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Sanremo, il racconto della serata dei duetti

Finalmente il Festival di Sanremo è arrivato alla serata dei duetti. Una delle mie preferite, devo ammettere. La serata è lunga, ma promette benissimo. Se ne vedranno delle belle.

I primi due sono da incorniciare per motivi differenti. Shade e Federica Carta cantano con Cristina D’Avena la loro Senza farlo apposta: ospite più perfetto non poteva esserci. Se incidessero subito questa versione sarebbe una hit radiofonica. Senza alcun dubbio.
Motta per Dov’è L’Italia si porta sul palco la collega Nada. La canzone acquista intensità e profondità e sembra scritta apposta per entrambi. Si conferma un capolavoro.
Irama ha scelto come compagna di palco Noemi. Quanto è brava Noemi? Quando parte con la voce, sono brividi.

Il super ospite della serata arriva subito, dopo appena tre brani. Ligabue attacca con Luci d’America e, dopo uno sketch (evitabile) con Bisio, tocca a Urlando contro il cielo. Infine, l’omaggio annunciato a Guccini: Liga e Baglioni duettano sulle note di Dio è morto, in una versione decisamente più rock. Chissà cosa ne penserà Guccini?

Con l’apporto di Giovanni Caccamo, ospite di Patty Pravo e Briga, Un po’ come la vita cambia in parte struttura e incipit. All’inizio spiazza, ma poi cresce.
I Negrita arricchiscono un po’ il rock della loro I ragazzi stanno bene con la voce di Enrico Ruggeri (che numero uno!) e la tromba di Roy Paci. A dire il vero, l’arrangiamento non sembra uscirne molto differente, ma la carica – quella sì – aumenta.
I ragazzi de Il Volo a un duetto preferiscono il violino di Alessandro Quarta. La canzone continua a non piacermi, ma Quarta – ragazzi – è veramente un mostro.
Abbiamo avuto la fortuna di vedere Arisa durante le prove e dobbiamo dire che l’esibizione era pazzesca, grazie soprattutto alla presenza dei Kataklò. Sul palco è andata meno bene, ma la canzone resta di una carica pazzesca.

Su Mahmood e Gué Pequeno dobbiamo dire qualcosa? Già vedere Gué sul palco dell’Ariston è da brividi. La canzone già di per sé è una bomba, con Pequeno è perfezione (sì, mi espongo).
A proposito di perfezione, Rose viola di Ghemon con Diodato e i Calibro 35 è, al momento, il duetto più bello e intenso della serata. Che pezzo! Se qualcuno poi riesce a capire cosa avesse addosso Ghemon (una tenda?), può scrivermi in privato.

Francesco Renga opta per l’eleganza duettando con Bungaro (co-autore di Aspetto che torni), mentre la Abbagnato e Vogel danzano alle loro spalle. Meh.
I due amici Fabrizio Moro e Ultimo portano sul palco la loro fortissima e irresistibile sintonia. Questa versione de I tuoi particolari assume un nuovo significato, proprio perché si percepisce il legame fortissimo che corre tra i due cantautori. La canzone non mi entusiasma, ma chapeau.

A sorpresa sul palco come ospite c’è anche Anastasio, che rappa nel suo stile dopo un monologo di Claudio Bisio. Non ce lo aspettavamo (abbiamo scoperto della sua presenza solo leggendo la scaletta), però l’intervento è veramente potente. Bravo Anastasio!

Sapete che la versione di Mi farò trovare pronto con Neri Marcoré invece è più bella dell’originale? Il testo, con l’arrangiamento lento e la voce di Marcoré ha una vita propria, più intensa e più carica di significato.
Il pezzo dei Boombdabash è, a mio parere, sottovalutatissimo in questo Festival. La presenza di Rocco Hunt e dei Musici Cantori di Milano lo dimostra ancora di più. Il pezzo è un tormentone in puro stile Boombdabash.
I The Zen Circus insieme a Brunori portano il Festival su un altro livello. Quanta qualità in una sola canzone, ragazzi! Non dimenticate questa parentesi sanremese, è storica.
L’ultimo ostacolo di Paola Turci con Giuseppe Fiorello invece non convince (ma perché Fiorello, perché?).
La canzone di Anna Tatangelo è, ve l’ho detto, il mio guilty pleasure. E posso dire una cosa? Che bello vedere, finalmente, un palco tutto al femminile. Bravissime!
Gli Ex Otago con Jack Savoretti funzionano benissimo. C’è tanto cuore in questa esibizione e tanto amore per Genova, dimostrato anche dal simbolo appeso alla giacca. Bellissimo il groove di Savoretti all’interno del pezzo.

Paolo Jannacci e Massimo Ottoni sul palco sono strepitosi. L’esibizione di Enrico Nigiotti con i suoi ospiti finisce per commuovere. Durante le prove, Irene Grandi ha eseguito il brano da sola confermandosi un vero animale da palcoscenico. In sala sono volati applausi. In diretta Loredana c’è. La coppia funziona (ma non c’è un po’ troppo entusiasmo da parte del pubblico? Boh).
Sul palco arriva un altro momento epico. Daniele Silvestri, Rancore e Manuel Agnelli mischiano voci e strofe in una versione ancora più spiazzante di Argentovivo. Intensa, da pugni nello stomaco. Arte allo stato puro.

Ragazzi, io lo devo dire. A me la versione di Parole nuove cantata da Einar, Biondo e Sergio Sylvestre è piaciuta un sacco. L’ho persino cantata dall’inizio alla fine.
Simone Cristicchi e Ermal Meta portano su un altro piano il concetto di poesia. Questa versione di Abbi cura di me è unica.
Nino D’Angelo e Livio Cori (ri)portano all’Ariston i Sottotono. Per chi, come me, è cresciuto cantando Solo lei ha quel che voglio capite che è un evento. Sono emozionata.
La chiusura è affidata ad Achille Lauro, Boss Doms e Morgan. Non so cosa stiamo guardando, ma sono certa che sia qualcosa di epico. Applausi a scena aperta.

Alla fine, vince più che meritatamente Motta in duetto con Nada. Il pubblico accenna proteste tremende e completamente fuori luogo. Motta, senti a me, sto premio te lo sei meritato. Portalo a casa.

Grazia Cicciotti

Foto di Elena Di Vincenzo

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