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Radiohead: i 25 anni di The Bends

Da sempre i Radiohead incarnano il concetto di alternativo, elitario: non sono mai stati catalogabili sotto nessuna etichetta, se non quella vetta qualitativa irraggiungibile che li vede solitari poeti del rock, strambi, colti, emotivamente potentissimi. Incarnano queste caratteristiche fin dai primi momenti e dai primi album.
Proprio in quella fase di esplosione del mito ritroviamo e celebriamo The Bends, secondo episodio di una carriera senza eguali. Venticinque anni fa, il 13 marzo 1995, i Radiohead sono chiamati a confermare il successo ottenuto con l’esordio Pablo Honey e in particolare con il classico istantaneo del singolo Creep, coinvolti in un processo compositivo pieno di tensioni e gravato da pesanti aspettative.

25 ANNI FA…
Creep è una delle canzoni più famose del gruppo, una di quelle racchiuse in una ristretta cerchia di classici all time del rock, quelli che conoscono proprio tutti, con Smell Like Teen Spirit, Nothing Else Matters e Losing My Religion. I Radiohead arrivano a registrare il loro secondo album con già un posto assicurato nella storia, e al momento di decidere se vivere sugli allori o fare un ulteriore passo avanti scelgono di diventare la band alternative rock di riferimento per i successivi due decenni.

Michael Stipe è già in quella metà degli anni ’90 un guru del genere, uno di quelli che può mettere becco nel rock classico, nel grunge, nel pop. E di loro dice “Sono talmente bravi che fanno paura”, e se li porta in tour con i R.E.M. Fanno paura nel loro approccio alla musica e nel creare hit al tempo stesso esclusive e innovative, eppure dei dardi irrefrenabili da classifica.

Si pensava che The Bends potesse essere ostico, non commerciale, che asservisse a soddisfare le esigenze di quella piccola élite di bocca buona, che bada quasi più alla forma che al piacere sensoriale che porta l’ascolto della musica. Invece ben cinque singoli hanno scalato la classifica delle prime trenta posizioni inglesi, decretando l’emancipazione definitiva dei Radiohead dal successo di vendita di quella Creep che poteva essere una one-hit wonder, ed è invece sepolta in un mare impetuoso di capolavori, che da questo secondo album si dipanerà fino al nostro presente e al loro ultimo A Moon Shaped Pool.

In un decennio passato ai posteri come regno indiscusso del grunge, i Radiohead inaugurano la consuetudine di ergersi sempre al di fuori, nella migliore tradizione alternative. Se il fiume va da una parte, i Radiohead sono una sorgente fresca che devia e si dirige dall’altra. Nonostante questo, i classici della band si accumulano nelle chart e i loro video si affiancano a quelli delle band di Seattle e dintorni. Video che sono dei veri e propri capolavori audio/visivi, inaugurando anche in quel caso una lunga e strabiliante galleria d’arte: la fantastica cornice in bianco e nero di Street Spirit (Fade Out) e quel piccolo capolavoro di sceneggiatura che è Just. I Radiohead rock e ‘suonati’, che andranno un po’ persi dopo le svolte elettrico orchestrali, più diretti e ruvidi e che in molti, pur folgorati dalla bellezza di ogni lavoro del gruppo, rimpiangono ancora, sono tutti qui: in The Bends.

IL DISCO
Il processo di scrittura di un album dei Radiohead è sempre, a detta di Thom Yorke, qualcosa di ‘penoso, tormentato, laborioso’. Questo è percepibile nei loro lavori e in qualche modo li rende unici. Planet Telex ha ancora quella melodia disinvolta che caratterizza Pablo Honey, così come la possiede il rock arioso della title track, che però si esprime attraverso una pena e una profondità più marcata, resa sublime dal timbro unico di Thom.
Greenwood già decide in maniera decisiva l’aspetto musicale con cui i Radiohead si presentano alle feste che contano: qui le sue schitarrate sono ancora lontane dai suoi studi sui suoni associati alle situazioni che lo trasformeranno in un ottimo compositore di colonne sonore (Oscar per quella di The Phantom Thread di Paul Thomas Anderson). Insomma in The Bends le canzoni dei Radiohead sono ancora dei pezzi rock classici, arricchiti da un approccio già artistico, poco rivolto alla preoccupazione di vendere e più orientato a quella necessità di esprimere bellezza ad ogni costo.

L’acustica High & Dry ha il sapore anch’essa del classico istantaneo e di difficile, se non impossibile, esaurimento nei gusti dei fan. La caratteristica scenografica che già avevano le composizioni dei Radiohead, le rende perfette non solo ad essere accompagnate da videoclip eccellenti, ma anche ideali nell’uso spropositato nelle colonne sonore di film e serie televisive. Fake Plastic Trees non è da meno in quanto a dichiarare prepotentemente, sin dalle prime note, la sua bellezza oggettiva, universale e immortale. Perfetta per le sfaccettature più dolci della voce di Yorke e per esprimere la bellezza di un animo fragile, anch’essa una piccola suite dall’atmosfera unica e molto cinematografica. Si torna ad echi degli esordi con l’energica Bones, mentre ancora ci si alleggerisce delle vestigia terrene con la sognante melodia di (Nice Dream).

Altro classicone è Just, un fulmine di neanche quattro minuti accompagnato da un video geniale, uno dei miei preferiti di sempre. Un uomo è steso a terra, inerme, e rifiuta ogni assistenza e di spiegare il motivo per cui si trova riverso su un lato sull’asfalto di un marciapiede londinese. I componenti dei Radiohead guardano la scena dall’alto di un palazzo, e sotto di loro i passanti, compreso un poliziotto, impazziscono dalla curiosità di sapere cosa ha colpito l’uomo. Questo si arrende all’insistenza e chiede al capannello che si è formato attorno a lui se siano sicuri, davvero sicuri di sapere cosa lo ha indotto ad abbandonarsi a terra così, senza forze e senza speranze. Lo dice alle persone che avvicinano l’orecchio e chi guarda il video non sente cosa l’uomo comunica. L’inquadratura si allarga e in contemporanea con l’esplosivo assolo finale di chitarra lo spettatore ha la visuale sulla strada che ora è occupata da tutti i presenti che una volta sentita la motivazione dell’uomo si sono stesi sul pavimento, inermi, senza speranza. La verità assoluta quindi, qualsiasi essa sia, ti toglie ogni energia e ti lascia bloccato di fronte alla mancanza di senso. Per continuare a portare avanti il nostro tran tran quotidiano dobbiamo indossare le nostre maschere. Il video di Just è un vero gioiello di scrittura.

I classici in questo album si susseguono senza sosta: arriva My Iron Lung con il suo rock psichedelico e ruvido, al tempo stesso meravigliosamente melodico. Fa capolino la malinconia ben conosciuta dai fan in Bullet Proof I Wish I Was, una ballata dalla drammatica bellezza, che sfocia nella bellissima Black Star che in qualche modo ne rincara la dose.
In via di chiusura i Radiohead decidono di accelerare l’intensità con la strabiliante prova vocale di Yorke in Sulk, per poi suggellare il capolavoro con Street Spirit (Fade Out), con uno degli arpeggi di chitarra più belli e famosi di sempre, impreziosito da una parte vocale di rara intensità, cosa che lo rende un pezzo eterno e dalla drammaticità quasi soverchiante, come se il magone venisse musicato e reso arte.

…E OGGI
I Radiohead sono gli outsider per definizione, presi da chiunque sia refrattario alla conformazione a modello di vita, oltre che fonte infinita di soddisfazione musicale. Il loro percorso è fatto di studio continuo di musica e immagini, come se ogni album fosse una tavolozza bianca su cui creare un capolavoro. Pur rimanendo fedeli a sé stessi e fortemente riconoscibili, i Radiohead non si sono mai adagiati evolvendosi sempre.

Ogni album è all’avanguardia nella direzione che ha intrapreso. E se oggi guardiamo ai Radiohead come a dei pionieri dell’elettronica, e nell’ultimissimo capitolo di carriera come compositori di suite da soundtrack, c’è stato un tempo in cui erano un gruppo rock a tutti gli effetti. Pur avendo un modo di esprimersi unico, producevano dei pezzi con riff di chitarra, ritornelli e assoli. E’ abbastanza strabiliante dirlo oggi, vista l’idea che abbiamo di loro, questo può anche erroneamente essere interpretato come un qualcosa di più semplice, grezzo o abbozzato.

Ma l’unicità è stata una caratteristica fondante del gruppo sin dalle prime note prodotte, e questi tempi di rock e di cantabilità mancano ancora a molti fan. The Bends sfila dalla prima all’ultima traccia emozionando, divertendo, facendo esaltare e piangere. C’è rock che carica, melodie che coinvolgono, e tutto questo non può essere interpretato come semplicità o commercialità. E’ solo la prima parte di un viaggio e di una sperimentazione che ha portato ad esplorare galassie lontane, ma che già ai primi passi portava con se quelle caratteristiche di bellezza e poesia che tutti i seguaci dei Radiohead tengono come un tesoro inestimabile, come bagaglio culturale e di vita.

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