Onstage
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30 anni fa i Mr. Big pubblicavano il primo album

A volte, poche a dire il vero, creare una band a tavolino paga. E i Mr. Big hanno pagato, pure nelle maniere più inaspettate e spettacolari. Tutto parte da Billy Sheehan: classe 1953, uno spilungone stilosissimo e vero bulldozer al basso. Noto nell’undergound non solo per la sua tecnica esplosiva ma anche per il suo carisma e la capacità di portare la figura del bassista fuori dalle retrovie. Dopo aver bazzicato per anni nel sottobosco rock, inizia gravitare nell’orbita dei Van Halen fino a quando David Lee Roth lascia la band e lo chiama per essere il suo bassista. L’esperienza porterà grandi soddisfazioni per quasi un lustro, dopodiché Billy sarà ponto per nuove esperienze.

La sua idea era quella di…diciamoci la verità, fare la sua versione dei Van Halen, andando a pescare i membri attraverso un’etichetta (la Shrapnel Records) specializzata in manici, riccardoni, supertecnici. In poco tempo vennero arruolati Eric Martin, un gran cantante più tendente al soul che al rock, il batterista Pat Torpey, turnista di classe, e infine il chitarrista Paul Gilbert. Paul aveva già pubblicato un paio di dischi con la sua band, i Racer X: speed metal velocissimo e ipertecnico che, se regalerà la chitarra ai Mr. Big, farà anche il grande favore di regalare il batterista Scott Travis ai Judas Priest di Painkiller. Ma questa è un’altra storia.

I Mr. Big debuttano per l’Atlantic nel 1989 e…c’è qualcosa che non va. Gli ingredienti ci sono tutti, eppure il disco non ingrana come dovrebbe. Essì che si apre con un piccolo classico, Addicted to that Rush. Grande apriconcerti, grande tiro, non ricordo molte altre canzoni di mainstream rock che si aprono con un lick di basso in tapping a due mani. Il pezzo è un gran biglietto da visita: veloce, cantabile e pieno di duelli tra il basso di Sheehan e la chitarra di Gilbert. Dovrebbe essere il prototipo, l’essenza stessa della band: sezione ritmica senza orpelli, due virtuosi agli strumenti a corde a cui piace un sacco fare shredding, direzione più hard rock che heavy metal, evitare di sbrodolare e un gran cantante che non sia una macchietta.

Il punto è che poi qualcosa si inceppa. E’ uno di quei dischi dove qualsiasi brano, preso a caso, è un buon brano ma nell’economia del disco il tutto è poco trascinante se non addirittura noioso. Sì, perché la velocità massima è già nel pezzo di apertura, tutto il resto segue una formula: hard rock americano, pezzo sui 4 minuti, ottimi suoni, ottimo arrangiamento, un lick di basso o di chitarra come presentazione, un bel riff e la voce Martin che –piuttosto che un isterico spara acuti – è quello che sulle riviste inglesi etichettano come ‘soulful’. Ma sono tutte davvero così, ed è un peccato. Questo è il classico caso di band a tavolino che sa fare il proprio mestiere, ma non c’è ancora quel feeling tra i componenti che permette di fare il salto di qualità

Sì può chiacchierare su come la b-side del singolo, Blame It On My Mouth sia carina pure lei, di come Wind Me Up sia praticamente Oh Pretty Woman di Roy Orbison fatta hard rock e al contrario…ma sarebbero solo trivia da sfiga rock.
Diciamoci la verità: più che l’energia e la cazzonaggine dei Van Halen, questa sembra la massima espressione di un rock ottantiano americano tipo i Dokken & simili. Ma siamo ormai nel 1989 e il genere ha il fiatone, per quanto ben eseguito.

Eppure, eppure la storia è solo all’inizio, e il disco ha lasciato molto più della chitarra con le frange di Gilbert. Innanzitutto fu un successo cla-mo-ro-so in Giappone. Ma una cosa di un livello talmente assurdo che diventò praticamente una barzelletta tra gli addetti ai lavori. Neanche gli scienziati sono riusciti a spiegare come mai il paese del sol levante abbia abbracciato con tale affetto la band: può essere per i loro gusti particolari, dove un’ottima tecnica e una precisione chirurgica nel suonare sono preferiti alla pura energia.

Inoltre il disco , pur non essendo a livello globale il successo sperato, permise alla band di seguire tour importanti (come con i Rush) dove, a parte incidenti con capelli e trapani elettrici, la band riuscì davvero a oliare gli ingranaggi.
Tutto questo sarà il trampolino di lancio per il successivo Lean into It, dove la band riuscirà a bilanciarsi tra puro pop, ballads e altri bei sassi rock. E vista la direzione successiva della band verso lidi più commerciali, va bene riscoprire questo e la sua bella collezione di riff.

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