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Pearl Jam Roma 2018 foto concerto 26 giugno

Che cosa ci aspettiamo da Gigaton, il nuovo album dei Pearl Jam

Makes much more sense to live in the Present Tense” canta Eddie Vedder nella traccia numero dieci di No Code. Un titolo che rimanda ad un tempo verbale tanto rarefatto e assente dalla grammatica anglosassone quanto concreto e contingente. Il “qui ed ora”. Ecco, consideriamo il qui ed ora su scala mondiale. Stiamo assistendo agli effetti e alle conseguenze devastanti di un gigantesco “imprevisto”: la lotta contro la pandemia causata dal virus COVID -19 non solo ha dispiegato in prima linea quanti più medici e professionisti per salvare il maggior numero di vite, ma ha anche richiesto l’indispensabile rispetto di decreti e disposizioni da parte della popolazione delle nazioni colpite per limitare il contagio. Una regola su tutte: restare a casa. Restare a casa, nel 2020, è un’impresa complicatissima. La “quarantena” forzata, i ritmi meno frenetici, la corsa complementare nel riempire il tempo libero: cucine che si rianimano, libri rispolverati, liste di film, tapis roulant riaccesi…e musica, tanta musica.

Ascolta qui Gigaton, il nuovo album dei Pearl Jam

È in questo contesto di “emergenza” che si inserisce l’uscita dell’undicesimo album dei Pearl Jam, Gigaton, prevista per il 27 marzo 2020, per Monkey Wrench Records/Republic Records. Da Lightning Bolt del 2013, i sette anni di “lavori in corso” sono stati interrotti soltanto dal singolo Can’t Deny Me e da poco altro. “Non possono sbagliare, soprattutto ora” – ho sentito dire a qualcuno. “Sarebbe stata fantastica l’anticipazione dell’uscita, con questa pausa obbligatoria”, ha dichiarato qualcun altro. Dopo il lancio dell’audace e spiazzante Dance Of The Clairvoyants, lo scorso 22 gennaio, e del ben più “familiare” secondo estratto Superblood Wolfmoon del 18 febbraio, la curiosità è, dunque, alle stelle e più amplificata che mai. Jonathan Cohen, giornalista e biografo della band, ha descritto Gigaton come il disco più forte e vario del gruppo dai tempi di Yield. Con tutte le previsioni, le ipotesi, le possibili critiche già in canna e quel senso di adrenalina che accompagna il countdown, tentiamo di raccogliere le informazioni note fino ad oggi per rispondere alla fatidica domanda: che cosa ci aspettiamo dal nuovo album dei Pearl Jam?.

Tracklist e tematiche

Con i suoi 57 minuti, Gigaton si aggiudica il record di disco più lungo del gruppo di Seattle. Su un concept ideato da Jerome Turner e Al Nostreet – ormai noti pseudonimi di Eddie Vedder e Jeff Ament – viene issata la bandiera della difesa del Pianeta Terra e dell’ambientalismo.
Eloquente è, innanzitutto, il titolo che indica l’unità di misura di massa corrispondente ad un miliardo di tonnellate, utilizzata in climatologia per quantificare il distacco di ghiaccio ai poli. Scenario, quello artico, protagonista dello scatto, diventato l’artwork ufficiale, di Paul Nicklen, fotografo, regista e biologo marino canadese.
Vere e proprie cascate di acqua di disgelo sgorgano dalla calotta dell’isola di Nordaustlandet, in Norvegia. È possibile intuire dalla tracklist già pubblicata che, attraverso metafore relative alla natura e ai due vettori fondamentali dello spazio e del tempo, vengano affrontate riflessioni individuali e universali. Umane. Marchio di fabbrica di una formazione che ha ampiamente dimostrato il raggiungimento di una propria maturità, sia artistica che “esistenziale”.

Abbiamo letto l’evocativo testo di Dance Of The Clairvoyants, uno dei migliori scritti da Vedder da anni a questa parte. Non c’è timore nel sottolineare la necessità di “sano egoismo” inteso come amor proprio, dichiarato in Superblood Wolfmoon. L’incessante movimento di andata e ritorno emerge in The Long Way o Comes And Goes o, ancora, lo slancio alla fuga, con o senza meta, in Never Destination o Quick Escape. Quest’ultima traccia, con melodia composta da Ament, oltre alla citazione di Kerouac per il tema del viaggio, contiene anche un attacco politico a Trump. Non mancheranno le ballate, struggenti intermezzi e finali tradizionali a cui Vedder e compagni ci hanno abituato. Infatti, il disco è suggellato da Retrograde, che incede con un dolce andamento paragonato a Yellow Moon, e da River Cross, presentata dal frontman in versione solista in diverse occasioni, tra cui l’Ohana Festival del 2015, il Firenze Rocks 2019. È in un’atmosfera sacrale evocata dal Pump Organ del 1850 che si imprime l’attimo di eternità: “I want this dream to last forever”.

Sound

Una volta planata su tutte le piattaforme musicali, Dance Of The Clairvoyants ha destato di sicuro lo stupore dei fan dei Pearl Jam. Stupore per alcuni positivo per il coraggioso piglio sperimentale, per altri di connotazione negativa per la difficoltà nel riconoscere la fisionomia della band. Questa sensazione ambivalente è alimentata da una serie di motivi. Per il brano sopracitato, Vedder, Gossard, Ament, McCready e Cameron hanno chiamato in causa riferimenti da sempre confessati e professati ma da cui non avevano mai attinto direttamente. Dai Talking Heads al post punk di matrice inglese (Wire, Psychedelic Furs, Public Image Ltd), dalla New Wave anni ’80, fino a rimandi più contemporanei che ricordano gruppi come Death Cab for Cutie o gli Editors più “elettronici”.

Non è difficile, inoltre, immaginare l’accostamento a brani della stessa discografia dei cinque, presenti soprattutto in Riot Act, tuttavia non sfruttati mai come singoli. I paletti del recinto di “comfort” si ergono, invece, attorno a Superblood Wolfmoon ma, anche in questo caso, si rintracciano valori aggiunti. La struttura della canzone è più accostabile a una B-Side e lo sguardo è rivolto alla produzione più chiaroscurale. Echi di garage rock si intersecano a passaggi che ricordano Jack White e Frank Black solista. All’interno del disco, sprazzi originali – apprezzati dai più recenti feedback di chi scommetteva su una parabola decadente – potrebbero alternarsi a un’impostazione collaudata ma elaborata da una prospettiva inedita rispetto a quella dell’appiattita era di Brendan O’Brien (e dei suoi fade).

Pur non essendo nuovi all’approccio di particolari tecniche di registrazione – ricordiamo quelle binaurali da cui deriva il titolo del sesto lavoro in studio – i Pearl Jam hanno voluto spingere sul pedale della sperimentazione. Gigaton è mixato in Dolby Atmos, una tecnologia in grado di supportare fino a 128 oggetti sonori mantenendone le caratteristiche e offrendo la possibilità di assegnare loro una qualsiasi posizione nello spazio tridimensionale. È stato Josh Evans, produttore ma soprattutto tecnico del suono, che, dalla sala macchine, ha realizzato tutto ciò. Vantando la collaborazione con nomi del calibro di Mother Love Bone, Soundgarden, Mad Season, Dave Matthews Band, Brandi Carlile e Biffy Clyro, egli ha ottimizzato la sua esperienza precedente sia con i Pearl Jam (si occupò delle chitarre di Lighting Bolt) sia nei progetti paralleli di Jeff Ament (per il terzo album Heaven/Hell) e Mike McCready (per alcune colonne sonore firmate dal chitarrista, come quella di Sadie).

Band

“Siamo così entusiasti di questo pezzo ed è quasi magico il modo in cui questa canzone non avrebbe mai potuto essere scritta da nessun altro individuo o gruppo” – ha rivelato Stone Gossard a proposito di Dance Of The Clairvoyants. Un manifesto che sembra contenere le coordinate artistiche dell’intero lavoro per entusiasmo, spirito di collaborazione (tutti hanno messo “la penna” nella composizione), estro e volontà di rimettersi in gioco, scoprendo le carte del rischio.

Non scendono del tutto a patti con la lista dei desideri dei fan che li vorrebbero o sempre vestiti delle camicie di flanella di Ten, Vs., e Vitalogy o profeti di un genio della lampada di ispirazione. Vedder e colleghi sono musicisti, sono artisti e, in quanto tali, aderiscono ad un’urgenza espressiva. È questa la manifestazione più pura di coerenza. Eddie prova ad appoggiare la chitarra e si dedica al ruolo di paroliere per eccellenza, recupera qualche fascinazione New Wave dei suoi Bad Radio, si cimenta in falsetti, si culla e ci culla a suon di ballate. McCready infuoca la chitarra e le pareti dello studio con il potente assolo del secondo singolo, facendo immaginare la resa sul palco. Inedito, almeno per Dance Of The Clairvoyants, lo scambio di strumentazione: Mike suona le percussioni, Jeff le tastiere, Stone il basso, Matt è l’autore della sezione di drum machine che registra nelle takes. Inoltre, appaiono a sorpresa alcuni ospiti: Brendan O’Brien è alle tastiere in Quick Escape e Retrograde) mentre ai cori di Take The Long Way c’è Megan Crandall delle Lemolo.

World Wide Web

Sebbene il legame con i fan sia sempre stato curato e privilegiato, i Pearl Jam sono diventati famosi anche per il loro non facile rapporto con i “doveri promozionali”. Tuttavia, da Yield in poi e soprattutto con l’avvento del web, la formazione di carriera quasi trentennale ha cavalcato l’onda della diffusione streaming e hi-tech.
Gigaton è un puzzle costruito, tassello dopo tassello, indizio dopo indizio, sui canali social ufficiali. In questi giorni, il gruppo sta regalando un assaggio di tutte le tracce. Il titolo dell’album è stato annunciato per mezzo di una caccia al tesoro digitale; il video di Dance Of The Clairvoyants è stato distribuito in tre differenti versioni, via via più complete, mentre l’anteprima di Superblood Wolfmoon poteva essere conquistata puntando lo smartphone verso “la luna piena”, ovvero una fonte di luce. Proprio il video di questo brano è ideato come un cartone animato realizzato da Tiny Concert, il quale ha disegnato un personaggio per ogni membro della band: grazie a particolari algoritmi, essi “prendono vita” anche durante l’ascolto su piattaforme come Spotify (Gigaton Hunt).

Numerose anche le iniziative di preascolto, come quella organizzata il 24 gennaio al NeueHouse di Los Angeles, dove Eddie Vedder, assieme a John Evans (e parecchie bottiglie di tequila), ha accolto i giornalisti invitati. Il 25 marzo sarebbe andata in scena la Gigaton Experience nei cinema di tutto il mondo e, il giorno successivo, i Pearl Jam si sarebbero dovuti esibire all’Apollo Theatre di New York per un concerto a numero chiuso, il primo dopo tre anni nella Grande Mela. Il condizionale è d’obbligo perché tutte le iniziative, comprese le prime date del tour americano, sono state posticipate per la salvaguardia della salute pubblica durante l’emergenza Coronavirus.

Uno scenario, quello attuale, che condizionerà inevitabilmente l’esperienza “sensoriale” relativa all’ascolto di Gigaton. Forse, per la prima volta, non si potrà correre al negozio di dischi con la trepidazione di appoggiare, di lì a poco, il vinile sul piatto o inserire il cd nell’impianto stereo rimesso a lucido per l’occasione (eccezion fatta per i pre-order). Lo spazio privilegiato sarà quello dello streaming, con il bonus, però, di avere tutto il tempo a disposizione da dedicare a queste dodici tracce tanto attese. L’appuntamento è al 27 marzo… e alla prima videochiamata del nostro “amico di concerti” che vorrà commentare insieme le prime impressioni emerse.

Realizzare questo disco è stato come un lungo viaggio. È stato oscuro e a volte confuso a livello emozionale ma anche una mappa entusiasmante e sperimentale verso la redenzione musicale. Collaborare con i miei compagni di gruppo per Gigaton alla fine mi ha dato più amore, consapevolezza e conoscenza della necessità di connessione umana in questi tempi“. Mike McCready.

Tracklist
1. Who Ever Said
2. Superblood Wolfmoon
3. Dance of the Clairvoyants
4. Quick Escape
5. Alright
6. Seven O’clock
7. Never Destination
8. Take The Long Way
9. Buckle Up
10. Comes Then Goes
11. Retrograde
12. River Cross

Laura Faccenda

Foto di Roberto Panucci

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