racconta la storia), un anno in cui molte formazioni della scena glam metal e dintorni quali Ratt, White Lion e Europe si sciolgono in maniera più o meno definitiva, sopraffatti dalla risonanza mediatica del grunge. Da questo momento in avanti, per i Mötley Crüe si apre una sequela di abbandoni, clamorosi ritorni (i live del 2005) e altrettanto strepitosi fiaschi, per poi vivere un secondo momento d’oro nel 2008 con la pubblicazione di Saints of Los Angeles, oltre alla line-up originale, che non si era più ritrovata in studio insieme dal 1997 durante le registrazioni di Generation Swine. Dopo essersi di nuovo sciolti a fine 2015, e aver venduto in totale qualcosa come 100 milioni di dischi in tutto il mondo nel corso della loro carriera, i Nostri sono tornati alla ribalta nel 2019 grazie a The Dirt, pellicola autobiografica ispirata all’omonimo libro bestseller, per la quale Neil e compagni hanno inciso tre inediti, lasciando i fan con la speranza di un’ennesima reunion anche in sede live.

Chiara Borloni

Foto di Francesco Prandoni

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