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Noel Gallagher’s High Flying Birds: l’emozione di Pistoia, tra presente e passato

È la suggestiva cornice di Piazza del Duomo ad accogliere il ritorno in Italia di Noel Gallagher e dei suoi High Flying Birds, in occasione del quarto appuntamento del Pistoia Blues 2019, previsto per la serata dell’8 luglio.

Nella celebre venue toscana, ai piedi dell’imponente campanile, inizia a radunarsi la prima schiena di fan, non appena arrivato il “via libera” dell’apertura dei cancelli, nel tardo pomeriggio. Con mia grande sorpresa, lo “zoccolo duro” della transenna e delle file immediatamente successive è composto da ragazzi che non superano, di sicuro, i venticinque anni. La dimostrazione che, da una parte, l’impronta degli Oasis ha suggellato (e continua a farlo) anche le generazioni a venire, a partire dai gloriosi anni Novanta; dall’altra, che la nuova e più personale direzione musicale intrapresa dal maggiore dei fratelli Gallagher ha trovato un suo terreno fertile, finalmente, nel presente. E poi i nostalgici che sfoderano le vecchie maglie della band, famiglie, coppie di mezza età che forse si sono innamorate su quelle canzoni prevenienti da oltremanica, amici di lunga data del fan club e persino una rappresentanza di tifosi del Pistoia che ricreano una familiare atmosfera da stadio. C’è tutto. Ci siamo tutti.

Alle 21.30, puntualissimo, Noel Gallagher sale sul palco, capitanando tutto il gruppo di musicisti affianco a lui e alle sue spalle. Abbracciata la Fender bianca, in contrasto cromatico con l’elegante mise total black, il set si apre sulle note magnetiche di Fort Knox. Alla traccia d’apertura dell’ultimo disco Who Built The Moon?, seguono in perfetto ordine di tracklist, Holy Mountain, Keep On Reaching, It’s A Beautiful World e la super radiofonica She Taught Me How To Fly. La miscellanea di sound e di arrangiamenti, la presenza dei fiati, il talento della corista YSEE come voce complementare e le cinque corde del fido Gem Archer trasportano il pubblico in una dimensione parallela, come uno dei paesaggi surreali della copertina del disco.

Ci sono fan degli Oasis qui?” – boato – “Questa canzone è per voi”. Un’introduzione che spiazzato l’intera piazza ai primi accordi di Dead In The Water, appartenente al repertorio più recente dello Chief. Una ballata la cui versione ufficiale è quella registrata live at RTÈé 2fm Studios di Dublino e qui riproposta nella sua essenza: chitarra, voce impeccabile ed emozioni.

Un’anticipazione, in realtà, della sezione forse più attesa, quella dedicata ai successi degli Oasis. Su Little By Little i 3500 presenti esplodono in un applauso per poi cantare a memoria ogni singolo verso. Accade lo stesso con la dolce Whatever, mentre qualcuno vicino a me, all’annuncio di The Masterplan, afferma: “Ok, adesso si piange!”. A Manchester e a chi è giunto direttamente dalla città inglese è dedicata Half The World Away, metà di quel mondo che scompare all’inconfondibile intro di Wonderwall, il capolavoro del 1995 che Noel Gallagher canta in modo del tutto personale, quasi parlato. Ci sono migliaia di voci ad accompagnarlo, una per ogni ricordo che questo classico porta con sé, una per ogni foto, certezza, rimpianto attaccati alla parete delle meraviglie. C’è chi si abbraccia, chi piange. E proprio alle lacrime di un fan in prima fila, Chris, l’artista dedica Stop Crying Your Heart Out, per un’apparente chiusura da brividi.

Se, nell’encore, AKA… What A Life! si trasforma in un inno al Manchester City, le cui sciarpe e maglie sventolano come bandiere tra i sostenitori, le pennate decise sull’acustica dipingono i contorni di quello che sarà il gran finale. È la volta di Don’t Look Back In Anger, del coro di “so Sally can wait”, del monito di non affidare il proprio cuore a una rock band e della consapevolezza di caderci sempre. Perché, in fondo, quello che torna indietro è qualcosa di positivo, che conforta e unisce. L’ha sottolineato anche Noel, scegliendo All You Need Is Love dei Beatles per salutare il pubblico italiano, definito il migliore di tutti. Un saluto, un “arrivederci”, un “grazie” nel sorriso accennato che racchiude tutta l’emozione, tutta la riconoscenza verso chi è, ancora, lì davanti ad applaudire. E non servono altre dichiarazioni per lui che, scrivendo la canzone d’amore per eccellenza, non mai menzionato l’amore come termine. Perché oltre ogni “ti amo”, ci sono due parole che, insieme, hanno un immenso potere. “After all”. Dopo tutto.

La scaletta del concerto:
Fort Knox
Holy Mountain
Keep On Reaching
It’s a Beautiful World
She Taught Me How To Fly
Black Star Dancing
Rattling Rose
Dead In The Water
The Importance Of Being Idle
Little By Little
Whatever
The Masterplan
Half The World Away
Wonderwall
Stop Crying Your Heart Out

AKA…What A Life!
Don’t Look Back In Anger
All You Need Is Love

Laura Faccenda

Foto di Stefano Dalle Luche

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