Onstage
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Refused e Thrice protagonisti all’Alcatraz di Milano

Almeno fino alle 22:30 di un’autunnale domenica 10 novembre, in quel dell’Alcatraz di Milano più che ad un concerto sembrava di essere ad un comizio politico. E se la cosa non arriva inaspettata dal fronte Refused, visto anche l’ultimo studio album War Music, la sorpresa è quella delle Petrol Girls, band femminista britannica che ha avuto il compito di aprire la serata alle 20:00 spaccate.

Petrol Girls, senza articolo solo per sposare la loro lotta al Gender Binary come forma di femminismo, sono una band incazzatissima, ma non per questo cattiva. Musicalmente rievocano moltissimi gruppi e, dal punto di vista visivo, all’ascoltatore più disattento possono sembrare una versione arrabbiata dei Paramore, scelta dovuta anche al fatto che al microfono c’è Ren Aldridge che sprizza carisma da ogni poro. Dal punto di vista sonoro sono tanti gli echi, dallo spettro di Hanin Elias degli Atari Teenage Riot che aleggia soprattutto nelle parti più urlate ai riff dei mai tanto celebrati Million Dead, gruppo loro conterraneo che in pochi conoscono per aver lanciato in passato Frank Turner.
Per Petrol Girls la musica è uno strumento per lanciare un messaggio più ampio sui diritti umani, come quelli violati dall’”invasione fascista della Turchia in Rojava” (regione curda omaggiata da una tshirt indossata dalla stessa Ren), con un rimando al movimento MeToo, come avvenuto nella conclusiva Touch Me Again. Non casuale l’ultima scelta, visto che la stessa Aldridge è impegnata in una causa proprio per aver sollevato nel recente passato accuse al leader dei The King Blues Jonny Itch Fox, per la quale sta attualmente raccogliendo fondi per le spese legali.

I Refused dal vivo sono una certezza: chi ha avuto occasione di incrociarli dalla loro reunion nel 2012 era ben consapevole di ritrovare una band sinonimo di garanzia. L’uscita di War Music, arrivato nei negozi poco più di un mese fa, sembra aver dato al collettivo scandinavo quella carica e quell’impegno politico che sembrava essersi affievolito nel precedente Freedom.

Un impegno che traspare anche dai testi dell’ultima fatica, che qui trova ampio spazio sin dall’iniziale REV001, e anche da alcuni fatti di attualità che stanno scuotendo il mondo contemporaneo. Dennis Lyxzen non è più lo sfigato teenager che ha svoltato la sua vita scoprendo, alle superiori, quel punk e impegno politico che gli hanno dato quella voce e quel visione del mondo che ancora oggi lo caratterizzano, ma è un animale da palcoscenico che alterna mosse di danza alla Jarvis Cocker al contatto diretto con il pubblico come in una Rather Be Dead cantata praticamente davanti al mixer o le arrabbiate, ma liberatorie, urla conclusive della loro hit New Noise, alla quale è seguito un Hallelujah che può essere interpretato su più livelli di lettura.

Una scaletta focalizzata sull’ultimo lavoro e sugli altri capitoli più caratteristici della carriera, con meritato spazio anche a Freedom, con tanto di accenno di Raining Blood degli Slayer su The Deadly Rhythm, e a Songs To Fan The Flames Of Discontent, dal quale viene estratta a sorpresa una Coup D’Etat dedicata alle proteste di Hong Kong, El Salvador e Libano. Uno spettacolo incazzato, dove la musica serve a veicolare il messaggio di un mondo che è crollato a causa dei nuovi fascismi e del capitalismo, con il dito virtuale puntato a quell’1% più ricco che ha contributo a creare un futuro “di merda” per molti, anche tra i presenti.

Con i Thrice invece non c’è spazio per molte chiacchiere oltre alla musica, anche perché nei pochi momenti di interazione con il pubblico si passa dalle classiche frasi di circostanza ad imbarazzanti momenti dove, per intrattenere i presenti a causa di un problema tecnico, il bassista Eddie Breckenridge chiede al pubblico cosa pensa di Valentino Rossi.

Un rapporto umano non del tutto esaltante ampiamente ripagato da una perfezione sonora che ha messo in secondo piano il pur buon lavoro fatto dai fonici delle precedenti band; un impatto devastante che ha presentato al pubblico tutte le sfumature di un gruppo che negli anni è uscito dai terreni screamo esplorando diversi generi. Come con gli inserti elettronici, che hanno caratterizzato l’iniziale Only Us, o quella Doublespeak che in alcuni momenti sfocia nella tradizione blues, passando per The Artist In The Ambulance con la quale si porteranno dietro l’etichetta di pop punk band vita natural durante.

Una band, tornata nei negozi di recente con Palms, le cui capacità esecutive sono fuori discussione e che ha come obiettivo la continua evoluzione della propria proposta, interpretando nella maniera più corretta il concetto di progressive. Band che ha ottenuto numerosi momenti di acclamazione dai propri fan, pronti a cantare molti dei cori e a lasciarsi andare in veri e propri momenti di delirio come, ad esempio, su Silhouette o su The Window, per poi chiudere con una Beyond The Pines che sembra voler mettere la parola fine in un modo diverso allo show: dove la rabbia del punk ha caratterizzato quasi tutta la serata, gli statunitensi decidono di chiudere la serata con un pezzo lento.

Refused
REV001
Worms of the Senses / Faculties of the Skull
Elektra
I Wanna Watch the World Burn
Violent Reaction
Rather Be Dead
Coup d’état
Malfire
The Shape of Punk to Come
The Deadly Rhythm
Damaged III
Death in Vännäs
Economy of Death
New Noise

Thrice
Only Us
Image of the Invisible
Silhouette
Just Breathe
The Arsonist
Hurricane
The Artist in the Ambulance
Red Sky
Doublespeak
Black Honey
The Window
The Earth Will Shake
Beyond the Pines

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