Onstage
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To Bring You My Love di PJ Harvey compie 25 anni

Quella pausa non sarebbe stata come tutte le altre. Lo sa Polly Jane Harvey quando, nell’autunno 1993, si ritira di nuovo nel natio Dorset, secondo un rituale ormai “bioartistico”, per recuperare energie, ispirazione, regolarità di respiro, lontana dalla iper-esposizione da rockstar, immersa nella cruda autenticità dei paesaggi dove era cresciuta.

Un’adolescenza periferica, un’inclinazione all’analisi e all’autoanalisi con una certa tendenza depressiva a cui fa da contraltare, però, una famiglia premurosa, amorevole e prima culla di spunti creativi. Nella discoteca di casa Harvey, intrisa delle ultime sfumature del movimento “flower power”, la collezione di nomi spazia da Bob Dylan ai Pink Floyd, dal blues di Hendrix alle diramazioni più originali degli Elmore Jones e dello statunitense Captain Beefheart, tanto amato da Polly Jean. Per lei, la musica diventa compagna quotidiana, attitudine concreta, sentiero da percorrere, prendendo per mano solo il desiderio di farlo davvero. Le ore trascorse al negozio di dischi a Yeovil, i concerti alla Electric Broom Cupboard a Sherborne dove, nel 1987, avviene un fatidico incontro.

Un gran numero di band veniva ogni weekend a suonare in questo incredibile club. Gli Automatic Dlamini erano molto punk rock, non utilizzavano strumenti melodici. John si limitava a suonare percussioni messe assieme con dei rottami. Vera spazzatura davvero“.

John Parish e i suoi Automatic Dlamini sono la prima cartina da tornasole del talento e dell’espressività della Harvey. Dopo aver iniziato con la band come quinto membro aggiunto, nel 1991 la giovane fonda il PJ Harvey Trio formato dall’ex Automatic Dlamini Rob Eliis ai tamburi e Ian Olliver al basso, poi sostituito da Stephen Vaughn. Sin dagli esordi, quella ragazza dall’aspetto così gracile ma dalla voce così potente e arcaica si inserisce in un campo musicale a lei confacente, senza giocare troppo d’azzardo, confrontandosi con le scene e gli stilemi ascoltati fuori, sentiti dentro: il blues rock acido e rabbioso si interseca con atmosfere punk wave e chitarre distorte, amate dai fan del grunge.

Con l’album di debutto, Dry, del 1991 e con il successivo Rid Of Me – pubblicato nel 1993 e curato dalla produzione ossuta di Steve Albini – il sound harveyiano diventa protagonista di un successo immediato e inaspettato. Fondendosi all’audacia e alla provocazione delle liriche, le melodie si ergono come colonna sonora di un conflitto di cui la cantante è identificazione profondamente umana. Attraverso una fittissima rete di mistero e di sottile equilibrio tra interpretazione e confessione, autobiografia e immaginazione, l’invettiva di Polly Jean è tutta interna ad un sistema e rivolta ad un nemico individuabile, tanto suo quanto nostro: un genitore, un amante, noi stessi. Strabordante passione, impulsi atavici, prepotenza, sopruso, violenza popolano uno scenario creativo mutuato dalla tradizionale natura di denuncia del blues. La sensazione che ne consegue non rimanda all’angoscia che, ai tempi, permea invece le flanelle della generazione di eroi e antieroi del grunge ma ad un’empatica attrazione e ad un’inquieta ammirazione.

Angoscia che, però, si insinua nella campagna del Dorset durante lo stand by di fine ’93. Come dicevamo, PJ Harvey è consapevole che nulla sarà più come prima. Alle spalle e sulle spalle ha la decisione di aver sciolto il trio, nell’agosto dello stesso anno. “Mi sono sempre sentita solista” – dichiarerà a Option. Pochi scrupoli, determinazione da vendere ma anche un carico di aspettative che deve affrontare da sola, protetta dalle pareti della sua camera, assistita unicamente da emozioni contrastanti, tormenti, istinti, ossessioni da domare, da cantare. Il processo compositivo ingloba anche una riflessione riguardo il proprio “essere artista”, rispetto a se stessa, al pubblico, alla propria musica. La lettura per niente a fuoco dei media dell’immagine da “Madonna alternativa”, esile d’aspetto ma robusta nella caratterizzazione tossica da un lato, e la spettacolarizzazione tutta anni Novanta con l’avvento dei videoclip dall’altro, sono i due complici fondamentali della costruzione di una “barriera” artificiosa.

L’era di To Bring You My Love segna la trasformazione del volto dell’autrice in maschera, la trasposizione della persona in personaggio. Si infittiscono le maglie che, fino a quel momento, hanno lasciato spazio ad una decodificazione, focalizzando il faro luminoso del palcoscenico su un’entità provocatoria, incostante, mutevole. Una carrellata decadente di espressioni, pose, travestimenti in perfetta armonia con le fasi cronologiche e, soprattutto, mai menzognera. Seppur, talvolta, ridondante, l’immagine della donzella del Dorset non sarà mai frutto del caso e si specchierà sempre nel riflesso di ispirazioni sonore, letterarie, cinematografiche, artistiche, esistenziali.

Mi è sempre piaciuto travestirmi e volevo fare degli esperimenti. Ero confusa all’epoca (1994) su chi o che cosa fossi ed era un modo per cercare delle risposte“.

In parallelo, la metamorfosi riguarda anche – e ovviamente – la musica: impostazione, tecnica e interpretazione vengono fissate come materie da affinare, in un processo di “rieducazione” secondo i dettami del canto lirico. Per coordinare uno spettro sempre più ampio di professionalità e espressione, in qualità di produttore della nuova fatica in studio, viene scelto Flood. Dopo l’esordio con From Here To Eternity di Nick Cave e dopo aver curato la gestazione di Violator dei Depeche Mode e di The Joshua Tree e Achtung Baby degli U2, il londinese incarna il trait d’union ideale fra pop rock e underground, poli di uno stesso pianeta sempre più al centro dell’universo nineties. Durante le registrazioni, tra settembre e novembre 1994, Flood riesce a valorizzare la caratura dei dream team messo insieme da PJ Harvey per l’occasione (e per il successivo tour): il fidato John Parish, l’australiano Mick Harvey (già nei Bad Seeds), il chitarrista californiano Joe Gore, il francese Marc Butty alla batteria (poi nei Venus e coi Calexico), Eric Drew Feldman alle tastiere e al basso (già in Captain Beefheart, Residents, Pere Ubu e Pixies). Ad impreziosire il tutto, il terzetto d’archi – per cui la stessa Harvey compose le parti – con la viola di Jocelyn Pook, la quale firmerà illustri colonne sonore (tra le altre Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick).

Insomma, un potenziale detonatore di bellezza ma anche un’arma micidiale da maneggiare con maestria. Flood riesce nell’impresa, plasmando un suono strutturato ma aperto, con un’iperbole blues che si estende per un limite quasi infinito, non scadendo mai nello snaturamento. Stesso processo, stessa intensità, stesso controllo nelle arie folk, nei ritmi asciutti, nell’istrionismo delle ballate. La linea melodica segue i contorni del nuovo perimetro iconografico di Polly Jean, la quale sceglie di incastonare l’istinto più irriducibile nelle fattezze della pallida femme fatale foderata di raso rosso e pericoloso rossetto che galleggia in copertina. Un marchingegno contemporaneo ma ancestrale, un teatro di burattini dove realtà e finzione si sovrappongono lungo i fili mossi dall’artista che dà vita ma veste, anche, i panni di ognuna delle “attrici protagoniste” dei testi.

C’è l’amante tenebrosa e diabolica della titletrack d’apertura che inaugura la danza macabra costruita su cupe pennate di chitarra. La confessione di aver venduto l’anima al diavolo (Cast down on my knee / I’ve laid with the devil / Cursed God above /Forsaken heaven to bring you my love) viene sputata su un piatto di crepitii elettronici e di riverberi di un vecchio organo. Ci sono la sinuosa sagoma femminile, al limite della ninfomania, che si muove sul viottolo limaccioso del garage blues di Meet Ze Monsta e l’operaia determinata di Working For The Man, tutta energia e ingranaggi funk. Poi la ragazza madre che supplica per il ritorno del suo uomo nella straziante ballata di C’mon Billy. Una preghiera completamente antitetica è quella contenuta in Teclo: l’adepta di eros e thanatos, in un blasfemo canto, invoca la divinità affinché la rapisca, ponendo fine alle sofferenze. La strega mitologica di Long Snake Moan, in una degenerazione melodica e sensitiva, anticipa il picco della piramide di follia raggiunto in Down By The Water, singolo di lancio e video in rotazione su MTV. Una tradizione, quella delle “child murder ballads”, che affonda le radici nel nord Europa del XVII o XVIII secolo, sbarca negli States due secoli dopo, intonata dai folk singer e dai bluesman per arrivare a leggende contemporanee come Bob Dylan. PJ Harvey, qui, rievoca con schizofrenia elettronica il tema dell’infanticidio in acque bituminose, caricando di perversione e depravazione la nenia finale, per chiedere che il macabro rito sia annullato. Attraversando il tema della maternità ossessiva di I Think I’m A Mother e l’ode folk dell’amore perduto di Send His Love To Me, il sipario si abbassa sulle chitarre languide e sull’organo dolente di The Dancer. Un’eco che rimanda a Nick Cave delle future Murder Ballads, un’illusione onirica, temporanea e dolceamara del possibile ritorno dell’amore.

Pubblicato il 27 febbraio 1995 per Island Records, To Bring You My Love vende oltre un milione di copie in tutto il mondo. Non è un disco come tutti gli altri e non sarà un disco come tutti gli altri. Lo sa PJ Harvey che, da lì in avanti, si trova sempre velatamente imbrigliata tra i lustrini dell’apice artistico e quelli dei travestimenti sfoggiati nel tour promozionale. Tuttavia la ragazza ribelle del Dorset non avrà timore di tuffarsi nel moto costante di rinnovamento, dimostrando tutta l’intensità, la dedizione, la fiamma espressiva, sì domata, mai spenta. Un’amazzone che si arma della sua fragilità, la rende scudo e spada lucente. La portabandiera della dignità femminile, mai sventolata alla corrente di vuoti ideali o del femminismo di massa. Un punto di riferimento contemporaneo per la musica di ogni stile, sesso, tendenza, genere ed emozione.

Laura Faccenda

Foto di Francesco Prandoni

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