Onstage
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Sinead O’Connor: la bellezza di una voce senza confronti

LA PREMESSA (lunga, ma doverosa):
Per la maggior parte delle persone Sinead O’Connor resterà sempre quella di Nothing Compares 2 U nella migliore delle ipotesi. Oppure “quella pazza che ha strappato la foto del papa” nella peggiore.

In pochi, infatti, hanno poi approfondito una discografia disseminata di perle ricamate di fragilità e rabbia come Feel so Different, Troy, This Is a Rebel Song, Mandinka e Fire on Babylon (giusto per citare alcuni dei suoi cavalli battaglia che si è permessa di lasciare fuori dal concerto torinese). E ancora meno sono quelli che all’epoca si erano chiesti quali fossero le ragioni di quel gesto che l’ha condotta all’autodistruzione mediatica e al sabotaggio della sua carriera. Eppure bastava solo un piccolo sforzo di comprensione. Ma molto probabilmente all’inizio degli anni 90 il mondo non era ancora pronto per un atto d’accusa così duro e così eclatante come quello avvenuto il 3 ottobre del 1992 quando, durante la sua esibizione a cappella di War di Bob Marley , l’allora giovane Sinead decise di sfruttare il palcoscenico del  Saturday Night Live per denunciare la corruzione morale della Chiesa e gli abusi sui minori perpetrati da una parte del clero (soprattutto nella sua cattolicissima Irlanda).

Così, durante la performance sostituì alcuni versi della canzone di protesta africana con una sorta di mantra urlato con tutto il fiato che aveva in gola: “Child Abuse, Yeah – Child Abuse Yeah” – per poi chiudere il tutto stracciando in maniera plateale la foto di Giovanni Paolo II nel momento topico in cui la canzone proclamava la vittoria del bene sul male, aggiungendo come ciliegina sulla torta – casomai non fosse stato ancora chiaro il messaggio – la frase finale: Fight The Real Enemy”. Tutto questo in diretta tv nazionale. Poi spense le candele, disse grazie e buona sera e anche addio per sempre alla sua lucente carriera.

Ma un talento sconfinato come quello della sua voce non poteva essere soffocato così e a quasi trent’anni di distanza da quell’evento, infatti, siamo ancora qui a parlarne.

Nello stupore generale della stampa specializzata e dei fan, a partire dallo scorso settembre Sinead O’Connor è tornata a cantare e a esibirsi dal vivo dopo che ormai se ne erano perse le tracce e – ahimè – anche e soprattutto le speranze. Non solo quelle artistiche – l’ex ragazza ribelle della musica irlandese è stata data per “finita” più volte a causa dei suoi eccessi e dei suoi problemi di salute mentale –  ma anche quelle fisiche visto che una mattina di maggio del 2016 era uscita a fare un giro in bicicletta e non era più tornata. La notizia ormai non interessava già più a nessuno, a parte i fan più accaniti, ma fortunatamente la cantante era stata poi ritrovata dalla polizia e sottoposta a cure mediche. Ne aveva un disperato bisogno e non l’ha mai nascosto. Più volte ha tentato e parlato di suicidio, l’ultima nel 2017 con un video straziante apparso su FB, in cui  mostrava al mondo tutta la sua fragilità e confessava apertamente tutte le difficoltà derivanti dalla sua malattia:

“Non c’è nessuno nella mia vita a parte il mio psichiatra, la persona più dolce del mondo, che dice che sono il suo eroe –  e questa è l’unica ragione che mi tiene in vita, ed è patetico. Le malattie mentali sono come le droghe, non gliene frega un cazzo di chi sei…e la cosa peggiore è lo stigma: all’improvviso tutte le persone che dovrebbero amarti e prendersi cura di te ti trattano male”.

Sembrava essere davvero l’ultimo disperato grido d’aiuto di un’anima in pena, quello che avrebbe portato presto al triste epilogo di una vita tormentata, segnata fin dall’infanzia da violenze psicologiche e abusi sessuali, dall’isolamento in istituto (uno dei tristemente noti Magdalene Laundries), dalla morte accidentale della madre (che ha amato incondizionatamente nonostante fosse la sua principale aguzzina), dal trauma dell’aborto e dalle tante storie d’amore andate a finire male o malissimo, tra matrimoni falliti e lotte disperate per l’affidamento dei figli.

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IL CONCERTO:
E invece nonostante tutto oggi è ancora qui sul palco. Risorta come una fenice di fuoco armata di fede e coraggio, proprio come appariva sulla copertina del suo album Faith And Courage, dal quale riproporrà due brani, Jealous e Hold Back The Night i cui finali si potrebbero tagliare con un cut-up burroughsiano e cucire insieme in un unico verso che riassume la parabola della sua vita:

Non merito di essere così sola, non merito di piangere.
E allora ritardo la notte.

All’epoca di quei versi era prossima alla riconciliazione con la chiesa cristiana che sarebbe sfociata addirittura nella presa dei voti come Suor Bernadette-Marie.

La corazza che indossa oggi, invece, è costituita dagli abiti della religione islamica alla quale si è convertita nel 2018 (cambiandosi il nome in Shuhada Sadaquat ovvero “Testimone di Verità”) in un percorso spirituale che ha attraversato varie fasi e che potrebbe sembrare senza capo né coda, ma che in realtà è coerente con la sua personale concezione di religione:

“Non credo in una sola Chiesa Cattolica. Credo in tutte le chiese e in tutte le religioni. Penso che si possa prendere qualcosa da ogni religione. Ci sono solo diverse interpretazioni e diverse cose da imparare. Non si dovrebbe lasciarne fuori nessuna” (Spin, 1991).

Sinead si presenta, dunque, sul palco dell’Hiroshima Mon Amour di Torino in una versione molto più conciliante e serena di quella a cui eravamo abituati, con un lungo abito scuro che nasconde tutti i suoi tatuaggi – a parte quelli sulle mani e sui piedi scalzi – e l’Hijab a coprire la sua testa un tempo rasata e ora chissà.

Il concerto si apre subito con una preghiera urlata allo specchio, la cover di Queen Of Denmark di John Grant con le chitarre al posto del pianoforte e una voce fuori dal comune a sostituire quella di uno spirito affine, compagno di cadute e rinascite (con il quale Sinead aveva anche collaborato nel 2013 per l’album Pale Green Ghosts).

Se è vero che la rivoluzione comincia a casa, davanti allo specchio del bagno, come dicevano gli Hüsker Dü, non c’era modo migliore di iniziare, se non questo: un discorso contro il riflesso di sé stessa, che si ripropone di smuovere qualcosa dentro e cambiare le cose. Sinead non sa più cosa vuole dal mondo (“I really don’t know what to want from this world” ) e allora si (ri)prende tutto e lo fa con una voce che non ha perso niente della sua forza prorompente di un tempo, capace di sali e scendi emotivi inarrivabili per la maggior parte delle sue colleghe di successo – e alla fine vedremo chi riderà per ultimo (“we’ll see who gets the last laugh”), magari sarà lei la prossima regina della Danimarca.

Di certo a fine brano noi non abbiamo più dubbi. Sinead è tornata. E ha già vinto tutto.

La sua personalissima idea di chiesa viene esplicitata anche nel brano successivo estratto da I’m Not Bossy, I’m The Boss: unaTake Me To Church – che nulla ha a che spartire con l’omonimo tormentone di Hozier – pompata fuori direttamente dal cuore, in un moto perpetuo che spinge sull’acceleratore dei battiti fino allo spasmo del ritornello, che si conficca prima nel cervello e poi nell’ anima del pubblico, ormai sempre più vicina alla sua:

Take me to church / But not the ones that hurt
‘Cause that ain’t the truth /And that’s not what it’s worth

Dallo stesso album più avanti eseguirà anche Harbour – aka the saddest song to play on the strings of my heart – il brano che aveva realizzato con Moby, qui riproposto nella sua versione più ruggente, dove le atmosfere ambient e rilassate del pro-pronipote di Herman Melville lasciano spazio a una tempesta elettrica, molto più aggressiva e memore degli esordi del leone e del cobra (ndr. il suo album di debutto uscito nel 1987 si intitolava appunto The Lion and the Cobra).

Il concerto prosegue, poi, con le canzoni di How About I Be Me (And You Be You?): tra una 4th and Vine più ritmata e una Reason with me più sommessa, emerge come un sorriso di luce tra le nuvole The Wolf Is Getting Married con il suo ritornello appiccicoso piovuto dal cielo:

And the sun’s peeping out of the sky / Where there used to be only gray
The wolf is getting married /And he’ll never cry again.

Nel corso della serata, in realtà, ci sarà spazio per il pianto e anche per due canzoni estratte da Universal Mother – ovvero l’album più fragile della cantante-madre più fragile dell’universo –  ma sta volta ad andare in frantumi sotto i colpi inferti da In This Heart e Thank You For Hearing Me saremo soltanto noi. Lei no, non più: Now I’ve a strong, strong heart ci dice. E noi le crediamo.

Ma il cuore pulsante del concerto è rappresentato, come sempre, dai brani di I Do Not Want What I Haven’t Got, l’album che cambiò per sempre la sua vita e in parte quella di tutti i presenti. Quelle canzoni sono come proiettili di sentimenti sparati dalla voce di Sinead che non ha paura di aprire il fuoco e di aprirsi fino a dove soltanto lei è capace di arrivare, premendo il tasto della nostra distruzione.

C’è il canto a cappella di I Am Stretched on Your Grave – con tutto il peso della morte che si trascina dietro da secoli – e poi c’è il dolore dell’ultimo giorno cantato in The Last Day of Our Acquaintance.  Per chi è ancora in piedi ci sono, poi, i proiettili veri sparati dalla polizia inglese contro i ragazzi di colore, nella critica sociale per chitarra e voce di Black Boys on Mopeds e infine i nuovi vestiti dell’imperatore che ci mostrano il re nudo come nella fiaba di Andersen, rielaborata nella cavalcata allegra ma non troppo diThe Emperor’s New Clothes.

E infine c’è la bomba atomica (del resto siamo all’Hiroshima Mon Amour), quella che in fondo stavamo aspettando tutti fin dall’inizio e che viene sganciata quando ormai siamo quasi a fine concerto, stremati dalla fatica delle emozioni che non siamo più in grado di contenere. Nothing Compares 2 U ci esplode in faccia con un boato e con tutte le schegge inevitabili dei ricordi che si porta dentro. Come quello indelebile del video della canzone, con il primo piano fisso sul viso di Sinead e sui suoi occhi verdi pieni d’Irlanda dai quali a un certo punto le scendevano spontaneamente due lacrime vere in ricordo della mamma – All the flowers that you planted mama / In the back yard /All died when you went away.

Nel ricantare oggi quegli stessi versi, le lacrime non le scendono più, anzi a fine canzone le vediamo addirittura apparire un sorriso sulla faccia che vale mille ricordi tristi.

Se non hai mai visto un periodo felice come ne riconosci uno?  Forse proprio così.

Più tardi ci sarà anche spazio per due bis – con l’ultima Milestones e il ritorno a casa di Back Where We Belong –  ma in fondo sappiamo già tutti che è questa immagine la vera chiusura, non solo del concerto, ma di tutta la sua vicenda artistica che finalmente riconcilia la cantante irlandese con la sua storia personale.

Forse non è mai esistita nella storia della musica recente un’altra cantante che sia riuscita a incarnare tutta la fragilità umana, la voglia di lottare e la capacità di amare in maniera così sconfinata, come ha fatto Sinead O’Connor con la sola forza della sua voce – la cui bellezza, per questo, almeno stasera, per noi rimane senza confronti.

La scaletta del concerto di Parma
Queen of Denmark (John Grant cover)
Take Me to Church
4th and Vine
Reason with Me
The Wolf Is Getting Married
Jealous
I Am Stretched on Your Grave
(a capella)
In This Heart (a capella)
Black Boys on Mopeds
Harbour
Thank You for Hearing Me
The Last Day of Our Acquaintance
The Emperor’s New Clothes
Nothing Compares 2 U
(Prince cover)
Hold Back the Night
Milestones
Back Where You Belong

Andrea Pazienza

Foto di Mathias Marchioni (data di Parma)

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