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The Downward Spiral dei Nine Inch Nails compie 25 anni

The Downward Spiral dei Nine Inch Nails compie 25 anni. Un album seminale che ha dettato la strada a molti altri artisti, una ferita purulenta sulla superficie del perbenismo di facciata. Un microcosmo malato che unisce come poche altre volte il mondo del metal e dell’elettronica, misurando in maniera impietosa il grado virtuoso del mondo moderno proprio smascherandone le sue perverse debolezze. L’animo umano dipinto con il fango.

25 ANNI FA…
Dopo i Ministry, sono i Nine Inch Nails a sdoganare il termine Industrial, eleggendolo a genere musicale. Musica tecnologica, diffusa grazie all’abbassamento dei costi di strumenti quali sintetizzatori e programmi di gestione del suono, cosa che permette a questi artisti di giocare con le convenzioni. Terreno fertile per una personalità come quella di Trent Reznor, assoluto deus ex machina del gruppo, artista a tutto tondo e primo inquisitore del buonismo e dell’immobilità sclerotica del music business.

Dopo il primo acerbo prodotto Pretty Hate Machine e l’EP Broken, The Downward Spiral è il capolavoro assoluto di una band divenuta esempio di beatificazione del profano, arte del sbagliato, dell’errare umano, della perversione. I temi dell’introspezione e dell’anti socialità spinta all’ennesima potenza oltre i confini patologici raccoglie l’immenso bacino dei giovani degli anni ’90 che, come è stato provato più volte, rappresenta una generazione particolarmente difficile nella storyline del tessuto sociale umano. Temi che pochi hanno il coraggio di affrontare: ci vorrà Marilyn Manson per sdoganare tanti concetti ‘sbagliati’ e rigettati dalla società, ma Trent Reznor già propone al pubblico mainstream il concetto di suicidio come via di fuga al dolore, la perversione sessuale come unica via di conoscimento di se stessi, la violenza come unico dialogo intra sociale.

Tutte cose che la parte più consistente della società non vuole sentirsi dire, che rifiuta categoricamente, e che sulle ali di una frizione generazionale avvicina in maniera inesorabile i discendenti del diniego agli eroi che hanno il coraggio di sbatterli in faccia a muso duro ai genitori. Così sbagliati quando assenti, sbagliati quando presenti, sbagliati per il solo fatto di averci dato una vita che non capiamo, che non sentiamo di volere. Uno strato ancora più sottostante e più oscuro del grunge, che già raccoglieva molto del veleno rabbioso montato all’interno del disagio generazionale: i Nine Inch Nails fanno incetta degli estremi tra gli estremi, gli autodistruttivi, gli apatici sociali. Chiusi nelle proprie stanze a rimuginare, The Downward Spiral diventa un filtro ossidato attraverso il quale guardare il mondo, l’amore, il sesso, la religione.

IL DISCO
The Downward Spiral è un incubo della civiltà moderna che si snoda attraverso quattordici episodi violenti, sporchi, un ‘empire of dirt’ messo a disposizione a chi sceglie il lato negativo della realtà, uno sforzo doloroso che una minoranza delle persone decide di svelare a se stessa, per non cedere alla menzogna nascosta dietro il velo delle convenzioni. Quelli che decidono di smascherare il Mago di Oz coperto dal telo quando manovra la grande faccia verde e terrificante, mentre invece è solo un omino portato dal vento in un posto sconosciuto. Un monolite al tempo stesso eterogeneo e compatto, una zuppa mischiata dal suono distorto che amalgama tutti gli elementi, dalla voce alla chitarra.

Quasi interamente registrato dal solo Trent Reznor nella villa dove i seguaci di Charles Manson (appunto) uccisero l’attrice Sharon Tate, il disco crea l’armonia giusta del disarmonico. C’è il giusto dosaggio di claustrofobia, ma anche del suo opposto, l’agorafobia. C’è coraggio spudorato, ma anche l’arte del terrore dello sconosciuto, della sensazione perenne che tutto quello che per la maggioranza è consueto e rassicurante, per noi è minaccioso e appuntito. Ogni tipo di piacere viene condannato, portato all’inferno e poi glorificato. Il sesso ad esempio, nel pezzo Closer effettua un volo pindarico e pirotecnico di sconfitta e ascesa, risultando una delle canzoni d’amore più sporche e suggestive di sempre. ‘You make me closer to God’ è un verso estremamente profano e profanante, che al tempo stesso assurge ad altissima una virtù umana deflorandone un’altra.

Questo è il concept costante dell’album. La linea perpetua che divide il sacro e il profano, che viene dissolta dall’acido demolendo la separazione e creando un miscuglio osceno dentro il quale immergersi totalmente. Le urla da horror che fanno da sottofondo a The Becoming incorniciano di raccapriccio umano la canzone così come rumori meccanici assorbono Reptile come uno scheletro cibernetico.

Le chitarre subentrano a ingigantire un pretesto rock che è sempre bene o male presente, incastonato nell’elettronica, come nella violentissima Heresy che si pone a manifesto di una predisposizione nichilistica e apocalittica della religione ‘God is dead, and no one cares’, decretandone l’assoluta inadeguatezza storica nel decifrare e curare le patologie dell’animo umano.

Tutto l’album è permeato di una tensione sessuale esplicita, spudorata. Mai il bollino famoso presente sul fronte dei cd ‘Parental Advisory’ ha avuto più giustificazione etica che su TDS. Piggy, March Of The Pigs, sono episodi che vogliono riportarci con maniere forti a livelli più ancestrali, animali delle nostre sensazioni. Così come Mr. Self Destruct, in apertura, ci mette di fronte ad un istinto autodistruttivo onnipresente, e nel migliore dei casi solo sedato, assopito, nascosto come polvere sotto il tappeto.

A suggellare questo simposio del terrore esistenziale arriva la perla assoluta dell’album, un’altra poesia d’amore che si dipana attraverso sentimenti opposti. La canzone si chiama Hurt, e accosta il sentimento di amore alla sofferenza. Perché la sofferenza è più vera, meno aleatoria della felicità. Si può averla quando si vuole, si ha il controllo su di lei, e attraverso il suo richiamo volontario anche il controllo sulla propria vita e su quello che la circonda. Sul mondo, sugli altri. Qui sta la devastante attrattiva del dolore. L’illusione che lui sia ai nostri servigi, che sia quasi un amico disponibile e presto indispensabile. Una cosa talmente di valore da volerla donare alla persona più importante. ‘You could have it all, my empire of dirt. I will let you down, I will make you hurt.’ Una perla così luccicante da aver abbagliato persino un mostro sacro come Johnny Cash che la coverizzerà qualche anno dopo.

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E OGGI…
Trent Reznor ha unito le sue forze con Atticus Ross specializzandosi in colonne sonore, arrivando a vincere un Oscar per The Social Network, film del 2010 di David Fincher. I Nine Inch Nails sono ancora attivi, rabbiosi, ma mai al livello che li vide nel 1994 ferire in maniera così importante, così infetta, il vetro smerigliato delle congetture perbeniste che dettavano le linee guida di tutto. Il sesso, la religione, il suicidio. Tutto quello che si preferiva nascondere perché gettava una luce strana, indigesta, dell’animo umano.

Uno sgabuzzino stipato di stracci insanguinati con storie da raccontare che nessuno vuole sentire, un armadio pieno di scheletri ghignanti in grado di dirti esattamente cose sei e cosa non sei, mandando in polvere l’immagine di te stesso che faticosamente hai costruito nelle varie fasi della tua vita. Il più terribile degli oracoli, quello che ti mette al tuo stesso cospetto. Come un rabbioso Caronte Trent Reznor si prende la responsabilità di portarti giù, in quel porto sepolto dalle acque che ha tanto da rivelare, se hai il coraggio di voltare le spalle alla regolarità fuorviante. La risalita sarà un’epifania malinconica di consapevolezza e la cruda realtà ti farà tornare la voglia di abbandonarti alla disperazione e ridiscendere la spirale verso le tenebre del tuo vero Io. ‘Oh my beatiful liar, my beatiful whore’.

Daniele Corradi

Foto di Mathias Marchioni

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