Onstage
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Il minimalismo di Rickie Lee Jones dal vivo è una carezza

“Grazie per essere venuti”. È il saluto finale di Rickie Lee Jones in concerto a Roma, dopo quasi due ore di delizioso live nella strepitosa sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica. La cantautrice statunitense dalle mille vite, colei che ha traghettato il songwriting dalle rive di Joni Mitchell e Carole King fino a Sheryl Crow e altre donne strumento-munite, si scusa per non essere stata in grandissima forma durante l’ultima delle sue tre date italiane dopo Milano e Lucca. Il raffreddore e l’influenza hanno colpito anche lei, spiega al microfono dopo aver dipanato piccoli gioielli dei suoi pezzi. Strana giustificazione, perché nemmeno le orecchie più attente hanno percepito segni di congestioni nella sua voce cristallina, pari a quella che nel 1979 incise il primo album Rickie Lee Jones. Come se 40 anni, sfortune, droghe e alcol non siano mai esistiti nella sua duttilità.

Ma ci sono stati, e Rickie Lee Jones se li rivive tutti in una scaletta che non è mai stata uguale in nessuna delle tre serate. Passa dal pianoforte a coda alla chitarre, acustica ed elettrica, mentre i suoi colleghi di palco (tre polistrumentisti di eccellente talento e bravura) la seguono con una naturalezza acquisita in numerose prove. C’è un amalgama prezioso, esaltato dall’acustica perfetta della sala: si percepiscono i respiri, gli schiocchi di labbra, persino le dita che si appoggiano sui tasti del pianoforte. La cantautrice americana parla poco all’inizio, risparmia le energie, poi si scioglie lentamente per coinvolgere di più il pubblico che risponde affettuoso. Basta Chuck E’s In Love, la sua canzone più famosa, a far partire qualche timido coretto.

Nella voce di Rickie Lee Jones, la sua cura interpretativa che salta agilmente tra profonde note basse e falsetti distillati, c’è una vena blues che sembra emergere da profondità nascoste. Al centro della scaletta piazza una cover di Cry Me A River, standard jazz che diventa una gemma da brividi in versione voce e xilofono, nient’altro. Un minimalismo che poche altre possono concedersi, anche col rischio e il gusto di schiacciare blue notes a profusione. Non è solo la perfezione a portarti avanti, ma quello che vivi e che ti ispessisce le corde vocali, sembra voler dire Rickie Lee Jones. “Ogni volta che suono queste canzoni è come costruire una piccola casa. C’è qualcosa di magico nel farlo” dice ad un certo punto, prima di scivolare in una sostenuta versione di Lapdog. Nonostante la febbre, il raffreddore, forse un pizzico di umana paura di non farcela nonostante l’ampia conoscenza del mestiere, Rickie Lee Jones ha chiuso il suo tour italiano con una serata di magie deliziose. Che riconciliano con la storia, e il talento, di chi ha saputo rialzarsi da un abisso facilmente percorribile.

Arianna Galati

Foto di Francesco Prandoni (Milano), Roberto Panucci (Roma)

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