Onstage

Le dieci band più importanti del prog-rock italiano

Quella del prog-rock italiano è stata una vicenda breve, ma meravigliosa. In pochi anni, tra il 1971 e il 1976, tra il beat e la nascita del punk, nacquero e vissero una miriade di band, piccole e grandi, alcune delle quali hanno lasciato un segno indelebile nella storia della musica italiana, trovando il loro massimo splendore in quegli anni01 e dando vita a uno dei pochi, se non all’unico, movimento della nostra musica unanimemente riconosciuto a livello internazionale. Attorno al prog-rock italiano, anche noto come “pop italiano”, tanto per farsi un’idea di quanto avesse preso piede tra i giovani e gli appassionati di musica, si sviluppò tutto un mondo, fatto di festival (Festival Pop di Caracalla, Festival di Musica d’Avanguardia e di Nuove Tendenze, Controcanzonissima, Festival di Re Nudo), etichette (Cramps Records, Numero Uno, Magma, Trident Records) e riviste specializzate (Ciao 2001, Re Nudo, Muzak). Ecco quali sono state le dieci band più importanti del prog-rock italiano, in una carrellata che, senza avere la pretesa di esaurire l’argomento, vuole essere quasi un volo a sfioro sul mare magnum del prog italiano, una panoramica introduttiva, per chi volesse avvicinarsi al genere, che ancora oggi vive e suscita l’interesse di molti, portando alcune delle più grandi formazioni in tour. Nel 2020 se ne vedranno delle belle tra Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme e PFM.

Area – International POPular Group. Inizialmente composto da una combo di musicisti internazionali – il greco Demetrio Stratos (voce, organo Hammond, steel drum), Giulio Capiozzo (batteria, percussioni), il francese Patrick Djivas (basso, contrabbasso), Patrizio Fariselli (pianoforte, pianoforte elettrico), Paolo Tofani (chitarra elettrica, EMS VCS3, flauto) e il belga Victor Edouard Busnello (sassofono, clarinetto basso) – il gruppo propose sin dagli inizi una mescola di prog, free jazz, elettronica e musica etnica, la più sperimentale e anti-conformista nella scena italiana, intrigante volano per testi politicamente impegnati. Punta di diamante della Cramps Records, dopo il primo memorabile lavoro Arbeit Macht Frei del ’73, la band si assestò nella sua formazione “classica” (Stratos, Fariselli, Capiozzo, Tofani e Tavolazzi) e portata in alto dalla voce sovraumana di Stratos, sfornò l’ultra sperimentale Caution Radiation Area un disco che, nel ’74, al suono già espresso accostava suggestioni, che potremmo definire industrial, per poi tornare a un suono più prog, l’anno seguente, con Crac. Sempre più orientati verso sperimentazioni free jazz, gli Area incisero ancora Maledetti nel ’76 e 1978 gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano, prima della prematura scomparsa di Demetrio Stratos. Il grande concerto in sua memoria tenutosi il 14 giugno del ’79, il giorno dopo la sua morte, all’Arena Civica di Milano e fissato nel disco live 1979 Il concerto – Omaggio a Demetrio Stratos, segnò la fine di un’epoca. Tornati a un jazz-rock di stampo più tradizionale nell’80 con Tic & Tac, gli Area si sciolsero nell’83. A metà degli anni ’80 Giulio Capiozzo diede vita al progetto Area II e nel ’97 uscì un disco firmato Area, Chernobyl 9771, in cui oltre a Capiozzo, compariva Fariselli. Orfani del primo, scomparso nel 2000, gli Area (Fariselli, Tavolazzi, Tofani, con Walter Paoli alla batteria) hanno ripreso l’attività live tra il 2010 e il 2013 e di recente il repertorio della band ha suonato ancora live nell’Area Open Project di Fariselli.

Banco Del Mutuo Soccorso. La formazione romana è sicuramente una delle più rappresentative del prog italiano, anche all’estero, nonché un esempio di eccezionale longevità artistica. Nata nel ’69, per iniziativa dei fratelli Gianni e Vittorio Nocenzi, la band trovò il suo vero esordio nel ’71, con l’ingresso, dopo l’incontro al Festival pop di Caracalla, di Francesco Di Giacomo, voce simbolo del prog italiano, Renato D’Angelo (basso) e Pierluigi Calderoni (batteria), tutti provenienti dalle Esperienze, e Marcello Todaro (chitarra) dei Fiori di Campo. Guidato dal virtuosismo alle tastiere dei fratelli Nocenzi e dalla voce e dai testi di Di Giacomo, il BMS pubblicò, tra il’72 e il ’73, un trittico di capolavori: Banco del Mutuo Soccorso, Darwin! e Io sono nato libero. Caratterizzato dalla commistione di elementi provenienti dal prog-rock d’oltremanica, dalla classica, con un debole per il barocco e il melodramma, nonché dalla tradizione del Mediterraneo, il suono del Banco superò i confini nazionali, sull’onda anche di una fervente attività live. Dopo l’ingresso di Rodolfo Maltese alla chitarra nel ’73 la band entrò nell’orbita degli Emerson, Lake & Palmer, per l’etichetta dei quali, la Manticore Records, pubblicò la raccolta in inglese Banco (’75) e l’album Come in un’ultima cena (As In a Last Supper)  del ’76. Tornati in patria, uscì la loro prima opera strumentale: Garofano Rosso, colonna sonora dell’omonimo film e anteprima dell’ambizioso lavoro orchestrale …di terra, con cui chiusero la loro fase più prolifica, imboccando una strada via via più commerciale. Dopo l’uscita dal gruppo di Gianni Nocenzi, nell’83, la leggenda del BMS, tra un cambio di formazione e l’altro, dovuti anche alla morte di Di Giacomo nel 2014 e di Maltese nel 2015, ha continuato a vivere più che altro in forma live in Italia e all’estero. Ancora oggi, il Banco del Mutuo Soccorso, nella formazione Vittorio Nocenzi (tastiere), Filippo Marcheggiani (chitarra), Nicola Di Già (chitarra), Marco Capozi (basso), Fabio Moresco (batteria) e Tony D’Alessio (voce), è in tour nei teatri italiani con l’ultimo album di inediti prog Transiberiana.

Delirium. La vicenda della formazione genovese prese corpo negli anni d’oro del prog italiano, al quale diedero un contributo importante, anche se poco riconosciuto. Il loro disco d’esordio del’71, Dolce Acqua, che vedeva nelle vesti di leader, voce e flautista indemoniato, un po’ alla Ian Anderson, Ivano Fossati è un’interessante commistione di prog-rock, jazz e melodie più orecchiabili. Con il brano Jesahel parteciparono, nel ’72, al Festival di Sanremo, portando alle orecchie del Paese intero una versione morbida del suono che, anche nelle sue declinazioni più sperimentali, stava facendo impazzire i giovani capelloni. Quella di unire un lato più commerciale nei singoli a quello più ricercato dell’interezza della loro produzione, venata di jazz e che già nel ’71 offriva anticipazioni di quello che sarebbe stato riconosciuto poi come lo “spaghetti rock”, fu una caratteristica dei Delirium. Dopo il primo album Fossati abbandonò la formazione, per il servizio militare, prima, e la carriera solista, poi, venendo sostituito dal flautista e sassofonista inglese Martin Frederick Grice. Dopo Lo scemo e il villaggio del ’72, la band, nel ’74, pubblicò Delirium III (Viaggio negli arcipelaghi del tempo), considerato il loro lavoro più maturo. Pubblicati alcuni singoli tra il ’74 e il ’75, dopo l’uscita di Grice, sostituito per qualche tempo dal cantante e tastierista Rino Dimopoli, il gruppo si sciolse. Rilanciati nei primi ’90 dal remix disco di Jesahel, i Delirium ripresero l’attività live. Riunitisi con la raccolta Jesahel, una storia lunga vent’anni, con la formazione Ettore Vigo, Peppino Di Santo e Martin Grice, insieme a Roberto Solinas (voce, chitarra) e Fabio Chighini (basso, voce) hanno poi pubblicato il live Vibrazioni Notturne (2007) e i due dischi di inediti Il nome del vento (2009) e L’era della menzogna (2015).

Goblin. Quella dei Goblin è una delle vicende più atipiche, ma anche più interessanti e pregevoli del panorama prog italiano, perché il loro esordio arrivò quando la parabola del genere era ormai in piena fase discendente e perché, legati a doppio filo alla composizione di colonne sonore per il cinema horror, la loro attività live, contrariamente a quella delle band di ambito prog, è sempre stata piuttosto limitata. Ma andiamo con ordine: già gli inizi furono strani, con la formazione fondata da Claudio Simonetti (tastiere e co-autore, nell’81, della musica del Gioca Jouer) e Massimo Morante (chitarra), poi soggetta a una miriade di cambi di line-up e ragioni sociali varie, trasferitasi da Roma a Londra, alla corte del produttore Eddie Offord (Yes, Gentle Giant, Emerson, Lake & Palmer) sotto il nome di Oliver. Lì iniziarono a incidere alcune demo con il cantante Clive Haynes, ma l’occasione vera si presentò nel ’75, quando tornati in Italia, grazie ai contatti di Simonetti con Cinevox, la loro musica arrivò alle orecchie di Dario Argento, alla ricerca di un gruppo rock per la colonna sonora di Profondo Rosso. L’incontro segnò la nascita dei Goblin e di un capolavoro da un milione di copie nella prima settimana di uscita, un lavoro capace di gettare nuove fondamenta per la musica gotico-cinematica a venire. Il nome dei Goblin rimase così indelebilmente associato a quello del maestro dell’horror, per il quale composero anche le musiche di Suspiria (’77), Tenebre (’82) e Non ho sonno (2001), ma la formazione nel corso degli anni ha lavorato anche per altri registi, tra cui il genio di Zombi George Andrew Romero e Enzo Girolamo Castellari de La via della droga. Nel ’78 i Goblin incisero anche un album interamente cantato, l’unico della loro produzione: Il fantastico viaggio del bagarozzo Mark. E poi ancora colonne sonore, fino ai giorni nostri con un intensa attività, anche live, che a partire dai primi 2000 li ha visti riunirsi e separarsi in una moltitudine di progetti: da Back to Goblin, ai New Goblin, fino ai Goblin Rebirth.

Le Orme. Nati nei ’60 a Marghera (Venezia), Le Orme, insieme a PFM e BMS, sono nella triade delle più importanti prog band italiane. Consideratissimo anche in ambito internazionale, dopo gli inizi in zona beat, il gruppo, assestatosi nella formazione a tre, composta da Aldo Tagliapietra (voce, basso, chitarra), Toni Pagliuca (tastiere) e Michi Dei Rossi (batteria), nel ’70, iniziò la sua migliore fase, pubblicando una via l’altra tre pietre miliari del prog rock nostrano: Collage, nel ’70, lavoro pregevole, vicino allo stile degli Emerson, Lake & Palmer; Uomo di pezza, nel ’72, ottimo compromesso tra la loro ispirazione prog e l’amore per le melodie orecchiabili, che lo resero un successo presso il grande pubblico; Felona e Sorona, del’73, concept cosmologico, che riallacciandosi al prog di Collage e migliorandolo a livello strumentale, costituirà l’apice per Le Orme. Il disco uscì anche in versione inglese, visto che la band, all’epoca, stava riscuotendo un certo successo live nel Regno Unito. Tornati in Italia Le Orme, nel ’74, pubblicarono il primo disco live di un gruppo rock italiano: In Concerto. Integrato nel trio il chitarrista trevigiano Tolo Marton, nel ’75, registrarono a Los Angeles Smogmagica, un disco rock, “chitarrocentrico”, dall’esito non del tutto convincente. Verità Nascoste, realizzato con Germano Serafin al posto di Marton, nel’76 a Londra, fu il disco che li riconciliò con il loro passato prog, piacendo anche ai fan, ma con Storia o leggenda, nel ’77, Le Orme chiusero un ciclo, aprendo quella che potremmo definire la loro fase classicista. Un periodo nel quale si dedicarono allo studio della classica, spingendo il suono verso la musica da camera in Florian e Piccola rapsodia dell’ape, nato nell’80 in una fase di dissidi interni nella band, che, dopo l’uscita di Venerdì (‘82), portò allo scioglimento della band. Seguirono anni di instabilità, in cui Le Orme si riunirono un paio di volte, fino alla rinascita nel ’96 nella formazione a quattro con Aldo Tagliapietra, Michele Bon (tastiere), Francesco Sartori (tastiere) e Michi Dei Rossi. Insieme ripartirono live fino ad arrivare nel ’96 a Il fiume, un ottimo ritorno ai fasti progressive dei ’70 e primo lavoro di una trilogia che comprende anche Elementi (2001) e L’infinito (2004). Dopo l’abbandono di Tagliapietra nel 2009 a quarant’anni dall’esordio e l’uscita della raccolta corredata da due inediti, Sulle ali di un sogno (2019), Le Orme, ossia De Rossi e Bon, con Alessio Trapella (voce, basso, chitarra e contrabbasso) e Federico Gava (piano, tastiere), sono ancora in giro con The Last World Tour, che il 28 febbraio farà tappa al Cineteatro Gavazzeni di Seriate (BG).

Locanda delle Fate. La storia della formazione astigiana coincide con il canto del cigno del prog-rock italiano. Il loro lavoro d’esordio Forse le lucciole non si amano più, infatti, uscì nel ’77, in piena fase di declino del genere. Pur non avendo ottenuto un grandissimo riscontro all’epoca dell’uscita, il debutto della Locanda delle Fate è unanimemente considerato uno dei più compiuti esempi di quel prog italiano di ispirazione classica, sognante, romantico e orchestrale, tra linee vocali ottimamente tornite e l’incessante rincorrersi delle tastiere. Si dovette attendere il 1980, perché la formazione, dopo lo scarso riscontro di alcuni singoli, decidesse di sciogliersi. Il primo segnale di nuova vita, però, arrivò, anche grazie alla rinata attenzione internazionale per il prog, nel ’93, con Live, un album registrato dal vivo nel ’77, e propedeutico alla reunion della band (senza il cantante Sasso e il tastierista Conta), che nel ’99 tornò con un disco di inediti, Homo Homini Lupus, lavoro raffinato, ma decisamente lontano dalle atmosfere prog dell’esordio. Tornata ancora insieme per alcuni live nel 2010, con la line-up composta dai membri originari Leonardo Sasso, Oscar Mazzoglio, Luciano Boero e Giorgio Gardino, oltre a Massimo Brignolo (chitarra) e a Maurizio Muha (tastiere), la Locanda delle Fate ha pubblicato The Missing Fireflies (raccolta del 2012 di live e rarità, più qualche inedito), Bloom Live (2013) e l’album di inediti e rarità Lucciole per sempre nel 2018.

New Trolls. La storia della formazione genovese è lunga e complessa, piena di cambi di formazione e di ragione sociale. Riconosciuti in Italia e all’estero come una delle migliori band progressive italiane, i New Trolls, guidati dal dittico, spesso in frizione composto dal polistrumentista Vittorio De Scalzi e dal chitarrista Nico Di Palo, hanno attraversato diversi generi nel corso della loro carriera dagli inizi beat, al progressive, all’hard rock, fino al pop melodico. Nati alla metà degli anni ’60, avevano già avviato una vivace attività concertistica (suonarono anche in apertura ai Rolling Stones), prima di arrivare, nel ’68, all’album d’esordio Senza orario senza bandiera, un disco ancora legato a sonorità beat, con testi firmati da Fabrizio De Andrè. Nel ’71 la formazione pubblicò quello che viene comunemente ritenuto un capolavoro del rock italiano: Concerto Grosso per i New Trolls. Nato dall’idea del compositore Luis Enríquez Bacalov, che ne firmò le musiche, l’album è un concerto barocco, nel quale le parti soliste sono affidate alla strumentazione rock dei New Trolls. Un apice difficile da eguagliare, anzi impossibile. Già nel ’72, infatti, i New Trolls con Ut spinsero il loro suono verso l’hard, ottenendo un buon risultato, al quale, però, seguì la prima scissione, con Di Paolo e il resto della band, che, orientati all’hard rock divennero gli Ibis, mentre De Scalzi formò un nuovo gruppo sotto il nome di N.T. Atomic System, con cui proseguì la sua ricerca in ambito progressive, con derive jazz. Riunitisi, contro ogni previsione, i New Trolls nel ’76 ci riprovarono con Bacalov e Concerto Grosso n° 2: un disco controverso, soprattutto per il lato B, in cui la band avanzava verso quelle sonorità pop, che contraddistinsero gli anni a venire, culminando nel successo Quella carezza della sera, a cui seguì il secondo scioglimento nel ’97. Da allora il mito della band è sopravvissuto per lo più dal vivo, con i due nuclei distinti, guidati uno da De Scalzi e l’altro da Di Paolo, fino alla riunion del 2007, da cui è nato Concerto Grosso – The Seven Season, fedele al concept degli altri due concerti grossi, ma senza Bacalov. Un’altra reunion avvenne nel 2010 con i quattro componenti storici (De Scalzi, Di Paolo, D’Adamo e Belleno) di nuovo insieme. Durò poco, fino al 2011, ma portò al terzo Concerto Grosso, quello del 2013, di nuovo con Bacalov, ma lontano dalla gloria della prima volta. Fu l’ultimo lavoro in studio e dopo la scomparsa di Giorgio D’Adamo, nel 2015, la musica dei New Trolls, sempre nella dicotomia De Scalzi/Di Palolo, ha continuato a vivere live.

Osanna. Nati a Napoli dall’incontro di Lino Vairetti (voce, chitarra acustica, tastiere), Danilo Rustici (chitarra, organo, voce), Lello Brandi (basso) e Massimo Guarino (batteria, percussioni), con il talentuoso Elio D’Anna (flauto, sax), gli Osanna si imposero subito all’attenzione del pubblico giovanile, grazie all’impatto dei loro live. Protagonisti nei festival del ’71, nello stesso anno uscirono con il disco d’esordio, L’Uomo, vincitore del Premio della Critica Discografica Italiana. L’anno seguente, dall’incontro con Bacalov, che li coinvolse nella realizzazione della colonna sonora per il film noir Milano Calibro 9 di Fernando Di Leo, nacque Preludio, Tema, Variazioni e Canzona, eccellente contributo degli Osanna al quello che potremmo definire il genere del “concerto grosso prog-rock”, inaugurato da Bacalov con i New Trolls. Poi furono ancora i live a farla da padrone, con la partecipazione ai più importanti festival dell’epoca, proponendo, tra l’altro, un aspetto scenico particolare, con lunghe vesti, facce colorate e coreografie. Aprirono anche alcune date dei Genesis e nel’73 organizzarono il loro festival Be-In, che coinvolse tutto il meglio della scena prog italiana. Allo stesso anno risale Palepoli, ritenuto il miglior disco della formazione e una pietra miliare del prog italiano, l’album è un concept, che contrappone in maniera unica spinta all’innovazione e recupero della tradizione, free jazz e folk partenopeo, riff hard rock e influenze blues. Il tour teatrale che seguì, fu portato in scena dalla band con la partecipazione di una compagnia di artisti, mimi e danzatori. Nel ’74, con Landscape of Life iniziò la parabola discendente del gruppo, che si sciolse, per ricostituirsi nel ’77 senza Elio D’Anna, sostituito dal tastierista Fabrizio D’Angelo, e con Enzo Petrone al basso. Suddance, del’78, pubblicato con questa formazione, fu l’ultimo disco prima dello scioglimento nel ’79. Nel ’99 una nuova versione degli Osanna, guidata dai membri fondatori Rustici e Vairetti, si riunì dando alle stampe una serie di album tra cui spiccano Prog Family (2008) e Palepolitana (2015).

Premiata Forneria Marconi. È senza dubbio la formazione più famosa del prog italiano e anche quella che riuscì ad ottenere un concreto successo all’estero. La PFM nacque a Milano dall’incontro di Franco Mussida (chitarra, voce), Flavio Premoli (tastiere, voce), Giorgio Piazza (basso, voce) e Franz Di Cioccio (batteria, voce) – tutti dei Quelli – con Mauro Pagani (voce, flauto, violino) dei Dalton. Influenzati da gruppi come i King Crimson e i Jethro Tull, con il loro primo 45 giri La carrozza di Hans/Impressioni di settembre (con il suo memorabile solo di moog e il testo di Mogol), crearono il primo esempio di “italianprog”, unendo alle influenze d’oltremanica, sonorità classicheggianti e mediterranee. L’esordio del ’72, Storia di un minuto, insieme a Per un amico spalancarono al prog le porte verso il grande pubblico in Italia e alla PFM quelle della Manticore, etichetta degli Emersone, Lake & Palmer, con cui, per primi, pubblicarono una raccolta per il mercato estero, Photos of Ghosts, con i testi tradotti in inglese da Peter Sinfield, paroliere dei King Crimson. L’album arrivò al 180 posto della classifica di Billboard e insieme a L’isola di niente, pubblicato nel ’74 – dopo l’uscita di Piazza e l’ingresso in line-up del bassista degli Area, Patrick Djivas – anche in versione inglese, The World Became The World (sempre con testi di Sinfield), diede l’abbrivio al tour americano della PFM, fissato in Live in USA. Seguì un disco realizzato solo in inglese Chocolate Kings e fu l’inizio di una fase discendente, che vide anche l’abandono di Pagani, a cui subentrò Greg Bloch. Nel ’79, però, la PFM rilanciò le proprie sorti con un lungo tour italiano insieme a Fabrizio De Andrè, da cui vennero tratti due album live Fabrizio De André e la PFM In concerto voll. I & I. Recentemente è stato recuperato anche del materiale video risalente a quel tour, che potrete vedere al cinema il 17,18 e 19 febbraio 2020, nel docufilm Fabrizio de Andrè e PFM. Il concerto ritrovato. Un omaggio a uno dei momenti più memorabili nella carriera de La Premiata, che attualmente sta facendo registrare sold out in tutta Italia con le date del tour PFM Canta de Andrè – Anniversary. Oltre ai live, da cui sono stati tratti una messe di eccellenti album dal vivo, gli anni dall’80 a oggi hanno fatto registrare anche qualche buon disco in studio, da Suonare Suonare, a Ulisse, Serendipity, A.D.2010 – La buona novella, rifacimento del celebre album di De Andrè, in cui i musicisti della PFM avevano suonato. Dopo l’abbandono di Premoli (2007) e Mussida (2015) la PFM ha continuato l’attività concertistica con Franz Di Cioccio come unico membro originale e nel 2017 ha pubblicato l’album di inediti Emotional Tattoos.

Pierrot Lunaire. Il successo commerciale della formazione romana, non corrisponde certo al pregio della loro produzione. Con l’eponimo disco d’esordio del ’74, Arturo Stalteri (tastiere, percussioni, voce), Gaio Chiocchio (chitarra, tastiere, citar, voce) e Vincenzo Caporaletti (chitarra, basso, flauto), regalarono al prog italiano una perla di valore assoluto. Lontano dalle tipiche sonorità che caratterizzavano il prog-rock nostrano le dodici tracce di Pierrot Lunaire trasportano l’ascoltatore in un viaggio onirico, delicato e sempre ispirato, tra soft prog, soluzioni per lo più acustiche, illuminate di tanto in tanto dall’intervento dell’elettrica, tra ballate psichedeliche e inattese cavalcate progressive. Ben diverso il seguito del ’77, Gudrun. Sostituito Caporaletti con il soprano gallese Jacqueline Darby e aggiunto in line-up il batterista Massimo Buzzi, l’esito fu un buon disco, caratterizzato da sonorità d’avanguardia e atmosfere decadenti, che poco hanno a che vedere con il sogno psichedelico dell’esordio. Fu l’ultimo atto dei Pierrot Lunaire prima dello scioglimento. Dopo un tentativo di reunion in studio messo in atto da Chiocchio e Caporaletti negli anni ’90 – quando incisero alcuni brani, mai pubblicati, a causa della morte improvvisa di Chiocchio nel ’96 – la MP Records, nel 2011, ha pubblicato Tre, un disco contenente alcuni pezzi registrati nel ’78 per un album mai uscito, più qualche alternative take di pezzi editi e alcune canzoni della band rivisitate da altri artisti.

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