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Sul rap italiano e sul perché i trapper non esistono

La maggior parte del pubblico italiano ha scoperto il rap solamente nelle ultime settimane. Anche molti addetti ai lavori (opinionisti, giornalisti o blogger) non hanno certo le idee molto chiare a riguardo. Chi ha a che fare con il mondo della comunicazione musicale spesso nemmeno ascolta i dischi o non si documenta a sufficienza sugli artisti che monopolizzano le classifiche. Poi, una volta sul divano, pigiano il tasto numero 3 del telecomando e vedono uno con i capelli colorati, vestito Gucci dalla testa ai piedi con due Rolex al polso che canta sul palco del Primo maggio “sciroppo cade basso come l’md” e vanno in tilt. Manco fossero arrivati gli alieni. Quello con i Rolex al polso è Sfera Ebbasta. Il fatto divertente o deprimente, dipende dai punti di vista, è che molti “comunicatori” solo tre mesi fa erano alla conferenza del nuovo disco di Sfera. E quel pezzo, Sciroppo, è presente nell’album. I Rolex, esagero, erano a due metri da loro. Perché non si sono indignati quando è uscito il disco?

Quando sento gente che si prende male perché i rapper ostentano vorrei tirarmi un calcio in testa. Peccato io non sia elastico come Luis Sal. Se non lo conoscete lo trovate facilmente su Instagram. La foto del rapper con i soldi in mano e vicino all’orecchio a mo’ di telefono è una cosa vista e rivista. Non fa neanche più notizia. Dieci anni fa i Dogo lanciavano banconote in aria nei video, e qualche anno più tardi ci hanno fatto addirittura un pezzo sui soldi con autotune a palla. Nessuno parlava di trap però.

Fateci caso. Su Facebook e Twitter tutti scrivono di rap, di trap e di trapper. Dio mio che noia. Non vorrei deludere nessuno dicendo che i trapper non esistono. Sono solo rapper o presunti tali che fanno rap a modo loro su basi trap. Vi risparmio la solita manfrina sulla batteria 808 e palle varie. Che i trapper non esistono non lo dico io per fare il ‘ganassa’, lo dicono gli stessi rapper italiani. Andate su YouTube e guardate cosa dice Emis Killa. Documentatevi. Ok? Chiaro il concetto? Andiamo avanti.

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Trap, nel mondo, è un termine comodo perché ti fa subito pensare a ‘quella roba lì’, ovvero alle melodie delle nuove generazioni di rapper e soprattutto al loro aspetto, tutti colorati e con il grillz ai denti. Ma trap è allo stesso tempo anche ‘quell’altra roba là’ vedi Childish Gambino. E no, trap non è Trapattoni. Il Bagaglino è finito da tempo. Sintetizzando molto, la musica trap è un dato di fatto. Un fenomeno pop come tanti altri, piaccia o meno. Zero storie. Ha poco senso parlarne sia in termini positivi che negativi.

Che poi in Italia ci sia un problema di rap usa e getta è un altro discorso. Ma estenderei il problema a tutta la musica italiana. Concentrandosi sul rap, è evidente che non sia ancora arrivata una nuova leva che faccia musica per gente che superi i 16 anni di età. Ma anche Marracash, Guè Pequeno, Fabri Fibra e via dicendo 10 anni fa venivano accusati (?) di fare musica per ragazzini. O sbaglio? Il pubblico crescerà con loro, c’è chi si perderà per strada e chi continuerà ad ascoltarli. È sempre stato così. Tutto questo poi è vero in parte. Tedua è uno che va ben oltre al ripetere in loop parole come bitch, eskere, codeina, così come Rkomi. Gli esempi ci sono, basta saperli cercare.

A difesa del genere, bisogna anche dire che il rap è sempre stata una macchina iper-produttiva che ha il più delle volte puntato sulla quantità che sulla qualità. Quanti mixtape venivano pubblicati fino a 6/7 anni fa? Si è perso il conto. Col tempo, ovviamente, rimarranno nella memoria le cose migliori. Anche i pionieri e i mostri sacri del gioco hanno fatto tante cose discutibili in passato. Fortunatamente le abbiamo messe da parte, lasciando spazio ai pezzi più riusciti.

Gué Pequeno Roma 2018 foto concerto 24 febbraio

Nonostante sia un genere ancora poco compreso nel nostro paese, il rap italiano sta vivendo il suo periodo migliore. E chi dice che questa sia la golden age dell’hip hop tricolore di certo non sta bestemmiando. Il rap domina le classifiche. Col rap oggi si fanno i soldi. Lo hanno capito in primis i rapper che continuano a pubblicare singoli su singoli, lo hanno capito i fan e con qualche anno di ritardo pure le case discografiche che producono rapper a manetta.

Il temuto mainstream negli ultimi anni ha inoltre dato una bella svegliata anche al cosiddetto underground. En?gma ha fatto, a mani basse, il suo disco migliore. E Noyz Narcos ha salutato le scene con grande stile. Il bilancio non può che essere positivo. Oggi tutti vogliono buttarsi sulla torta. Come dice il buon Gemitaiz, “se prima i rapper erano 20 ora sono 60”. Ma questo vale anche per chi fatica a comprendere a pieno il genere. Sperano che tutto questo finisca al più presto. Semplici haters. Valgono come un commento su Youtube. Non si accorgono che sono loro i primi ad alimentare la macchina. L’argomento diventa caldo. Ma denigrare il rap è l’unico modo che hanno per avere un momento di attenzione, per non sentirsi esclusi.

È un problema tutto italiano. Nel resto del mondo il rap è sdoganato da più di vent’anni. Qui da noi invece i rapper faticano ancora a passare in radio e in televisione vengono relegati a mezzanotte. Le nuove generazioni stanno cercando a modo loro di cambiare le cose.
I suoni della trap sono riusciti a dare uno spessore internazionale al rap italiano. Questo è potuto succedere perché i ragazzi di oggi se ne infischiano di quello che andava prima pur rispettandolo, a differenza dei “vecchi” troppo legati a un suono e a un linguaggio che per forza di cose ha fatto il suo corso. Ci siamo lamentati per anni che nella musica italiana non succedeva niente e ora che si è smosso qualcosa non possiamo ancorarci al passato al grido di “era meglio prima”. È giunto il momento di fare un passo avanti.

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Stefano Mazzone

Foto di Roberto Panucci

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