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Scompare a 48 anni il direttore d’orchestra e pianista Ezio Bosso

Era malato da tempo Ezio Bosso, compositore, pianista e direttore d’orchestra nato a Torino nel 1971. Bosso si è spento all’età di 48 anni, dopo un peggioramento delle sue condizioni di salute. Nel 2011 è stato operato per un tumore al cervello, in seguito gli venne diagnosticata una malattia neurodegenerativa.

In questi minuti si stanno moltiplicando i messaggi di cordoglio di artisti, operatori del settore e testate editoriali. Rai3, su Twitter, lo ricorda con un bellissimo virgolettato: «La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare. La musica è come la vita, si può fare in un solo modo: insieme».

Il ricordo di Onstage del compianto Maestro Ezio Bosso
a cura di Andrea Pazienza

Addio a Ezio Bosso

Sognando lacrime in una gabbia di cristallo è riuscito a farci perdere e a farci volare

Non capisco quasi niente di musica classica – e visto che stiamo parlando della scomparsa di un compositore, pianista e direttore d’orchestra mi sembra giusto fare le opportune premesse –  eppure non ho potuto fare a meno di emozionarmi la prima volta che l’ho visto suonare a Sanremo nel 2016 quando scoprii il suo talento in ritardo insieme al resto d’Italia.

È andata così. Ancor prima delle sue note, mi sono arrivate le sue parole.

Parole pronunciate con difficoltà in modo così innaturale, ma altrettanto tenace, a causa della malattia degenerativa che l’aveva colpito nel 2011 dopo l’operazione al cervello.  Parole che suonavano strane al nostro orecchio, ma erano semplici e chiare come possono esserle soltanto quelle di chi ha frequentato tanto la strada quanto gli ambienti accademici. Parole che non eravamo abituati a sentire in Tv, non solo per quello strano modo in cui erano pronunciate, ma anche e soprattutto per il contenuto profondo che esprimevano:

 “E proprio seguendo quell’uccellino mi sono perso. E mi son messo a ragionare sull’importanza di perdersi per imparare a seguire. Noi diciamo perdere è brutto. No! a volte perdere i pregiudizi, perdere le paure, perdere il dolore ci avvicina e ci fa seguire”.

In un mondo ipercompetitivo che ci ha insegnato soltanto l’importanza di “vincere e ci ha abituati fin dalla nascita a puntare solo ed esclusivamente a quella vittoria, Ezio Bosso era lì su una carrozzina, nel bel mezzo di una competizione canora – che volenti o nolenti è la più importante, seguita e attesa d’Italia – a spiegarci l’importanza di “perdere” e di perdersi.

Per seguire cosa oltre a quell’uccellino esattamente non mi era ancora del tutto chiaro, ma in fondo non era così importante, “ma ragioni giusto seguendo il volo degli uccelli” cantava Lucio Dalla in E non andar più via e la stessa cosa forse ci stava dicendo – e da lì a breve anche suonando sdraiandosi quasi sul suo pianoforte – pure Ezio.

Ancor prima che iniziasse a eseguire Following a Bird (divenuto il brano di apertura di tutti i suoi concerti) ci aveva già mandato al tappeto con la sua semplicità disarmante. “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole” cantava De Anrdré e molto probabilmente doveva essere questo il destino infame a cui questo mondo aveva deciso di condannare Ezio Bosso, solo che lui, proprio come il calabrone che non è adatto al volo, non lo sapeva e riusciva a volare lo stesso sia con le note che con le parole. Quando mi sono arrivate all’orecchio in rapida sequenza sia le une che le altre è stato come spiccare il volo insieme a lui per intraprendere un viaggio interiore destinato ad andare non so dove. Lì ho capito. Lo dovevo seguire anch’io.

E così ho scoperto che in realtà le sue note in parte le avevo già sentite, ma erano molto diverse da quelle udite a Sanremo. Erano quelle degli inizi quando Ezio era soltanto un adolescente che seguiva la moda dei Mods (scusate il pessimo gioco di parole) e suonava il basso negli Statuto, uno dei primi gruppi ska della scena underground italiana e nello specifico della piazza torinese.

Anzi, ancor più nello specifico, si trattava di una piazza torinese in particolare, da cui presero anche il nome, Piazza Statuto appunto, nei pressi di Porta Susa, vicino al quartiere popolare di San Donato. Mentre negli anni 80 i paninari milanesi si ritrovavano in centro davanti al Burghy in Piazza San Babila senza fare un cazzo tutto il giorno – se non dare origine a uno dei personaggi più brutti del Drive In – i mods torinesi avevano imbracciato gli strumenti ed eletto come luogo di ritrovo una piazza più defilata, quasi una porta d’accesso tra i due mondi antitetici di periferia e centro.

Ezio Bosso era nato e cresciuto lì e aveva attraversato quella piazza di confine milioni di volte; con gli Statuto incise solo l’album di debutto – Vacanze del 1988 – e poi venne cacciato dalla band “perché suonava troppe note” o forse perché avevano già capito anche loro che il ragazzo era destinato a volare più in alto. In ogni caso aveva fatto in tempo a lasciare il segno e la band gli ha giustamente tributato omaggio venerdì scorso pubblicando su Facebook un ultimo saluto corredato da una foto di gioventù, che lo ritrae in forma smagliante e in cui oggi quasi si stenta a riconoscerlo:

https://www.facebook.com/glistatuto/posts/10157869706948645:0

Sempre a Torino Ezio aveva frequentato il conservatorio, ma se ne era scappato a causa dei metodi violenti e militareschi del suo insegnante, non molto lontani da quelli che abbiamo visto in Whiplash di Damien Chazelle.

In una delle sue ultime interviste rilasciate a Rolling Stone aveva raccontato che una volta era intervenuto un signore coi capelli grigi a prendere le sue difese:

“Si è seduto e mi ha chiesto di ripetere l’esercizio che stavo eseguendo. Quando ho finito, si è rivolto all’insegnante: “A me sembra molto bravo. Perché grida?”. Era John Cage. E gli sarò sempre riconoscente”.

Col tempo Ezio avrà modo di rifarsi, debuttando in Francia come solista a soli 16 anni, studiando all’accademia di Vienna con Ludwig Streicher, esibendosi nelle sale più prestigiose del mondo – dalla Royal Festival Hall di Londra alla Carnagie Hall di New York – e dirigendo tra le altre orchestre, la London Symphony, così come l’orchestra del Teatro Regio di Torino per chiudere il cerchio lì dove tutto aveva avuto inizio.

A partire dagli anni zero ha avuto modo di fare anche qualche incursione nel mondo del cinema con le colonne sonore dei film di Gabriele Salvatores, Io non ho paura, Quo Vadis, Baby? e Il ragazzo invisibile (grazie ai quali ha vinto due David di Donatello).

Ma il suo lascito più grande è rappresentato forse da quelle famose 12 “stanze” che compongono il suo disco solista del 2015, The 12th Rooms (ispirato al misterioso Libro tibetano di Dyzan tradotto in versi dalla teosofica russa Elena Blavatsky)  in cui dimostra chiaramente di aver compreso, rielaborato e fatto sua la lezione del silenzio impartita dal grande compositore e teorico musicale americano John Cage che l’aveva “salvato” da piccolo e per il quale aveva composto in segno di gratitudine la sua “Dreaming Tears in a Crystal Cage”.

 “La musica sta nel silenzio. La musica si basa su quelle piccolissime pause che creano quella aspettativa, quella tensione, l’attesa. Ti lasci andare, ti fai accarezzare”.

Queste le parole usate da Ezio per descrivere il segreto più profondo della musica durante lo speciale “Che storia è la musica” andato in onda su Rai3 nel 2019 ( e ancora disponibile su Rai Replay al seguente indirizzo https://www.raiplay.it/video/2019/06/La-Quinta-e-la-Settima-di-Beethoven—Che-storia-e-la-musica—Ezio-Bosso—09062019-e2413897-d56c-4d80-98ba-4305b60de3ac.html).

In quello speciale Ezio riesce a far capire la musica classica anche a chi come me non l’ha mai capita (perché non c’è niente da capire diceva lui) parlandoti e facendoti “sentire” Beethoven come non l’avevi mai sentito prima – uno che ha continuato a comporre la sua musica anche se stava diventando sordo, uno che proprio come Ezio non si è arreso al suo destino maledetto, ma l’ha messo in musica (ascoltatelo bene, l’inizio della quinta sinfonia è proprio il suono di quel destino che bussa prepotentemente alla porta) e l’ha trasformato in qualcosa di eterno.

“Noi uomini tendiamo a dare per scontate le cose belle, ma ogni tanto a tutti capita una stanza buia e piccola. Noi siamo dodici stanze, nell’ultima ricordiamo la prima, quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non vediamo, ma nell’ultima la vediamo perché siamo pronti a ricominciare”.

Siccome le vie del signore, come ha detto qualcuno, forse sono finite, ma quelle della musica no, mi ritrovo di notte a scrivere queste ultime note di saluto proprio da un appartamento di Torino che affaccia su Piazza Statuto, dove mi sono trasferito per inseguire la ragazza che amo e dove da tre anni mi muovo fra queste stesse vie che Ezio ha attraversato in gioventù.

E da questa finestra mi sembra quasi di vederlo ancora con la giacca e gli occhiali da sole d’ordinanza, mentre sfreccia contro il destino a bordo di una lambretta o di una carrozzina tra Via Cibrario e Corso Garibaldi, sognando lacrime in una gabbia di cristallo.

Insomma, per farla breve aveva ragione lui. Dovevo perdermi e lo dovevo seguire.

Redazione

Foto di Roberto Panucci

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