Onstage
PETE-DOHERTY-MILANO-2019

Pete Doherty a Milano e Treviso. Ed è subito decadentismo dandy.

Partiamo da un presupposto, perchè credo ancora nel detto patti chiari amicizia lunga: non ho idea di quale sia stata la setlist della data milanese di Pete Doherty and The Puta Madres. Perchè, forse,  anche se i roadie prima che si spegnessero le luci hanno gaffato con molta cura una decina di scalette sul palco dei Magazzini Generali, della setlist non fregava niente a nessuno. Soprattutto a Pete Doherty che, tra un’improvvisazione e un’altra, non ha mai smesso di essere onestamente e incredibilmente se stesso. O, meglio, i tanti sé che fanno a botte dentro la sua testa e si spingono barcollando e finiscono con i piedi all’aria contro le sue costole – ah, che male.
Perchè in quasi di ore di concerto Pete Doherty non smette di cambiare. Umore. Mood. Atmosfera. Modo di suonare e di cantare. Quasi come se ogni due canzoni facesse posto ad un altro dei suoi sé che gli si azzuffano nel cervello.
Un’icona dandy del rock britannico.
Uno dei migliori lyricist dell’ultimo decennio.
Un improvvisatore jazz.
Un Boudelaire musicista senza nessun tipo di regola. 

Sono giusto una manciata le canzoni che Pete Doherty inizia e finisce in un modo che assomiglia anche solo remotamente alla versione disco: Last of the Eglish Roses, I don’t love anyone, The whole world is our playground. Il resto è solo musica. Improvvisata, caotica, artistica, vera. Anche se spesso i suoi musicisti non sembrano apprezzare a pieno, tutti questi sbalzi d’umore e di musica, quasi come se fossimo su una montagna russa che non smette di girare. “Ci prendiamo qualche minuto di pausa”, dice Pete Doherty. E dopo quasi dieci minuti rientra, senza bassista, e prende il basso tra le mani. I suoi musicisti lo guardano smarriti per la maggior part del set, con un misto di adorazione e confusione, che è poi quello che in parte proviamo anche noi, che siamo dall’altra parte del palco.
Perchè quello che ci arriva è un’impressione di contraddizione, di un talento di sicuro genuino ma incostante e incredibilmente decadente. In alcuni momenti Doherty sembra quasi estraniarsi dal pubblico e dal resto della band, in altri mantiene la più totale concentrazione, quella dell’ispirazione più alta e poetica. E sembra quasi di essere in un romanzo romantico di fine ‘800.
In un romanzo, in una giostra, in un frullatore.
Ad un concerto di Pete Doherty non fai altro che oscillare. 

Tra ironia e sincerità. 

Tra esuberanza e introspezione.
Da destra a sinistra, senza nessun tipo di regola.

E ci piace così. 

Pete Doherty – Treviso 11 ottobre 2019
di Nicola Lucchetta

Pete Doherty si ama o si odia: non esistono vie di mezzo per descrivere quell’artista britannico che con i Libertines ha scritto pesanti pagine di storia agli inizi di questo millennio e con i quali, proprio dalla fine di ottobre, tornerà in tour in giro per l’Europa. A quarant’anni, debutta discograficamente con il nuovo progetto The Puta Madres, con i quali al New Age Club di Treviso inaugura un tour italiano di tre concerti.

Insieme ai compagni di avventura dei Puta Madres, sul palco saliranno in alcuni momenti anche i suoi inseparabili cani husky, ai quali verrà dato spazio ad esempio su Narcissistic Teen Make It First estratta dall’omonimo album uscito quest’anno. Il concerto è infatti un vero e proprio tour dei The Puta Madres, con molti pezzi dall’ultimo studio album dove viene dato ampio spazio alle sonorità acustiche, e nei cui brani le atmosfere vengono arricchite dalle tastiere della compagna, anche di vita, Katia De Vitas.

Genio e sregolatezza, sprazzi di classe e clamorosi vuoti di attenzione: l’esibizione del musicista londinese riflette la personalità non facile di una delle poche autentiche icone rock nate negli ultimi vent’anni, un uomo conosciuto tanto per la sua musica quanto per le vicende private che hanno riempito le pagine di gossip. Un concerto che inizia tardi, dopo l’esibizione di quei Life che dimostrano tanta compattezza in sede live quanto quella derivazione, che è una colpa ormai diffusa, dalla scena post-punk di fine anni Settanta. Lo show di Pete inizia con un certo ritardo e, al netto delle varie pause accumulate, la sua durata supererà di poco l’ora e dieci minuti.

Non manca il materiale dal resto della carriera di Doherty, comprese alcune chicche come The Whole World Is Our Playground, inizialmente uscita come singolo per un Record Store Day. Pur non mancando l’elettricità di brani più rock come la groovy Hell To Pay, a dominare la scelta dei brani in scaletta sono i pezzi acustici.

E non è un caso che canzoni come Last Of The English Roses, Ride Into The Sun e Paradise Is Under Your Nose siano state accolte con un lungo applauso. Pur essendo di fronte ad una vera e propria band, il concerto è sulle spalle dei soli Doherty e Jack Jones, con il quale Pete collabora da anni e con cui, in alcuni momenti, si nota quella sinergia vista più volte con Carl Barat ai tempi dei Libertines.

Un’esperienza per i soli fan: così si può descrivere lo show di Pete Doherty And The Puta Madres. Una delle persone meno facili del panorama musicale britannico riversa tutte le sue problematiche, e la sua genialità, in uno show il cui unico grande difetto è l’esigua durata.

Paola Marzorati

Foto di Elena Di Vincenzo

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