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Radical Face, folk polifonico alla Santeria di Milano

“La gente pensa che la storia abbia il respiro lungo, ma la storia, in realtà, ti si para davanti all’improvviso”. Scriveva così Philiph Roth nel suo celebre romanzo Pastorale Americana. Un accostamento pindarico, forse, ma che ho sempre avuto in mente riguardo l’impresa del cantautore polistrumentista Ben Cooper e del suo progetto conosciuto come Radical Face dal lontano 2003.

Ora vi spiego perché. Già parte del duo elettronico Electric President, degli Iron Orchestra e Mother’s Basement, l’artista di Jacksonville classe 1982, con lo pseudonimo di Radical Face, appunto, nel 2007 pubblica Ghost, album di pregiata qualità che ruota attorno alla perla Welcome Home, famosa universalmente (anche) come colonna sonora dello spot pubblicitario della Nikon apparso nel 2010. Contando su una predisposizione allo storytelling e alla narrazione letteraria, dall’anno successivo, Cooper si dedica all’appuntamento con la storia, quella del suo paese, attraverso il racconto di un’altra storia, quella della famiglia Northcotes. Per uno spettro temporale che si estende dai primi anni dell’Ottocento sino agli anni Cinquanta, in tre episodi, The Roots, The Branches e The Leaves, viene modellata una matrioska di legami ed episodi dalle sonorità rock/indie folk, sotto la firma di un’etichetta creata appositamente dall’autore, la Bear Machine.

“Mi piace raccontare storie e volevo che questo fosse l’elemento principale. Ho esaminato alberi genealogici e studiato un po’ di storia americana per avere qualche riferimento, poi ho attinto dalle esperienze personali e ho unito tutto”.

Proprio questo “tutto” è andato in scena sul palco della Santeria Toscana 31 di Milano, per l’unica data italiana di Radical Face. Un’atmosfera intima e raccolta, un giovane pubblico entusiasta e un allestimento minimale hanno accolto Cooper e la sua band in occasione del tour di presentazione dell’EP, Therapy, pubblicato lo scorso 26 aprile. Seduto allo sgabello in una calda camicia a scacchi, protetto da un cappellino, Ben apre il set pizzicando le corde della chitarra nell’ormai collaudato binomio Names e A Pound Of A Flesh, primo e secondo brano di The Roots.

Se Head of Hearing e Better Days, quest’ultima suonata con il solo ed emozionante accompagnamento del violoncello, sono eseguite in rappresentanza della più recente uscita discografica, nel susseguirsi dei brani di The Family Tree e dell’antecedente Ghost si evocano i protagonisti delle varie composizioni. I fratelli William e Victoria, figli di immigranti alla ricerca della promessa nel Nuovo Mondo, complementari e indispensabili l’uno per l’altra, in Severus and Stone. Ricordi d’infanzia, di una spensieratezza ormai perduta, rimpianti che sanguinano come quelle ginocchia sbucciate, anni prima, quando la pelle era ancora labile, in Summer Skeletons. I luoghi sperduti e il senso di sradicamento di Ghost Towns, intonata a gran voce dai fan che tengono il tempo con le mani, la storia di un ragazzo con gravi difficoltà di linguaggio in The Mute, la cronaca di un suicidio nella toccante Wrapped In Piano Strings.

I cori scintillanti di Always Gold sembrano annunciare la fine del concerto ma, come da tradizione, ecco ricomparire il simpaticissimo trentasettenne di Jacksonville. Prima, in veste solista, accontenta le richieste dei presenti con Home Sick, poi, in versione full band, ringrazia e annuncia il finale con la tanto attesa Welcome Home che avvolge le pareti della venue in una colorata polifonia e con un’inedita We’re Are On Our Way, provata soltanto durante il soundcheck.

Sebbene gli arrangiamenti live (pur con la presenza di violoncello, tastiere e mandolino) non rendano sempre giustizia al raffinato lavoro sul suono della trilogia, per la cui registrazione – in un capanno degli attrezzi (doveroso ricordarlo) – erano stati utilizzati solo strumenti convenzionali ai periodi storici di riferimento e campionati rumori e scricchiolii, l’identità musicale dall’acustica impronta folk di Radical Face non viene intaccata. A una perfomance vocale non impeccabile fa da contraltare l’empatico dialogo con l’ascoltatore, la volontà di raccontare e raccontarsi, l’ironia e l’autoironia nella consapevolezza di trattare temi delicati, dolorosi, difficili da affrontare (“scrivo solo canzoni tristi”).

Il desiderio – tuttavia – di spalancare un canale comunicativo, fondato sulla missione stessa dell’arte, della scrittura e della musica, che racchiude un significato che va oltre e per la cui definizione lascio la parola allo stesso Ben Cooper: “È la mia vita, ma ho voluto trasformarla in un racconto. Sono sempre stato colpevole di utilizzare la musica come terapia. Perché con la musica, si può prendere qualcosa di brutto o duro e trasformarlo in qualcosa di bello. Lo puoi forzare e farlo diventare qualcosa che non ha mai avuto. Anche con le cose più tristi, è possibile renderle belle”.

La scaletta del concerto
Names / Pound of Flesh
The Crooked Kind
Hard Of Hearing
Secrets
Severus and Stone
Summer Skeletons
Ghost Towns
Better Days
The Mute
Wrapped In Piano Strings
Always Gold
Home Sick
Welcome Home
We’re On Our Way

Laura Faccenda

Foto di Ufficio stampa

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