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Quella volta che i Pooh rilanciarono Sanremo con Uomini soli

Quando nel nuovo millennio, grazie anche all’aiuto dei social soprattutto nell’ultimo lustro, Sanremo è il classico evento che tutti seguono (ma alcuni fanno fatica ad ammetterlo), c’è stato un periodo nel quale il Festival più noto della musica italiana sembrava vivere un momento di stanca.

Gli Ottanta arrivano dopo gli anni Settanta dove il format subì un vero e proprio declino. E se l’inizio del decennio fu l’occasione per dare una ringiovanita al format, anche grazie al contributo di quel Claudio Cecchetto che godeva della fama di Re Mida grazie al successo con Radio Deejay, gli anni successivi furono quelli della restaurazione.

Non fu tutto da buttare, sia chiaro: ci furono comunque grandissimi pezzi, per citarne due ad esempio Storie di tutti i giorni di Riccardo Fogli o Si può dare di più di Morandi/Tozzi/Ruggeri, vennero lanciati numerosi artisti di livello (Vasco Rossi, Jovanotti ed Eros Ramazzotti passarono tutti da quelle parti) e la lista degli ospiti internazionali fu lunga e ricca di nomi giganteschi. Per citarne solo alcuni: Spandau Ballet, Elton John, Ray Charles, Peter Gabriel, New Order, Paul McCartney, Bon Jovi, Kiss, The Smiths, Queen che si alternarono a meteore come Cutting Crew e Pippo Franco, e un Diego Abatantuono che, in vergognoso playback, cantò il motivo di Eccezzziunale Veramente.

Il playback: per quasi tutto il decennio il Festival di Sanremo fu infatti caratterizzato dalla mancanza di una vera e propria orchestra. Niente barba iconica di Peppe Vessicchio mostrata prima dell’inizio di un pezzo, ma esibizioni con basi preregistrate, se va bene, con la voce incisa in studio, se andava male. Basta vedere un video dell’epoca per capire la distanza abissale che c’era tra le edizioni di quel decennio e quelle degli anni precedenti. Inevitabilmente, anche Sanremo era caduto nella trappola del diventare un Festivalbar come tanti. Come detto, la qualità c’era ma doveva faticare tra synth, capelli cotonati, mullet, giacche con le spallone che avevano popolarizzato tanto la musica mainstream quanto il Festival.

Il 1989 fu l’anno della disgrazia, con un cast che presentava alcune bombe incredibili (Jovanotti con Vasco, Mia Martini con Almeno tu nell’universo e il mitico Francesco Salvi in impermeabile giallo con Esatto) ma anche tanti artisti in declino o non nella loro fase migliore della carriera. L’imbarazzo più totale arrivò però dalla conduzione, che venne gestita all’ultimo secondo dai figli d’arte Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi diventati, nel giro di poche settimane, conduttori quando inizialmente il loro ruolo doveva essere quello di spalle di Renato Pozzetto. Vi immaginate, un Sanremo condotto dal Renatone?

I Pooh arrivano a Sanremo nel 1990 come una band grossissima. Più di vent’anni di storia, una carriera pazzesca ricca di materiale di qualità e reduce da un decennio, gli anni Ottanta, che li aveva consacrati tra il grandissimo pubblico (fecero diversi tour nei palazzetti) e visti (con Oasi) anche collaborare con il WWF, trent’anni prima di Greta Thunberg e dei Fridays For Future. Il ritratto della band perfetta per non partecipare a Sanremo: storicamente, negli Eighties, gli artisti italiani di un certo profilo hanno sempre declinato l’invito a questa rassegna, per motivi più o meno ignoti, e la notizia dell’ingresso dei Pooh nel cast venne stata accolta da molti con grande sorpresa.

C’è perfino una letteratura che racconta retroscena su quanto accaduto nelle settimane immediatamente precedenti, approfondita da altri media in queste ore, e che documenta quanto la scelta di avere i Pooh a Sanremo fu voluta dal direttore artistico Adriano Aragozzini per rilanciare il marchio. Con il 1990, non a caso all’inizio del nuovo decennio, prese forma il Sanremo come lo conosciamo oggi: tornano l’orchestra, i duetti (in questo caso con gli artisti stranieri) e con loro anche le esibizioni dal vivo. L’unica differenza è la location, quel Palafiori che per ragioni tecniche ospita Sanremo solamente per quella edizione, che già dall’anno successivo torna allo storico Ariston.

Sulla qualità di Uomini soli non si può discutere. Un brano antisanremese (tra i retroscena, pare che la produzione avesse spinto per Donne Italiane come loro canzone) dall’incedere epico e che vede l’intera band coinvolta nelle linee vocali e con una strumentazione contemporaneamente rudimentale, la chitarra acustica di Battaglia e la batteria elettronica di D’Orazio, e sofisticata, come i synth di Facchinetti o il contrabbasso elettrico di Canzian.

Ma è il testo che scardina dal basso i totem sanremesi. Non si parla di amore o, come nelle ultime edizioni, si sdrammatizza con brani demenziali. Con Uomini soli i Pooh raccontano in maniera poetica, ma anche cruda, la solitudine che incontra l’uomo moderno e il suo dialogo con il “Dio delle città”. Certo, ci sono alcune finezze letterarie e cose da fan, come il “Corriere della Sera” sostituito con “Giornale della sera” nelle esibizioni sanremesi. Ma quello che traspare nel testo è che l’uomo per essere solo non deve assolutamente essere solitario, ma per i più svariati motivi: scelte personali (prete), scelte sbagliate (i vent’anni di galera), le proprie ambizioni personali (scrivere il romanzo che ha di dentro) o professionali prima di tutto (smania di successo) ma anche per colpe di altri (le madri che non li hanno mai svezzati o donne che li han lasciati e persi).

Uomini soli è stata un’autentica rivoluzione per il panorama nazionale e anche per Sanremo. E, per quello che forse non è un caso della vita, il Sanremo che conosciamo oggi è arrivato grazie anche alla loro partecipazione, che fu l’unica della loro clamorosa carriera. Ma ciò che sconvolge, ancora oggi, è l’attualità di un brano come Uomini soli, a distanza di trent’anni dalla sua uscita: un mondo così lontano dal punto di vista dell’apparire e, soprattutto, da quello tecnologico ma umanamente mai stato così vicino. Un tema, quello della solitudine, che caratterizza in maniera preponderante anche la nostra epoca moderna anche se, qualcuno, potrebbe pensare il contrario.

Nicola Lucchetta

Foto di Cristina Checchetto

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