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The Fragile dei Nine Inch Nails compie 20 anni

Il 21 Settembre del 1999 i Nine Inch Nails ritornano dopo la devastazione del lunghissimo tour a supporto del seminale The Downward Spiral, segnati nel fisico e nello spirito, con una salute mentale precaria e un carico venefico di sociopatia e disillusione. Tutto questo sgorga a fiume in The Fragile.

20 ANNI FA…
La continuazione tematica naturale della discesa agli inferi avvenuta con The Downward Spiral è qui inscenata nel tentativo di rialzarsi da una condizione di penosa negatività e oscurità dell’animo. Risalita quanto mai vana e infruttuosa. Trent Reznor è i Nine Inch Nails, e i musicisti di cui si attornia in fase di registrazione, sono un gruppo di artisti con i quali duettare e usare come specchio alle proprie ossessioni e idee artistiche. Siamo ancora lontani dal connubio illuminante con Acticus Ross.

Cinque anni di attesa dal precedente disco e una gestazione di due anni di registrazioni attestano un’opera di disincaglio di un transatlantico di idee e di furore, che non poteva e non doveva in nessun modo venire alla luce come un qualcosa di lineare o con una forma lontanamente riconoscibile. The Fragile è un mastodonte di 23 canzoni per quasi due ore di suoni spesso aggressivi ai limiti dell’intimidatorio, con una gamma tale di situazioni, stili e atmosfere diverse da far venire il mal di mare al più navigato degli ascoltatori. Non è un ascolto facile quello di questo doppio album, chiamato anche Halo Fourteen oltre al suo titolo ufficiale, dato che i NIN nella loro iper attività nel 1999 hanno già pubblicato 14 uscite, anche se sono “solo” Pretty Hate Machine e The Downward Spiral gli LP precedenti a The Fragile.

The Fragile, dicevamo, è una navigazione in mare aperto senza punti cardinali e in acque tormentose, con una quantità di disillusioni e rabbia tali da annichilire. Tutto questo è compensato da esplosioni rock e metal, da tripudi elettronici alternati a melodie oggettivamente di spessore. Ricordo bene il mio primo incontro con The Fragile. Come quasi ogni altra esperienza musicale in quel fine decennio degli anni ’90 è avvenuto grazie al tubo catodico.

Un Trent Reznor così diverso da quello che ricordavo dal video The Perfect Drug, una specie di Conte Dracula di fine millennio, era nel video di We’re In This Together quasi rimpicciolito, con i capelli tagliati. In bianco e nero, fuggiva da decine e decine di anonimi esseri umani tutti uguali, anticipando la figura allegorica rappresentante una delle miriadi di paranoie e patologie raccontate nel disco, la fuga da sé stessi. Un video e una canzone che stava benissimo in mezzo al marasma del nu metal che in quegli anni imperversava, ma che non preparava affatto all’oceano di oscurità violenta che The Fragile riversava sul suo ascoltatore. Rick Rubin, a seguito del tour di The Downward Spiral, si trova davanti un Trent Reznor a pezzi. Ha così una delle sue idee geniali, quella di fornire al musicista una casa isolata nel Big Sur californiano dove riposarsi disconnesso da ogni altra anima. Bene. E come si è visto in seguito, anche male…

IL DISCO
Il logo del gruppo nella copertina è spezzato, interrotto. Brutti presentimenti già nella presentazione di un contenitore che si apre come un libro e mostra due facce, due dischi, Left e Right. Emisfero sinistro e destro. Uno ha più chitarre, più distorsione vocale, l’altro più elettronica, più atmosfere. 23 canzoni in tutto, di cui 7 strumentali. Ambient, metal, jazz, elettronica, una melma prog che impantana elementi di country, di piano. Perché nella casa che Rick Rubin mette a disposizione a Trent per organizzare idee e sperimentazioni c’è un piano, che la mente geniale del musicista non poteva ignorare.

La bellezza di La Mer la dobbiamo a questo scenario. L’allucinazione sonora di Just Like You Imagined, che sembra musicare un incubo dove percorriamo dei corridoi infiniti senza uscita inseguiti dal peggio immaginabile: forse noi stessi e le nostre aspettative, forse il nostro autogiudizio. L’inizio del disco è una botta atroce con Somewhat Damaged, spiazzante e potente con il classico connubio di elettronica e metal che caratterizza gli episodi più esplosivi del gruppo.
Una violenza che viene a mancare nella cinematografica The Day The World Went Away, che esplode con una chitarra granitica e un crescendo drammatico, scenico, che richiama immagini di devastazione e di crepuscolo di una civiltà oscena, arrivando ad essere una specie di beatlesiana Hey Jude discesa all’inferno. Il pezzo introduce una mini suite formata da The Frail, The Wretched e We’re In This Together, dove l’offerta musicale più completa è messa a servizio dell’ascoltatore, in un album che già qui poteva essere considerato un piccolo gioiello.

La fine dell’album e dell’esperienza di The Fragile è ben lontana dall’essere terminata. La filastrocca barocca della title track esplode nel finale di rabbia e rancore (‘costruirò un muro e metteremo gli altri dall’altra parte’). Tonnellate di mood oscuro vengono riversate su chi ascolta dall’antologica Even Deeper, bella e suadente, graffiante ma melodica. Cyber punk nella cacofonia di Pilgrimage e strizzatina d’occhio alle tendenze esterne del nu metal con No, You Don’t.
Sembra una perdita di un tubo in qualche sotterraneo della mente di Trent Reznor l’inizio di Into The Void, regolarmente cadenzata come l’avvento di un cattivo pensiero. Starfuckers, Inc. entra nel disco incattivita da un primo tentativo di escluderla, e invece si rifà alla grande eleggendosi addirittura a uno dei singoli di lancio, con un disturbante e dissacratorio videoclip che attacca pesantemente il mondo del jet set musicale. Il percorso sonoro di The Fragile non è per niente facile, tanto meno privo di insidie. Non è uno di quegli album che metti su sovrappensiero e poi vediamo come va. Lo devi volere fortemente, lo devi subire e sopportare, devi esserne abusato e violentato.

…E OGGI
Il grande pubblico non era predisposto ad un ascolto così prolungatamente negativo e aggressivo. La promozione è stata di fatto interrotta dopo i primi esitanti passi verso un obbiettivo irraggiungibile. Il Fragility Tour Trent se l’è dovuto finanziare di tasca sua, e alla fine ha dovuto prendersi una lunga pausa per ricomporre i pezzi della sua anima che The Downward Spiral e The Fragile avevano disseminato dappertutto.

Sta di fatto però che è grazie a questa release se in molti si sono avvicinati allo sconfinato mondo musicale dei Nine Inch Nails. Oggi The Fragile è uno degli album più apprezzati e amati del gruppo, ennesimo messaggio illuminante del messia contemporaneo Reznor (detentore di un Oscar per la colonna sonora del film The Social Network) probabilmente proprio per il suo ampissimo spettro di situazioni e sperimentazioni, mai lasciate a se stesse e anzi accompagnate sempre da potenza rock e melodie accattivanti. The Fragile è una rosa piena di spine. Troppo bella per non venir colta pur sapendo che probabilmente, ci farà sanguinare.

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