Onstage
simple-minds-roma-2018

Simple Minds, Sparkle In The Rain compie 35 anni

Sparkle in the Rain è un gran disco dei Simple Minds. Ha però la sfortuna di cascare in mezzo a due album ancora più celebri, quindi rimanere intrappolato nelle pieghe della storia beccandosi la scomoda etichetta di ‘disco di transizione’.

Il “prima” in questo caso è New Gold Dream (81/82/83/84): summa del periodo d’oro degli esordi, quando la band aveva trasformato il post-punk revival in art-pop, con le loro tastiere vibranti, le composizioni trascinanti e mistiche. Il “dopo” invece è Once Upon a Time, il disco del successo mainstream mondiale, disco così pieno di singoli di valore da permettere alla band di non includervi addirittura il singolo più clamoroso di tutti, quella Don’t You Forget About Me che conoscono anche i sassi.

Sparkle in the Rain, comunque, ha due nuovi elementi che tra tutti meglio inquadrano i cambiamenti in atto. Mel Gaynor diventa il batterista ufficiale, e quello splendido omone nero si sente eccome: il suo tiro quadrato e micidiale rende le parti di batteria davvero esplosive e pulsanti, soprattutto nei singoli. Waterfront, sicuramente il più celebre, con la caratteristica linea di basso pulsante, e il botta/risposta tra chitarra e tastiere, con la batteria a rendere l’ode a Glasgow davvero grandiosa. In Speed Your Love to Me Gaynor è un rullo incessante e sposa perfettamente la nuova verve rock della band. Affascinante anche la sottovalutata opener Up On the Catwalk, dove le tastiere creano un’atmosfera enigmatica e onirica, mentre la batteria pulsa tribale a fare da tappeto al flusso di coscienza di Jim Kerr.

Secondo elemento fondamentale per la direzione del disco fu la produzione di Steve Lillywhite, leggendario producer inglese soprattutto dei primi U2 ma anche di altri pezzi da ’90 come Peter Gabriel, Talking Heads, Morrissey, Siouxsie and the Banshees, Psychedelic Furs…
Lillywhite spinse la band a ricercare più immediatezza nelle composizioni, a vivere l’attimo come un’unica unità, suggerendo per esempio a Jim Kerr di adattare le linee melodiche della sua voce a quelle della chitarra o di comporre i testi nel più breve tempo possibile. Inevitabilmente iniziano a farsi leciti i paragoni con gli U2, e i parallelismi tra la voce di Bono e quella di Kerr non sono infondati, basta anche snetire certe linee vocali come in Book of Brillant Things o come Kerr si alzi i giri in East at Easter.

Fu un disco di transizione sì, verso territori più rock per la band, verso le arene, verso un pubblico più ampio, ma riesce anche a contenere l’ultimo barlume di magia new wave degli esordi.

Marco Brambilla

Foto di Roberto Panucci

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI