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Cosa ci aspettiamo dal tour italiano dei Pearl Jam

Due mesi soltanto e i Pearl Jam torneranno in tour in Italia per tre concerti a Milano, Padova e Roma che si sono fatti attendere tanto dagli irriducibili fan della band. Nonostante la capatina solista di Eddie Vedder dello scorso anno e i progetti paralleli cui i membri dei Pearl Jam non dicono mai di no, la band nella sua interezza mancava da tanto tempo dalle scene musicali dal vivo. Ecco cosa ci aspettiamo dal tour italiano dei Pearl Jam e perché non vediamo l’ora che questi sessanta giorni passino davvero in fretta.

La sindrome Bruce Springsteen
L’ultimo passaggio dei Pearl Jam in Italia col tour 2014 è stato davvero epico. Di quelle date il concerto di San Siro è stato uno dei più chiacchierati e amati, sia dalla fan base, sia dai presenti occasionali, di quell’estate. Perché? Perché i Pearl Jam, benedetti loro, si sono ammalati della sindrome Bruce Springsteen: live lunghissimi (Milano 2014 superò le 3 ore e in generale non si assestano mai sotto le due abbondanti)dove la scaletta è un sentiero dal quale partono strade inesplorate del repertorio non solo dei Pearl Jam, ma anche di chi li ha ispirati e continua a ispirarli nel loro lungo percorso musicale. Tipo Neil Young (immancabile).

Il Ten Club
Se c’è un fan club vivissimo, caldo e organizzato è il Ten Club, che tra le fanbase mondiali è forse tra i più longevi e attivi. Il rapporto dei Pearl Jam con i loro fan della primissima ora (ma anche dell’ultima, ché il ricambio generazionale non manca mai) è davvero intenso e continuo, con speciali dedicati a loro, corsie preferenziali per i biglietti dei concerti e un’infinita collezione di gadget adorabili.

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L’ultimo baluardo credibile del grunge
Lo abbiamo detto, letto e sottoscritto: il grunge è morto e anche noi non ci sentiamo tanto bene (semplificando molto). Ma i Pearl Jam, nella loro incorruttibilità morale verso uno degli ultimi grandi movimenti spontanei di creatività musicale, hanno saputo tenere viva l’ultima fiammella di quella gloriosa epoca di Seattle senza svendersi troppo.

Eddie Vedder
Pochi giri di parole, nessuno è in grado di eguagliare il magnetismo ombroso e disperato di Eddie Vedder e della sua inconfondibile voce. Che è morbida e roca, dolce e graffiante senza perdere un grammo dell’intensità di quasi trent’anni fa. È l’anima fanciullesca e dominante della band, senza nulla togliere a quegli straordinari musicisti e protagonistiche sono Stone Gossard, Mike McCready, Jeff Ament e Matt Cameron. Ma Eddie è Eddie. E pochi leader di band attuali sono come lui.

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Ci hanno insegnato la vita (e continuano a farlo)
I Pearl Jam sono dei sopravvissuti. Hanno attraversato la gloria immediata degli anni 90 con album come Ten, VS e Vitalogy, catapultati in cima alle classifiche con tutti i rischi collaterali del successo. E loro hanno scelto la loro strada, da pionieri, per non perdere credibilità: hanno esplorato altre vie, hanno scelto la politica e la lotta ai bagarini per primi (memorabile la loro lotta contro il monopolio di Ticketmaster negli USA). Sono stati dei perdenti e dei vincenti insieme, e così ci hanno mostrato la bellezza della vita in tutta la loro complessità.

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Le dolenti note
I Pearl Jam sono consapevoli di aver consegnato alla storia della musica degli inni entrati nel cuore del fastidioso immaginario collettivo. Ma non se ne vantano nemmeno quando potrebbero: brani come Alive, Black, Daughter, Do The Evolution, Even Flow, Yellow Ledbetter (tanto per citarne qualcuno), sono il migliore biglietto da visita della band e l’ossatura dei concerti dal vivo dei Pearl Jam. I fan attendono le nuove canzoni alla prova dal vivo, che solitamente determina la fortuna di un brano: chissà che Can’t Deny Me e le altre, se ci saranno, non vengano benedette proprio dal tour italiano.

Arianna Galati

Foto di Francesco Prandoni

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