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PJ Harvey compie 50 anni: le collaborazioni più importanti

Compie oggi cinquant’anni Polly Jean Harvey. Sembra incredibile, ma la giovane ragazza che nei primi anni 90 era stata capace di stregare il mondo del rock con il suo disco di debutto è diventata ormai una donna fatta e finita, anzi una donna fatta e in continua evoluzione: “I’m always writing, that’s what I do” ha dichiarato più volte nelle sue interviste.

Trasformista per eccellenza, seconda soltanto a David Bowie e Madonna, nel corso della sua carriera è stata blues woman e punk rocker arrabbiata, musicista sperimentale e alternative rock, dolente chanteuse raffinata, folk singer impegnata, poetessa, scultrice e un sacco di altre cose che stanno lì in mezzo a collegare le une alle altre.

Ad oggi è l’unica cantante ad aver vinto per ben due volte (nel 2001 con Stories From The City Stories From The Sea e nel 2011 con Let England Shake) il prestigioso Mercury Prize – il premio che viene assegnato ogni anno al miglior artista musicale del Regno Unito.

Di lei non si sa molto. Spuntata fuori dalla tranquilla campagna inglese del Dorset, Polly è sempre stata in qualche modo invischiata con la musica (a 11 anni ha iniziato a suonare il sassofono, per poi passare alla chitarra, alle lezioni di canto e al pianoforte), ma ha sempre cercato di mantenere il massimo riserbo sulla sua vita privata lasciando parlare soltanto la sua arte.

Dagli esordi degli anni 90 ad oggi ha attraversato diverse scene musicali influenzandole e lasciandosene influenzare. Per questa ragione, per celebrare i suoi 50 anni abbiamo deciso di ripercorrere la sua carriera attraverso le sue collaborazioni artistiche più importanti. Con ciò non si intende naturalmente sminuire l’importanza della sua opera in solitaria, ma al contrario puntare una lente di ingrandimento su quanto questa sia stata determinante nel plasmare altri mondi in una continua ricerca del confronto/scontro con l’altro, inteso sia in senso musicale, sia nel senso più ampio possibile del termine.

Innanzitutto, il progetto musicale di PJ Harvey nasce già come una collaborazione in quanto esordisce formalmente come un trio, composto da lei medesima (voce e chitarra), Ian Olliver al basso e Rob Ellis alla batteria. Il suono iniziale sta dalle parti della Magic Band di Captain Beefheart e del suo blues stralunato, scorticato nel profondo delle viscere dal punk. Il loro primo pezzo – Dress – è un manifesto del senso di inadeguatezza femminile: la canzone, infatti, parla di una ragazza che indossando un abito da sera dovrebbe sentirsi più attraente, ma nei fatti la cosa non la fa sentire a proprio agio (“Schifosamente stretto, il vestito è ripugnante”) e si risolve in una rovinosa caduta a terra nel tentativo di danzare (“cado a terra e le mie braccia sono vuote / chiaramente il modo migliore per uscire da questa stanza / una donna che cade in costume da ballo). Il brano ottiene l’endorsement di John Peel che li ospita in radio lanciando di fatto la loro carriera verso il successo, che arriva subito con il primo album Dry (1991) e viene poi riconfermato con il secondo Rid Of Me (1993). A questo punto Polly scioglie il trio per proseguire da sola. Ma ormai sono già “tutti pazzi per PJ Harvey” che da sola, in effetti, non lo sarà mai. Basti pensare che per il suo terzo album To Bring You My Love  (1995) metterà insieme un vero e proprio dream-team di musicisti composto, tra gli altri, da John Parish degli Automatic Dlamini – con cui aveva già collaborato in passato – e il polistrumentista australiano Mick Harvey, sodale di Nick Cave sia nei Birthday Party che nei Bad Seeds.

Proprio l’incontro con Nick Cave nel 1996 accende un fuoco che divampa in una storia d’amore breve, ma intensa.  Da quel turbine di emozioni nascerà una canzone – Henry Lee  pubblicata su Murder Ballads  di Nick Cave – destinata a durare molto più a lungo della loro relazione, pur essendone sintesi perfetta: il video li ritrae mentre fanno l’amore con le parole, con i gesti e con gli occhi, in una danza sensuale destinata a concludersi con la morte di lui per mano di lei. E infatti sarà lei, come ha recentemente confessato Nick sul suo blog The Red Hand Files, a lasciarlo con una telefonata che avrà lo stesso effetto della coltellata inflitta nella canzone.

Per riprendersi Nick dovrà scavare dentro di sé come non aveva mai fatto prima ed estrarre dalla ferita quel capolavoro di The Boatman’s Call  in cui tutte le figure femminili sono ispirate a PJ Harvey e dove per la prima volta parla delle sue emozioni in prima persona.

Nel frattempo Polly  è già andata avanti inesorabile come la lama del suo coltello che ci ha aperto le carni e ha dato vita a un intero album – Dance Hall At Louse Point  – suddividendosi i ruoli con John Parish: lui alle musiche e lei ai testi, che ovviamente saranno enormemente influenzati dall’immaginario gotico caveiano e dalla fine della loro relazione. L’amore andato a male è sempre stato un tema dominante, ma qui raggiunge il suo climax nella rielaborazione dello standard Is That All There Is?  in cui Polly ha modo di concentrarsi unicamente sull’espressività della sua voce, che nell’alternanza tra parlato e cantato, tocca il cielo con un dito e lo porta all’inferno:

We were so very much in love
Then one day he went away and I thought I’d die, but I didn’t
and when I didn’t I said to myself, is that all there is to love?”

Un inferno che si concretizza anche nei suoni quando PJ Harvey si invaghisce del lato oscuro del trip-hop e incide un pezzo con Tricky dal titolo Broken Homes – una sorta di marcia militare diretta verso la corte marziale di un futuro distopico in cui bisogna uccidere il successo prima che il successo ti uccida.

Ma se dovessimo scegliere una canzone di PJ Harvey in grado di uccidere qualcuno non avremmo dubbi e andremmo a pescare un pezzo minore del suo repertorio, nato dalla collaborazione con l’avanguardista Pascal Comelade per il film di Hal Hartley The Book of Life.  Se riuscite a rimanere impassibili davanti al minimalismo struggente di Love Too Soon (Love too soon can fade away / Love too soon can fail away) vi consiglio di farvi vedere da qualcuno perché probabilmente il vostro cuore ha smesso di battere da tempo.

Una cosa che non sembrava tanto lontana dalla realtà all’alba degli anni 2000, quando il senso di alienazione dell’individuo stava diventando una naturale conseguenza del logorio causato dalla vita moderna. Sensazione che viene ben descritta in This Mess We’re In, il brano concepito da PJ Harvey apposta per essere cantato dalla voce di Thom Yorke, che non si negherà regalandoci questa sorta di Street Spirit  velocizzata a due voci, in cui il lamento di Thom la fa da padrone, mentre Polly gli risponde con freddezza, la stessa freddezza del sole della città che tramonta sopra di lei  (The city sunset over me) fagocitando qualsiasi tipo di rapporto umano.

Rapporti che invece Polly Jean continuerà a intrattenere con una lunga schiera di musicisti e artisti anche negli anni a venire. A cominciare dagli Sparklehorse di Mark Linkous a cui regala il suo controcanto in Piano Fire  e il suo canto contro in Eyepennies, per poi passare alla sabbia del deserto immaginata dai Giant Sand di Howe Gelb e a quella reale delle Desert Sessions organizzate da Josh Homme dei Queens Of The Stone Age, dove avrà modo di conoscere anche Mark Lanegan, che la chiamerà a sé (Come To Me) per colpire la città (Hit The City).

Menzione d’onore anche per la partecipazione al progetto di duetti di Gordon Gano dei Violent Femmes, che si apre proprio con il pezzo suonato da Polly – Jean Hitting The Ground – e per la collaborazione al disco di Marianne Faithfull Before The Poison,  a cui parteciperà – ironia della sorte – anche Nick Cave. I due non si incroceranno mai, eppure nelle rispettive canzoni sembra quasi di sentirli dialogare in eterno come due spiriti affini bloccati nel cerchio del tempo (cfr. The Mistery Of Love e Crazy Love).

Infine l’ultima collaborazione da citare esula dal campo musicale, ma non per questo è meno importante. Si tratta di quella con il fotografo di guerra e videomaker Seamus Murphy che nel 2011 ha realizzato 12 Short Films, uno per ciascuna canzone di Let England Shake, ovvero il primo album in cui PJ Harvey abbandona i tormenti interiori del suo Black Hearted Love per aprirsi verso il racconto del mondo esteriore, partendo da quelli di guerra del suo paese d’origine.

Un passo che verrà ulteriormente ampliato con l’album successivo del 2016 The Hope Six Domolition Project, venuto fuori da un viaggio intrapreso insieme allo stesso Murphy in alcuni territori estremi, dal quartiere più degradato di Washington fino alle zone di guerra del Kosovo e dell’Afghanistan. Un mondo altro che non siamo in grado di capire fino in fondo e che ci viene mostrato attraverso il filtro di una telecamera (nel loro documentario A Dog Called Money in uscita l’8 novembre), di una macchina fotografica o più in generale di uno sguardo occidentale, che prova a restituire quello che vede con le parole e la musica di un’artista immensa, consapevole dei propri limiti, ma forte anche della volontà di superarli, provando a fare un passo in cui a volte il miracolo le riesce:

Fori di spari   nelle pareti

Formano una mappa          del pianeta.

Una chiave   dentro una porta.

Lui si volta;    stammi dietro.

Ragazzino    sulla tua faccia

Ogni perdita              che io rintraccio.

Ti sto dietro               entro dentro.

Poggio i piedi           nelle tue orme.

———————————————–

Le voci si fecero più forti e numerose ed emisero una singola preghiera […]

La mia voce si disperse e non poté dar prova di sé stessa in quella melodia straniera.

(Due estratti dalla raccolta poetica e fotografica di PJ Harvey e Murphy Il Cavo Della Mano)

In conclusione, possiamo affermare che all’alba dei suoi 50 anni PJ Harvey è riuscita a traslare la sua musica dal particolare all’universale. Ma non escludiamo che possa anche tornare indietro. Perché se è vero che il mondo musicale di PJ Harvey è un universo in continua espansione, è vero anche che non sai mai in quale direzione potrà andare.

Andrea Pazienza

Foto di Francesco Prandoni

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