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I 10 anni di Sigh No More dei Mumford & Sons

I Mumford and Sons festeggiano un decennio dall’uscita di Sigh No More, primo capitolo di una delle storie musicali di maggior successo degli anni Duemila.

10 ANNI FA…
Sono inglesi, entrano a gamba tesa nella scena indie, ma dell’indie inglese non hanno nulla. A cominciare dal quel nome che sembra la ragione sociale di un’impresa a conduzione familiare americana e che invece è destinato a identificare uno dei gruppi più rappresentativi della musica londinese del Terzo Millennio.
Dopo alcuni EP di discreto successo trovano il contratto con la Island Records, che arriva prima di tutti per accaparrarsi la potenziale “next big thing” del Regno Unito, ma Sigh No More esce comunque per la Gentlemen of the Road, etichetta di proprietà della band. La posizione di Marcus Mumford e soci è chiara: nessuna imposizione dell’alto, le cose le fanno a modo loro.
Il disco vende bene, raggiunge il milione di copie in UK e dopo circa cinque mesi viene pubblicato anche negli USA grazie alla Glassnote Records, sottoetichetta della Island. In territorio americano il disco va a diesel, ma raggiunge agilmente la posizione numero due della Billboard 200, per poi portare la band a suonare per David Letterman e i milioni di americani che seguono il suo Late Show. Infine, dopo aver carburato a dovere, il primo album in studio dei Mumford arriva a un complessivo di più di tre milioni e mezzo di copie vendute.

IL DISCO
Sigh No More è una prova di forza inaspettata per un gruppo che involontariamente si ritrova a riportare in auge il folk. I Mumford and Sons non si adagiano sui mille strumenti acustici che portano in studio e cercano di creare una cifra stilistica intorno agli arrangiamenti festaioli da festa di Bilbo Baggins a Hobbiville. Si lancia il cappello in aria, si sputa la spiga di grano dalla bocca e si comincia a ballare scalzi finché gli strumenti lignei non cedono a creparsi sotto le percosse. I vocalizzi di Marcus sono l’ingrediente segreto che permette alla band di invadere le radio generaliste di mezzo mondo con le loro melodie più orecchiabili.
La ritmica è quella tipica dell’alternative rock ma suonata con gli strumenti del folk e del bluegrass, creando una sorta di marchio di fabbrica intorno. Anche le tematiche sono vagamente folk, riferite alla vita di tutti i giorni, ma con qualche interessante incursione culturale nella letteratura anglosassone. Innumerevoli i riferimenti ad autori americani (in particolar modo Steinbeck) e britannici, tra i quali spicca Shakespeare, che ha anche l’onore di ispirare il titolo del disco.
Sigh No More è un distillato di fascino vintage e divertimento contemporaneo, sospeso tra una miriade di etichette ma meravigliosamente slegato da ognuna di esse.

…E OGGI
La rapida ascesa avviata con Sigh No More ed esplosa con Babel ha subito una battuta d’arresto. Wilder Mind e Delta, rispettivamente il terzo e il quarto capitolo discografico, non hanno fatto altro che consolidare lo status di macchine dal sold-out senza spostare di molto l’asticella. Anzi, a ben vedere sembra che un po’ dell’entusiasmo inizia sia andato a scemare.
Ormai è quasi snervante il desiderio dei fan della prima ora di risentire il banjo e il mandolino. L’unica band ad aver osato una svolta elettrica – una svolta rock, laddove le chitarre solitamente vengono abbandonate, non imbracciate – viene accusata per questo, rea di aver portato in superficie un bisogno sepolto, che nessun musicofilo sapeva di avere, e averne poi negato la soddisfazione.
La verità è che i Mumford sono arrivati esattamente lì dove intendevano arrivare, bruciando forse qualche tappa grazie alla straordinaria portata dei loro primi passi, e ora hanno tutto il diritto di gestire il loro ruolo di main act globale come meglio credono.

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