Onstage
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Purple Rain di Prince compie 35 anni

Ragazzi, ma di cosa stiamo parlando? Purple Rain? Qua siamo oltre l’oltre: oltre l’essere un bel disco, oltre l’essere storia della musica. Qua si parla di una generazione, di un fenomeno di costume, dell’apice di una certa idea di fare musica. E’ imperativo categorico che questo disco stia in ogni casa, in ogni telefono, in ogni cloud.

Un Grammy vinto, un Oscar vinto, certificato disco di platino negli USA, disco al numero uno della classifica, singolo al numero uno, film al numero uno, 25 milioni di dischi venduti nel mondo fino al 2008, poi si sono stancati di contarli.
Ma andiamo con ordine.

Prince Roger Nelson era un piccolo (in tutti i sensi) e giovane musicista di Minneapolis, figlio di artisti, e gettato teenager nel carrozzone della Motown. Nel ’78 debutta con For You: ha solo 19 anni eppure tira scemo produttore e manager registrando interamente da solo il disco, in 3 mesi, facendosi riconoscere per il suo talento e perfezionismo al limite della mania.

L’anno dopo dimostra di saper scrivere hits, come I Wanna Be Your Lover che va dritta in classifica. Arriviamo nel 1980: Prince ha ventun anni eppure è già in grado di maturare una clamorosa svolta stilistica: si taglia la zazzera afro e si presenta sulla copertina di Dirty Mind in slip, foulard al collo e spolverino borchiato. La musica segue di pari passo, e il suo R&B diventa un funk talmente grezzo da essere quasi punk e così infarcito di sintetizzatori da essere quasi new wave. E’ una scheggia di mezz’ora sguaiatissima e senza peli sulla lingua: incesti, rapporti che durano tutta la notte e/o pansessuali a tre e sesso orale postmatrimoniale. When You Where Mine riuscirà ad essere controversa sia cantata da un uomo (lui) che da una donna (Cindy Lauper).

Tutti gli occhi degli addetti ai lavori sono su di lui: il successivo Controversy continua con queste coordinate anche se esplode una sensibilità per temi politici, religiosi, razziali e di genere. Qua nasce il Prince della leggenda, quello a cui non gliene frega nulla di piazzare una title track da 7 minuti con un beat incessante e un riff funky indiavolato su un tappeto di sintetizzatori, quello a cui non gliene frega nulla se aprendo per i Rolling Stones il pubblico gli tira la pattumiera. Lui tira avanti, iniziando anche a raccogliere importanti collaboratori come Lisa Coleman alle tastiere e Dr. Fink ai sintetizzatori. E’ solo questione di tempo, la gente non lo ha ancora assimilato, non ha capito che lui stava solo prendendo le misure…ormai è troppo tardi, è tempo di venire messi al tappeto. Prince non smette un secondo di lavorare, ha finalizzato la sua band di supporto (i Revolution) e nel 1982 è pronto per conquistare le classifiche mondiali. 1999 è il suo primo successo planetario, spinto dall’omonimo singolo e da Little Red Corvette. Ha sonorità che definiranno una decade e farà impazzire sia i bianchi che i neri.

Quindi, ricapitolando, in cinque anni di carriera ha sfornato 5 dischi uno più bello dell’altro, ne ha venduti a milioni, praticamente tutto scritto arrangiato suonato da lui (più un’altra infornata di materiale creata per altri), è una celebrità e tutto questo a soli 24 anni. Il ragazzo ha talmente tanta cazzimma da avere le palle di presentarsi alla casa discografica con una proposta da scriteriati, da pazzi visionari: fare un film –e relativa colonna sonora- con lui, su di lui, per lui. Protagonista assoluto. Potete etichettarlo come volete: videoclip glorificato, enorme spottone per il nano, costosa fantasia dell’artista…in un modo o nell’altro è una gustosissima e pacchiana music story degli anni ’80.

Il protagonista (The Kid, Prince) è un giovane e talentuoso musicista di Minneapolis segnato dal conflitto tra i genitori. Genio tormentato, dovrà barcamenarsi tra la lotta contro una band avversaria (i The Time, sempre farina del suo sacco), le dinamiche interne della sua band e l’amore per una giovane artista in cerca di gloria (la tanto sconosciuta quanto clamorosa Apollonia Kotero). Il film va giù come l’acqua, alternando scene di narrazione a vere e proprie esibizioni dal vivo a momenti in montage al limite del videoclip. MTV era agli albori, e la produzione coloratissima e cotonatissima andava di pari passo con quella rivoluzione culturale.

Qualche classicone merita più degli altri. Let’s Go Crazy si apre con una preghiera, per poi diventare un rock trascinante spinto da un gran riff, cori botta e risposta in stile gospel e assoli da sfoggio. E’ uno dei brani più divertenti mai scritti da Prince, diventato uno degli apriconcerti più gettonati, e nella versione del film si spinge fino ad oltre 7 minuti di orgia sonora.

When Doves Cry si apre con un assolo di chitarra che nessun altro essere umano è in grado di replicare, per poi diventare un synthpop dal ritmo sincopato spinto da tastiere minimal. Prince ebbe l’intuizione di creare sonorità inedite facendo sparire il basso dal mix finale. Molti musicisti più tradizionalisti si infuriarono e lo tacciarono di essersi svenduto a sonorità ‘da bianchi’ ma il risultato fu BOOM: singolo portante del disco, numero uno in classifica, il più venduto del 1984. Nel video girato da Prince in persona ci sono colombe che volano, scene dal film e Prince nudo in una vasca piena di vapore. Qualche executive era scettico ma ovviamente andò in heavy rotation su MTV.

Darling Nikki, il punto più dark dell’album, è una quasi-filastrocca narrata su una base grezza di drum machine minimal e sintetizzatori. Una dedica ad una “demone del sesso”, che cresce fino alla velocità smodata di un’assurda doppiacassa con Prince a urlarci sopra come lui sa fare. Narra la leggenda che il testo talmente esplicito convinse la moglie del senatore Al Gore a fondare la PRMC e lanciare la sua crociata contro la musica divertente (aveva beccato la figlia undicenne canticchiarla, e la protagonista del pezzo si masturba guardando una rivista in una lobby di un albergo, fate voi).

La title track è uno dei capolavori del pop, una delle power ballad definitive, forse la canzone più nota di Prince. Costruita intorno ad un giro della chitarrista Wendy, riesce a fondere R&B, gospel e rock in 8 minuti di intensità crescente, a sfociare in un leggendario assolo di chitarra e chiudere in una coda di piano e archi. Originariamente pensato come pezzo country per Stevie Nicks dei Fleetwood Mac, fu pesantemente rielaborata da tutta la band e registrata dal vivo, fino a diventare l’apice emozionale del film e del disco.

Il film si chiude con l’esaltante accoppiata di I Would Die 4 U e Baby I’m a Star. Se la seconda è un ‘semplice’ R’n’B ballabile, spinto da sintetizzatori a simulare i fiati, la prima è un altro gioiello. Squisitamente ottantiana per le sue influenze new wave e per il sequencer di sottofondo che la spinge, è geniale per quanto siano complementari la linea vocale e il basso pulsante. A titolo puramente personale, penso che il bridge in mezzo alla canzone (“You’re just a sinner I am told / Be your fire when you’re cold”) sia la strofa più intensa mai registrata da Prince.

Anche gli intermezzi più stupidi, come Computer Blue trasudano carisma.

Purple Rain sarà la consacrazione definitiva di Prince, seguiranno anni e anni di alti e bassi ma comunque tanta, tantissima musica. Da altri capolavori come Parade e Sign o’ The Times a dischi discutibili ma che venderanno comunque un botto (tipo la “Batdance”) a episodi meno fortunati (come il loffissimo seguito di Purple Rain, Graffiti Bridge), gli anni 90 di gioie (Diamonds and Pearls) e dolori (la lotta infinita con la casa discografica, TAFNAP!) e il ritorno negli anni 2000…fino alla prematura scomparsa nel 2016.
Poco da aggiungere: se ne volete solo uno di lui, a parte l’obbligatorio best of, questo è il disco da avere.

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