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1989: Nasce la Pretty Hate Machine di Trent Reznor e dei Nine Inch Nails

Quasi come a voler celebrare il primo anniversario dall’esordio live (accadde in Ohio il 21 ottobre del 1988), il 20 ottobre 1989 nasce ufficialmente il mito Nine Inch Nails con la pubblicazione del debut album Pretty Hate Machine. Anche se questa non è in realtà la prima pubblicazione visto che la Halo Timeline, modalità con la quale la band di Trent Reznor identifica ogni uscita ufficiale, mette al primo posto il singolo Down In It, presentato con delle esibizioni televisive che, viste con gli occhi del 2019, appaiono ben oltre l’imbarazzante.

Pretty Hate Machine non è nemmeno il disco che identificherà nell’immaginario collettivo la band nella storia della musica: ben più pesanti, da quel punto di vista, saranno i successivi The Downward Spiral o il doppio The Fragile. Il debut album dei Nine Inch Nails non è altro che un figlio di quegli anni Ottanta dove il synthpop andava per la maggiore, con un pesante contributo di una quasi ossessiva drum machine e dei sintetizzatori.
Ma con un dettaglio che difficilmente si presenterà nei lavori futuri: un lavoro senza grandi sovrastrutture o concept ma con tanti brani. E molti dei quali si riveleranno dei singoli pazzeschi, che verranno eguagliati solo sedici anni dopo con With Teeth. Senza sminuire il valore artistico di canzoni come March Of The Pigs, Starfuckers Inc. e Hurt, alcuni episodi di Pretty Hate Machine saranno avvicinati solo da Only ed Everyday Is Exactly The Same; non è un caso quindi che Head Like A Hole, Terrible Lie e Sin siano a trent’anni di distanza masterpiece delle scalette dei loro tour.

I Nine Inch Nails di Pretty Hate Machine dal punto di vista musicale sono con i piedi ancorati agli anni Ottanta, essendo questo un LP che salvo alcuni episodi (come ad esempio The Only Time) guarda più ai Depeche Mode che a quell’industrial che contribuiranno a far diventare famoso pochi anni dopo.
Dal punto di vista lirico, invece, è avanguardia pura, con quella rabbia che troverà sfogo anche dal punto di vista sonoro pochi anni dopo. PHM è avanguardia pura anche nel tracciare il futuro impegno nei concept album del gruppo, con l’accoppiata iniziale Head Like A Hole / Terrible Lie che di fatto sono una pesante critica al culto del Dio Denaro e alla rivelazione di quella che è una Terribile Bugia; un brano che è anch’esso figlio dei tempi, che arriva nel primo anno dell’era Post-Reagan e, sempre per dire i casi della vita, a poco più di due anni dal Crash di Wall Street avvenuto il 19 ottobre 1987 e che, per quella generazione che vide in Gordon Gekko un vate ispiratore, fu una sorta di brusco risveglio da un sogno destinato a non finire mai.

Pretty Hate Machine traccia anche alcuni percorsi personali che verranno poi riesplorati negli album successivi, come Sactified che nelle tematiche religiose sembra voler anticipare un futuro capolavoro come Closer, oppure Something I Can Never Have (che nella sua rassegnazione rimanda inevitabilmente alla già citata Everyday Is Exactly The Same). Per il resto si parla di un disco che presenta per buona parte episodi sonori che per il gruppo rimarranno circoscritti, al punto che nell’immediato futuro la stessa Sin verrà spogliata di ogni sfumatura ottantiana per essere letteralmente portata in una relativamente nuova veste negli anni Novanta. That’s What I Get, The Only Time e Ringfinger non a caso sono messe tutte nella conclusione del platter: brani che restano focalizzati in una prima fase dei Nine Inch Nails e che raramente verranno proposti dal vivo dopo il 1995.

Pretty Hate Machine è un testamento del crollo di ogni certezza inculcata negli Anni Ottanta ed è impossibile non contestualizzarlo senza inserire nel ragionamento il suo successore, l’EP Broken uscito solo tre anni dopo. Un lavoro che nasce inevitabilmente come figlio tormentato della precedente opera, e non solo per la vicenda discografica che portò Trent Reznor a rompere con la TVT Records per limitazioni alla libertà artistica, portandolo a chiudere un accordo con la Interscope Records che non battè ciglio alla richiesta di Reznor di fondare quella che diventerà la sua etichetta, la Nothing Records: NR che diventerà famosa oltre che per produrre gli Einstürzende Neubauten, quasi un tributo alle radici della musica dei Nine Inch Nails, per presentare al mondo l’era più iconica di Marilyn Manson, quella di Antichrist Superstar e di Mechanical Animals.

Broken mostra invece i Nine Inch Nails come li conosciamo oggi e, anche se le esibizioni live del lungo tour avevano già mostrato i tratti discordanti con quanto si sentì nel debutto, discograficamente fu una vera e propria rivoluzione: il sound diventa più ossessivo e rabbioso, figlio dell’industrial di band come i Godflesh, e le liriche vomitano letteralmente pesanti critiche sulla società e sulle dipendenze, come ad esempio in Happiness In Slavery che in una fase della vita del frontman suonerà tragicamente autobiografica.

Pretty Hate Machine e Broken: il primo è un disco fuori dal tempo, controbilanciato da un EP che invece guardava in maniera cinica al futuro. A conferma che i Nine Inch Nails rimangono un gruppo che ha dettato la storia della musica degli ultimi trent’anni in tutte le sue nature.

Nicola Lucchetta

Foto di Mathias Marchioni

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