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Ummagumma dei Pink Floyd compie 50 anni

Ummagumma è il quarto disco dei Pink Floyd, ed è stato pubblicato in un periodo di fermento e transizione sociale, che come spesso succede, si riflette nella musica dell’epoca. Infatti, Ummagumma rappresenta un’opera di passaggio, un lento e sentito distacco dalla psichedelia degli esordi, per arrivare al progressive di cui i Nostri sono stati tra i maestri assoluti.

Il biennio ’67-’69 è stato a dir poco intenso non solo a livello politico e storico, ma anche nello specifico per i Pink Floyd stessi. Dopo l’esordio discografico con The Piper at the Gates of Dawn e l’addio forzato dell’allora leader Syd Barrett l’anno successivo, a cui è seguito l’ingresso in line-up di David Gilmour, la formazione si ritrova in un equilibrio precario, ma al contempo in una fase creativa esplosiva che esprime il suo apice proprio in Ummagumma. Il disco è diviso in due parti: la prima live, registrata tra il Mothers Club di Birmingham e il College of Commerce di Manchester, la seconda in studio (e che studio, dato che parliamo di Abbey Road), ed è introdotto da una copertina geniale, l’ultima a ritrarre i membri della band.

L’unico pezzo inedito della parte dal vivo di Ummagumma è Careful with That Axe, Eugene (che in un secondo momento finirà anche nella colonna sonora di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni con il titolo di Come In #51, Your Time Is Up), mentre Astronomy Domine (contenuta in The Piper at the Gates of Dawn), Set the Controls for the Heart of the Sun e A Saucerful of Secrets (tratte dal secondo album dei Pink Floyd) sono rivisitazioni live di brani già noti ai seguaci della formazione, nelle quali i tempi si dilatano, mostrando il nuovo volto progressive del gruppo (e che, eccezion fatta per Astronomy Domine, costituiranno il cuore del leggendario Live a Pompei del 1972).

La seconda metà di Ummagumma, rappresenta ancora il legame con la psichedelia e permette a ciascun componente dei Pink Floyd di mettersi in luce singolarmente. Per volere di Roger Waters infatti, ogni composizione della parte in studio del disco doveva essere curata da ciascun membro della band in completa autonomia, senza l’aiuto o l’influenzamento dei propri colleghi (fatto che ha gettato il nuovo arrivato David Gilmour nello sconforto più totale, essendo poco avvezzo al lavoro in solitaria, e che ha provocato una certa ostilità e durezza di giudizio da parte dei Pink Floyd stessi riguardo al proprio operato anche a diversi anni dalla pubblicazione dell’album).

Tra improvvisazione, sperimentazione folle, sovraincisioni, registrazioni al contrario e versi animali, talvolta ai limiti dell’ambient, la seconda metà di Ummagumma si traduce in un esercizio di stile e in voli pindarici (come l’assolo di batteria di sette minuti di Nick Mason nella seconda parte di The Grand Vizier’s Garden Party) che nonostante tutto hanno portato il quarto disco dei Pink Floyd a un discreto successo commerciale e a un’ottima accoglienza della critica, oltre a segnare soprattutto la fine di un’epoca e l’inizio di un nuovo corso per Waters e soci.

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