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Permanent Waves dei Rush compie 40 anni

La recente scomparsa di Neil Peart ha riportato i riflettori sui Rush, leggendaria progressive rock band canadese che, nel 2020, celebra anniversari importanti di tre album che hanno contribuito sia a definirne il sound, sia a consolidarne l’importanza. Parliamo delle due release del 1975, Fly by Night e Caress of Steel, e dell’importantissimo Permanent Waves, uscito il 14 gennaio 1980.

Fly By Night – 1975
Il secondo disco dei canadesi Rush è in realtà per loro un nuovo inizio. Alex Lifeson e Geddy Lee, amici da sempre, fondano la band supportati dall’affetto delle famiglie e dai contributi statali, un’atmosfera protetta ed affettuosa come solo in Canada poteva accadere. Vogliono suonare il rock come i loro idoli: Cream, The Who e Led Zeppelin. L’omonimo debutto, del 1974, è un onesto e divertente se non derivativo albumetto di hard rock; niente di trascendentale ma va giù come l’acqua. La band però ha problemi con il batterista: ci sono divergenze a livello musicale, soffre di diabete, la vita on the road non fa per lui.

Nel 1975 cambia tutto, con l’arrivo di due personaggi fondamentali. Il primo è Terry Brown, il produttore che diventerà fidato compagno di viaggio e accompagnerà la band fino al 1982. Il secondo è The Professor, sua maestà, il batterista Neil Peart. Preso da una band locale, andrà a definire una lineup che diventerà storica, con tre amici uniti fino alla fine. Il suo arrivo, oltre a portare un bagaglio tecnico mostruoso, ridefinirà i ruoli: Lifeson e Lee a dedicarsi completamente alla musica e Peart, acculturato divoratore di libri, a diventare l’erudito autore di tutti i testi, soluzione più unica che rara per una band rock. Dietro le pelli più Buddy Rich che Keith Moon, più Ginger Baker che John Bohnam, crescerà fino a diventare uno dei batteristi più noti, influenti e coraggiosi del rock. Un vero mito, un vero gentleman.

Fly By Night è decisamente ancorato all’hard rock, se non al proto-heavy metal anni ’70, a partire dalla copertina disegnatissima. Dei dischi dell’epoca d’oro è quello che sicuramente pesta di più: il lato A in particolare è uno showcase per Peart che picchia come un fabbro, per i riff di Lifeson e le urla di Lee. Anthem è un biglietto da visita perfetto: fuochi d’artificio alla batteria, riff su riff, ritmiche più originali della media, Lee che ruggisce e il testo basato sulla filosofia oggettivista di Ayn Rand. Seguono altre due hard rocker come Best I Can (uno dei pochi casi di brano composto interamente da Geddy Lee) e Beneath, Between & Behind, dove la produzione quasi-live in pieno stile anni ’70 valorizza i riff di Lifeson sdoppiandoli in ciascun canale stereo.
Non si pesta tutto il tempo, anzi il lato B è decisamente più raccolto: la title track (e singolo del disco) è melodica ed orecchiabile, offrendo alla band una prima visita alle classifiche canadesi. Il resto vira sull’acustico, in particolare nei 5 minuti di Rivendell, brano che contemporaneamente cita il fantasy di Tolkien e fa il verso agli episodi acustici dei loro beniamini Led Zeppelin. Solo che quando Page e Plant citavano Mordor riuscivano a tirare figa comunque…qua i ragazzi sono più nel territorio da D&D carta e penna e amici nerd.

La parte da leone nel disco la fa però il quarto pezzo, By-Tor & the Snow Dog, che con i suoi otto minuti fa entrare la band nelle lande dei piaceri proibiti del progressive rock. Nato come uno scherzo, probabilmente alimentato da qualche canna di troppo, è diventato la storia in otto parti dell’eterna lotta tra il bene e il male, qui incarnati da due cani da combattimento. Non è per niente una sbrodolata inascoltabile anzi, suona accattivante e coinvolgente in ogni sua frazione, sia dalle melodie che introducono la storia, fino alla sezione strumentale dove vengono simulate con accenti e chitarre distorte i colpi, le zampate e i morsi dei due cani. E’ diventato uno dei brani preferiti dai fan ed è l’antipasto di quello che avverrà nel futuro prossimo (fun fact: i Metallica nell’atroce St. Anger del 2003 ne prenderanno in prestito un riff).

Fly By Night sarà una bella soddisfazione per la band, permettendo ai Rush di aprire per band come Aerosmith e Kiss. Certo non è che improvvisamente tutte le puntine dei giradischi calarono su di loro, ma è un disco che si fa notare in un 1975 pieno di lavori come Toys in the Attic degli Aerosmith, A Night at the Opera dei Queen, Welcome to my Nightmare di Alice Cooper, Physical Graffiti dei Led Zeppelin, Come Taste The Band dei Deep Purple con David Coverdale e i Rainbow di Ritchie Blackmore.

Caress Of Steel – 1975
I ragazzi canadesi sono entusiasti: nel corso del 1975 hanno trovato un membro insostituibile (il batterista Neil Peart), hanno pubblicato un gran disco e hanno iniziato a girare per i tour che contano.
Come solo in quella decade poteva capitare, non è ancora finito l’anno che sono già tornati in studio per registrare il nuovo album, Caress of Steel. Hanno un’idea precisa: tre pezzi nel lato A per presentare volti differenti della band e fare il punto della situazione, poi giù di brutto con il nuovo che avanza. Il disco si apre con Bastille Day: uno dei riff più conosciuti della band, è un divertente proto-heavy-metal-history-channel, roba che in futuro farà la fortuna degli Iron Maiden.

E qua iniziano i problemi.
Le due successive non sono solide come i brani del disco precedente. I Think I’m Going Bald è un’onesto rock’n’roll ispirato alla contemporanea Goin’ Blind dei Kiss, ma è poco più che uno scherzo. Lakeside Park tira fuori il lato più pop e quieto della band, con una melensa cartolina di paesaggi canadesi. L’avranno anche recuperata per le celebrazioni del quarantennale, per me è puro valium.

E qua iniziano i problemi SERI.
La band era presa benissimo per By-Tor and the Snow Dog, la suite fantasy di 8 minuti presente su Fly By Night. Stanchi del formato classico della canzone rock, decidono di dedicare ben mezz’ora (incluso l’intero lato B) a due lunghe suite: The Necromancer e The Fountain of Lamneth.
Sarà un disastro: lasceranno spiazzati i fan, deluderanno la casa discografica (che voleva sentire ben altra musica) e non saranno comprese neanche dai loro amici (Stanley e Simmons dei Kiss risposero praticamente “Cazzo è un negromante? Dov’è la figa?”).

Il problema dei due brani è che suonano fin troppo didascalici, vedi le parecchie parti narrate contenute in The Necromancer, e pedanti, ripescando espedienti già utilizzati, presentando parti troppo sconnesse tra loro (se non veri e propri assoli sotto mentite spoglie) e in generale suonando poco spontanei. Insomma, incapaci di avvicinarsi anche solo lontanamente alla tecnica e alla teatralità di band come Yes e Genesis o all’energia di dischi come Queen II.

Fu un tremendo passo falso che fece indietreggiare la band nella scala alimentare, costringendoli a un demoralizzante tour in miseri localetti. Ce ne è voluto di tempo perché i fans iniziassero ad apprezzare Caress of Steel, ma anche tra quelli più accaniti viene spesso considerato un guilty pleasure, e tra gli album del periodo d’oro è sicuramente il più debole. Come dirà in un’intervista anni dopo Taylor Hawkins dei Foo Fighters: “Adoro Caress of Steel…ma non è un disco che metterei su con mia moglie nei paraggi”.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Se c’è da trovare dal buono in questa esperienza abbiamo l’arrivo di Hugh Syme a curare la copertina (artista d’avanguardia che diventerà tra i più quotati del rock) e la forza data alla band per serrare ancora di più i ranghi e perseverare per la propria strada, ignorando casa discografica ed amici per andare poi a comporre quello che sarà il monumentale 2112. Ma questa è un’altra storia.

Permanet Waves – 1980
E’ un disco fondamentale nella discografia dei Rush. Per molti è pure il migliore. Non è un caso che sia uscito nel Gennaio del 1980, diventando un monumentale spartiacque tra due decadi.

Ad una velocità supersonica, e nello spazio di pochissimi anni, il power trio canadese si era imposto come peso massimo del progressive rock. Dalla gloriosa suite 2112, al dolce singolo Closer To The Heart, passando dall’hard rock degli esordi alle strumentali impossibili come La Villa Strangiato, la band era ormai un’istituzione. In maniera naturale, senza alcuna forzatura, capiscono che è il momento di abbandonare i kimono, i baffi a manubrio, le chitarre a doppio manico. La batteria di Peart è diventata ormai un’astronave con campane tubulari, gong, chimes, triangoli: hanno sviscerato il prog settantiano ma è inutile perseverare in quella direzione. Le storie epiche e fantasy sono ormai state stra-abusate, e c’è il rischio che il tutto inizi a puzzare di muffa.

Sintetizzando criminalmente, si potrebbe tagliare corto dicendo che cercano sonorità più accattivanti e una forma-canzone più radio-friendly, battendo sul tempo i Genesis di Duke e gli Yes di Drama (dischi usciti lo stesso anno). Sarebbe un commento fuorviante però, dato che la loro musica è tutto fuorché annacquata, anzi. I testi diventano più profondi e le canzoni sono dei diabolici ‘falsi orecchiabili’, dove durate più contenute e costruzioni meno articolate contengono comunque assoli impegnativi, molteplici cambi di tempo e ulteriori sperimentazioni.

Il tutto in sole sei canzoni, tre per lato, totali 35 minuti di oro musicale.
The Spirit of Radio, tra i loro più grandi successi, incarna perfettamente la nuova direzione. Lifeson manda in loop un accattivante lick di chitarra, sotto il quale sparano un giro all’unisono basso e batteria, uniti ai pedali synth di Lee. Lifeson cambia il giro per seguire gli altri strumenti, buttateci un cambietto di tempo nel mezzo, poi si ritorna al tempo principale con un nuovo riff che funziona da seconda introduzione, per poi passare al giro portante. Un riff deciso e al tempo steso arioso, che da l’addio ai ’70, e sotto cui il basso di Lee galoppa giocoso mentre tiene coi synth le melodie. E’ proprio un bel singolazzo da radio rock, provate però a chiedere ad un batterista di replicare la ritmica e vedete cosa vi risponde. Si canta di come sia cambiata la scena radiofonica e della difficoltà nel bilanciare integrità artistica e necessità commerciali: One likes to believe In the freedom of music – But glittering prizes and endless compromises – Shatter the illusion of integrity, yeah. Buttateci dentro poi bridge con loop di sintetizzatori e xilofoni, una parte finale con del reggae e capirete che in meno di 5 minuti c’è un condensato musicale divino.

Freewill è un’altra lettera d’amore di Peart verso la filosofia oggettivista: You can choose a ready guide in some celestial voice – If you choose not to decide you still have made a choice – You can choose from phantom fears and kindness that can kill – I will choose a path that’s clear I will choose free will. Roba tosta, nonostante il riff diretto, la melodia ottantiana dei synth e la linea vocale della strofa che ricalca il riff. Un altro pezzo accattivante pieno di soprese: a ¾ cambia umore con un secco giro di basso che lancia uno degli assoli più impegnativi di Lifeson, in un’ atmosfera che rimanda ai territori prog matti del precedente Hemispheres per poi sfociare nell’ultima strofa, dove Geddy canterà per l’ultima volta urlando sguaiato come nei ’70 (e raggiungendo qui le note più acute della sua carriera).

Jacob’s Ladder vira nel territorio del progressive cinematografico, cercando di dare una rappresentazione musicale dell’omonimo fenomeno atmosferico (inclusi i chiari connotati biblici). La prima parte, marziale e solenne, cresce fino ad incastrare dentro riff e giri di chitarra che in stile King Crimson (col senno di poi, dato che il loro Discipline uscirà solo l’anno successivo), fino a sfociare in un tripudio di space rock atmosferico a colpa di mini moog.

E il sintetizzatore è presente in maniera massiccia anche in Entre Nous, il bistrattato secondo singolo. Un’esortazione all’accettazione e al riconoscimento reciproco (Just between us. I think it’s time for us to recognize The differences we sometimes feared to show – Just between us I think it’s time for us to realize the spaces in between leave room for you and I to grow) che nel ritornello rimanda alle parti acustiche di Closer To The Earth, una delle loro canzoni più celebri.

Atmosfere inedite in Different Strings, con ospite Hugh Syme al pianoforte: un pezzo raccolto ma che cresce di intensità senza perdere l’atmosfera notturna e raffinata, in particolare nell’intensa parte finale con l’assolo di Lifeson, dove con molte meno note rispetto al solito riesce a trasmettere grandi emozioni.

E il tutto si chiude con una fan-favorite: i dieci minuti di Natural Science che sono l’addio alle suite progressive degli anni ’70. E’ un calderone di atmosfere e melodie, che inizia acustica con echi e scrosci d’acqua naturali (registrati nell’eremo canadese dove è stato composto il disco) e prosegue con cambi di tempo, riff angolari, melodie memorabile e…neanche un ritornello.

Il disco sarà un successo immediato, e sarà l’apripista per il sound ottantiano dei Rush, che avrà in serbo molte altre sorprese e tantissima musica. E’ uno dei dischi più noti del progressive rock, basta anche vedere quante volte è stato ristampato e ripubblicato, comprese versioni in audio 24-bit 192Khz per veri audiofili.

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