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The Wall dei Pink Floyd compie 40 anni

30 novembre 1979. Dopo una gestazione a dir poco complicata, finalmente The Wall, l’undicesimo disco dei Pink Floyd, vede la luce. Un lavoro che nonostante le tematiche trattate godrà di un successo commerciale epocale, diventando uno degli album più venduti di sempre con oltre 24 milioni di copie smerciate. Segnerà la fine di un’epoca per la storica band britannica, e l’inizio di un nuovo corso, parallelo alle trasformazioni socio-economiche che traghetteranno il passaggio tra anni ’70 e ’80, per poi accompagnare uno dei momenti più significativi non solo degli anni ’90, ma anche di tutta la storia contemporanea.

Ma andiamo con ordine. Facendo un piccolo passo indietro, come accennato qualche riga sopra, la genesi di The Wall è stata macchiata da una serie di eventi interni ed esterni, che se non fosse stato per alcune circostanze fortuite e per l’intervento di qualche deus ex machina, avrebbero provocato il prematuro collasso del progetto e dei Pink Floyd stessi. Liti per le royalties, problemi con il fisco, impianti scenici sempre più faraonici e per questo tremendamente costosi, pressioni della casa discografica, investimenti azzardati e i rapporti tra i membri del quartetto ormai del tutto compromessi (Richard Wright verrà estromesso dalla band durante la registrazione di The Wall, ma continuerà a esibirsi con i suoi ex compagni in qualità di turnista nei live successivi), con Roger Waters che porta a compimento la sua egemonia sul resto del gruppo, prendendo in mano le redini già in maniera significativa dal precedente Animals, sono tutti elementi che hanno preceduto o caratterizzato la nascita di The Wall.

Per fortuna, in questa polveriera potenzialmente fatale, il contributo del producer Bob Ezrin nel completamento del concept ideato dal bassista dei Pink Floyd è stato fondamentale, così come la trasposizione in immagini del disegnatore Gerald Scarfe e gli arrangiamenti orchestrali di Michael Kamen, vitali dato il ridimensionamento di Wright alle tastiere. Senza contare David Gilmour, indispensabile nella scrittura e nell’interpretazione di alcuni pezzi, così come nel suo guitar work.

The Wall è un’opera rock che ben dipinge il clima claustrofobico e di alienazione che ha accompagnato la propria nascita. Semplificando il tutto all’estremo, il disco si basa su sei punti cardinali, o meglio “mattoni”, che vanno uno dopo o l’altro a costruire il famoso muro dietro al quale Pink, protagonista del concept in parte ispirato alla vita di Waters, si trova gradualmente prigioniero. Il primo è la guerra, legata a doppio filo alla morte del padre (anche quello del bassista, caduto durante la battaglia di Anzio nel 1944), un evento che segnerà la propria esistenza nel profondo (i continui rumori di elicotteri, di spari, di grida nel disco, così come Vera e Bring the Boys Back Home, sono solo alcuni degli esempi più significativi).

Il secondo “mattone” è la presenza soffocante della madre iperprotettiva (“Ora stai zitto, piccolo, non piangere, la mamma realizzerà tutti i tuoi incubi … di certo la mamma ti aiuterà a costruire il muro”, come recita Mother), che non lascerà modo a Pink di ragionare senza condizionamenti esterni al proprio giudizio. Anche la scuola e soprattutto alcuni professori particolarmente autoritari e ciechi di fronte alla creatività e al libero arbitrio degli studenti saranno la causa dell’isolamento del protagonista (e qui, Another Brick in the Wall in tutte e tre le sue parti parla da sola), per non parlare del divorzio da una ormai ex moglie sposata troppo giovane, e da cui sarà impossibile allontanarsi senza rompersi le ossa (Don’t Leave Me Now).

Si prosegue con la vita logorante da rockstar, quale appunto è Pink, così come Waters: emblematica in questo Comfortably Numb, che narra il recupero in extremis del protagonista in crisi esistenziale, che verrà drogato per poter continuare a esibirsi, e di conseguenza, generare profitti nelle casse dei discografici. Da ultimo, la spersonalizzazione della formazione sommersa da effetti speciali sempre più elaborati e ingombranti, così come la spersonalizzazione del pubblico, percepito dai musicisti sul palco come una massa senza volto, senza storie e senza nome, costituiscono l’ultimo mattone nel muro. Nel brano In the Flesh?, che significa per l’appunto ‘in carne ed ossa’, Pink si interroga per ben due volte nel corso dell’opera su quale sia la vera identità della band, trovata che è stata anche ripresa nel tour promozionale di The Wall grazie all’utilizzo di una “surrogate band”, che suonava accanto ai veri Pink Floyd, indossando i calchi del viso dei musicisti originali.

Episodi di vita reale, non solo di Waters quindi, ma anche di tutta la sua band, incluso il richiamo al mai dimenticato Syd Barrett (“lo sguardo fisso e selvaggio … la pettinatura alla Hendrix … i lacci elastici per indossare le scarpe” – Nobody Home), compongono la storia di Pink, che deve necessariamente toccare il fondo prima di riuscire a buttare giù il muro, passando per uno stato allucinatorio, in cui si trasforma in rockstar “dittatore” (Run Like Hell e Waiting for the Worms), fino ad arrivare alla consapevolezza derivante da un processo di autoanalisi interiore (The Trial), che le sue barriere alla fine cadranno, nonostante tutti i danni che durante la sua metaforica prigionia ha provocato a se stesso e agli altri (“Da soli o a due a due/ Quelli che davvero ti amano/ Vanno e vengono al di là del muro/ Alcuni mano nella mano/ Altri riuniti in gruppi/ Quelli sensibili e gli artisti/ Cercano di abbatterlo/ E quando ti avranno dato il meglio di loro/ Qualcuno barcollerà e cadrà/ Dopotutto non è facile/ Picchiare il cuore contro il muro di un folle” – Outside the Wall).

Da un punto di vista strettamente musicale, The Wall non è un disco innovativo, ma rappresenta la summa dell’esperienza e della tecnica dei Pink Floyd tradotta in un rock facilmente fruibile (vedi la super hit Another Brick in the Wall, Part 2, disarmante nella sua struttura semplificata al massimo), al di là di un concept estremamente complesso, e di episodi oltre la claustrofobia, presenti soprattutto nella seconda facciata del lavoro (oltre al fatto, per dirla tutta, che la fretta con cui è stato pubblicato The Wall ha portato all’esclusione di alcuni pezzi, a un rimaneggiamento dell’ordine della tracklist e a diversi errori di stampa del booklet originale, elementi che non contribuisce all’intelligibilità generale del progetto).

Come anticipato in apertura, The Wall è stato la colonna sonora della caduta del muro di Berlino, orchestrata da Roger Waters ormai in veste solista con la collaborazione di diversi artisti internazionali. Ma prima ancora, l’undicesimo disco dei Pink Floyd è stato trasposto in una pellicola diretta da Alan Parker, con Bob Geldof nei panni di Pink. Un’opera che ha segnato la storia, non solo quella della musica, e che il bassista e mastermind ama spesso riproporre durante le proprie tournée, come simbolo di una vena creativa e di una congiunzione astrale che non si è mai più ripetuta e che mai più potrà accadere in futuro, ma il cui lascito è ancora inestimabile a quarant’anni dalla pubblicazione.

Chiara Borloni

Foto di Francesco Prandoni

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