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Nirvana: i 30 anni di Bleach

30 anni compiuti per Bleach dei Nirvana, un album che ha dato il via a tanti fattori. La carriera dei Nirvana, l’inizio del grunge. Oppure la sua fine. Magari entrambe le cose insieme. Insomma, un album che se a prima impressione può essere considerato il fratello più brutto, schivo, arrabbiato dei successi che lo seguiranno, va invece preso come una cosa a sé. Separato dal contesto, dalle etichette, dai suoi compagni di viaggio. Un outsider pestato, maltrattato, pieno di rancore e rabbia repressa, che nasce dall’odio verso una condizione e un ambiente aberrante quale era quello del North West americano, il tutto espresso con amara e acerba ironia, forza e energia giovanile sulle ali dell’attitudine punk.

30 ANNI FA…
Bleach, candeggina. Perché uno spot progresso di allora, trasmesso nell’area di Washington, raccomandava alla sempre più nutrita schiera di tossicodipendenti di pulire gli aghi con la candeggina prima dell’uso. Se proprio dovevano insomma, meglio provare ad arginare la diffusione dell’AIDS. Così Bleach mette in chiaro subito il background socio culturale che ha ispirato tutta il sarcasmo rabbioso dell’album. Una parte di America popolata da redneck, zotici ignoranti, completamente assuefatti al consumismo americano e ai suoi dogmi morali e religiosi.

Terreno fertile per il controllo patriarcale del Governo statunitense ma anche di movimenti di contrasto, rivoluzioni generazionali e culturali. Il punk è sempre stato il veicolo prediletto per la protesta e lo scontro. Solo che in questo caso, a differenza dei movimenti inglese e americano di metà anni ’70, il contesto grunge è arricchito da un’interessante apporto musicale proveniente dalla visione oscura ma geometrica dei Black Sabbath, unita al genio imprevedibile e rumoroso di Melvins e Hüsker Dü. Se a questo aggiungiamo l’arte di un poeta ed eccellente comunicatore, essere umano imperfetto Kurt Cobain, abbiamo gli ingredienti casalinghi per assemblare una bomba potenzialmente apocalittica per il mercato musicale mondiale.

Ora però vi dirò una cosa importante sia per quanto riguarda Bleach, sia per tutto il futuro scintillante, se pur breve, che ha avuto il grunge. Dobbiamo tutto a Jason Everman. Nessuno lo ricorda e nei libri di storia non compare, ma è lui che suona le chitarre di accompagnamento nelle registrazioni del primo album dei Nirvana, che ancora non avevano il loro nome definitivo. E’ lui che anticipa i 600 dollari necessari alle registrazioni, perché l’etichetta Sub Pop navigava in cattivissime acque. Quella Sub Pop, label indipendente che ha eternamente legato il suo nome al grunge, per assurdo è sempre stata sull’orlo del collasso economico. E lo è ancora oggi, piccola e indomita.

Quindi tutto parte da 600 dollari, cifra assurda se pensiamo al mare d’oro che arriverà negli anni immediatamente successivi. Jason non andava a genio a Cobain ed è stato subito escluso dal progetto, dal destino, senza nemmeno vedersi restituiti soldi. Così è la vita. A volte si cade dal treno. Andate a scoprire la storia del primo batterista dei Foo Fighters di Dave Grohl, drummer della fase dei Nirvana di notorietà globale ma che qui non è ancora entrato in scena. Adesso i futuri Nirvana sono Kurt Cobain, Krist Novoselic e Chad Chenning. La copertina è una foto di Tracy Marander, allora fidanzata di Cobain a cui è riservato lo stesso destino di oblio, perché tutti in quel ruolo ricordiamo una certa Courtney Love. Ora che le transenne che reggono il mito sono state svelate, possiamo concentrarci sulla musica.

IL DISCO
Se penso ai primordi del grunge, alle sue basi, mi vengono in mente foto in bianco e nero di palchi e giovani musicisti piegati sulle chitarre senza divisione tra loro e il pubblico, quella strana generazione di fine anni ’80 e inizio ’90, così falcidiata, abbandonata, arrabbiata. Le foto iconiche di Charles Petersen, di Seattle, molte divenute copertine di quei primi strani lavori musicali che erano ancora roba per pochi. Penso ai Mudhoney, ai Green River, ai primi Screaming Trees, ai primi EP dei Soundgarden. E penso a Bleach dei Nirvana.

Insomma, cosa c’è di più efficace nell’immagine e nell’idea di un taglio provocato dalla carta per esprimere il dolore? Vi siete mai tagliati con la carta? E’ una cosa dolorosissima. Paper Cuts è questo, frustrazione e angoscia. Dolore, sangue che sgorga da una ferita, da un danno perpetrato alla nostra custodia protettiva. Pesantezza emotiva resa perfettamente onomatopeica dal giro di basso di Novoselic che apre la strada; quello di Blew, accompagnato da un cantato melodicamente seguito passo passo dalla chitarra, che sfocia in un ritornello rabbioso che ci fa conoscere per la prima volta quel timbro vocale indimenticabile e indimenticato. Quell’urlo iconico così perfetto per dare voce alla frustrazione di una generazione. Il nostro Jim Morrison, il nostro Messia.

Punk e post rock che si comprimono a saturazioni sonore quasi metal, in School e Negative Creep, due tra le prime hit e inni generazionali dei Nirvana. Abbondano i momenti heavy, come in Sifting, un pezzo che ricorda molto i Black Sabbath, Mr. Moustache veloce e rabbiosa nel biasimare la figura del maschio alfa, prepotente e superficiale, soverchiante e irrispettoso del mondo femminile. Ci sono anche episodi strani, beatlesiani anche se sempre ruvidi come Swap Meet, e l’inaugurazione di una fruttuosa tradizione di ballate con About a Girl, magnificata ancora di più nella sua esibizione Unplugged in New York.

…E OGGI
Il principio di tutto, ma anche la fine, si diceva all’inizio. Vi spiego. Il grunge non è un genere. Questi gruppi non si riunivano in sala di incisione e si dicevano cose tipo ‘dobbiamo fare un album grunge’. No, c’erano delle influenze musicali e c’era una situazione socioculturale radicata in un certo territorio. Poi c’è stata una concentrazione inusuale di artisti eccellenti, alcuni dei veri fuoriclasse.

Tutto questo, circoscritto in un’area ristretta in un intervallo di pochi anni ha creato un fenomeno ben determinato che è diventata etichetta di una generazione intera, e ancora oggi è considerato forse l’ultimo terremoto del rock. Le premesse però, ben evidenziate dai temi criptici di Bleach, sono lontanissime da dove tutto questo è arrivato. Al mainstream, alle magliette stampate e alle arene gigantesche. Cobain nei primi live in casa di conoscenti, suonava a pochi centimetri dal muro, con il volto quasi appoggiato, dando la schiena alle poche decine di avventori. Si è poi trovato esposto come pochi altri artisti nel rock. Lo è ancora oggi. La sua morte non ha risolto il suo più grande patimento, anzi. Lo ha trasformato in Messia involontario di problemi che non ha mai sentito il bisogno o il dovere di condividere.

Il lascito di Bleach è proprio questo, la possibilità di poterlo estrapolare dal contesto. Caratteristica che non hanno Nevermind e In Utero, già localizzati temporaneamente e contestualmente nel pieno del fenomeno mediatico. Bleach è quello che sarebbe il grunge senza la notorietà. E’ puro, cristallino, arrabbiato e senza nessun bisogno di piacere per forza. E’ Kurt Cobain solo in una stanza, con la faccia rivolta al muro, che urla tutta la sua rabbia.

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