Onstage
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Il debutto degli Skid Row usciva 30 anni fa

Gli Skid Row esordiscono il 24 gennaio 1989, esattamente 30 anni fa, con un album omonimo perfetto per la generazione di giovani amanti del rock. Con il sound perfetto e il frontman perfetto, almeno tre classici del genere vivi e vegeti ancora oggi, rappresenta l’ultimo scampolo della frangia del metal più piaciona, pomposa e irritante, quella del glam/hair metal, che con soddisfazione di molti crollerà fragorosamente sotto i colpi del grunge. Questa è la storia dell’ascesa e della caduta degli Skid Row.

30 ANNI FA…
Skid Row significa strada provinciale, dissestata. Quelle strade, per intenderci, che ti ritrovi sotto le ruote dopo esserti perso, che ti fanno sentire a disagio, lontano da casa molto più di quanto attesti il contachilometri. Una sensazione di alienazione che accende tutti i tuoi indicatori di pericolo. La sensazione che qualcosa di brutto è perennemente in procinto di accadere, una sensazione nota alla generazione che ha vissuto gli anni ’80.
Spaesati, abbandonati dalle istituzioni cieche ed egoiste, quei giovani vedevano come eroi i divi del rock, che per l’occasione indossavano l’onere nella maniera più pomposa possibile.

Ogni generazione vive un contrasto insanabile con quella precedente, e ognuna di queste battaglie ha il suo eroe. La battaglia generazionale mossa dall’hair metal aveva i suoi combattenti, e gli Skid Row trovano dopo svariate ricerche il frontman perfetto in Sebastian Bach. Bellissimo, alto e biondo, viso pulito e anima sporca. Estremo negli atteggiamenti, nelle uscite, nei gesti. Uno dei migliori headbanger mai visti dal vivo, con quelle gambe chilometriche divaricate sul palco e quella chioma (rimasta immutata nel tempo…non si può dire la stessa cosa di tutto il resto) che viaggia indemoniata in tutte le direzioni.

Entra ed esce dalla galera, ripudiato dal Canada, sua Nazione di origine, spesso al centro di polemiche tra le più disparate nate da sue uscite a dir poco infelici. Il generale perfetto per muovere guerra alle aspettative dei genitori, così ingiuste nel tentare di plasmare i propri figli ad immagine e somiglianza di una fotocopia sbiadita. Il giovane degli anni ’80 non ci sta, e ai completi da ufficio risponde con il giubbotto di pelle, alla pettinatura grigia e composta, oppone un tripudio di lacca. Il termine Hair deriva proprio da quello, dalla natura aleatoria che sembra unire le acconciature allo spessore artistico delle canzoni. Perché hair metal altro non è che lo stesso modo di definire il pop metal, cioè canzoni che eleggono la banalità a virtù come lo fa la musica pop, solo usando le maniere forti.

Così dal New Jersey emergono tra decine di altri proprio gli Skid Row, che intrecciano i loro destini con i compaesani Bon Jovi, con beniamini di riferimento come Poison, Def Leppard, Mr.Big, L.A. Guns e tanti altri, inclusi i numeri uno Guns ‘N Roses. Tutti gruppi fautori dello strano fenomeno del Big In Japan. Esatto, proprio come la canzone degli Alphaville coverizzata dai tedeschi Guano Apes. Per un qualche meccanismo culturale, questi gruppi in Giappone facevano numeri da capogiro. Addirittura alcune band americane sconosciute in Patria, nel Sol Levante erano seguiti da centinaia di migliaia di persone. E’ per questo motivo che tutti gli album dell’epoca (e ancora oggi) uscivano per quel mercato in versione esclusiva e ampliata. Con il solo mercato e i tour in Giappone questi gruppi si garantivano fama e agiatezza, senza doversi preoccupare troppo delle loro sorti in Occidente.

Un meccanismo che sfugge le regole del mercato e della meritocrazia, ovviamente, tanto da divenire una formula linguistica atta a sostituirne altre quali ‘facile come rubare le caramelle ad un bambino’. Fare i grossi in Giappone, bella forza. Gli Skid Row erano tra i maggiori esponenti dei Big In Japan, e Sebastian Bach l’idolo dei giovani di mezzo mondo. Tutto questo finì in un lampo per mano di ragazzi arrabbiati, ma arrabbiati sul serio, che venivano da una città triste e piovosa chiamata Seattle. Il mercato era saturo, i giovani stanchi della banalità e delle pettinature sfarzose, avevano bisogno di verità contro la menzogna e di gente che condivideva i loro disagi sul serio. Personaggi come Kurt Cobain, Chris Cornell, Eddie Vedder e Layne Staley spazzarono via il glam, l’hair metal e tutto il baraccone. Le folle oceaniche scemarono, gli eroi invecchiarono appesantendosi, orfani di una gioventù che mano a mano abbandonò i loro corpi e il loro spirito.

IL DISCO
‘He had a heart of stone’, aveva un cuore di pietra Ricky, il protagonista di 18 And Life, uno dei più grandi successi non solo degli Skid Row ma di tutto il metal commerciale. Quella che diventa da subito la colonna sonora di ogni litigio con il proprio padre, della libertà che incautamente si desidera sopra ogni cosa prima della calma apparente portata dalla maturità. Rabbia indomita che nel video celeberrimo sfocia nella tragedia di un colpo di pistola. Spintoni, urla in faccia, persino la galera.

Il tutto raccontato da Sebastian Bach: ciò che il genitore rappresentato nel video, grasso con i capelli grigi e con la canotta unta, non è. La gioventù che va fuori di testa, che rompe gli schemi, Youth Gone Wild. Il coro cantato con trasporto da voci giovanili lanciano in cielo un manifesto di cui Skid Row si fa portatore. Un album pieno di energia facile da spendere, da capire, da riutilizzare. Ad uso e consumo di una generazione intera. Che sfrutta una delle armi più potenti del genere in maniera sublime, quella della power ballad. Il mezzo più emozionale per veicolare storie di strada, quello della ballata, un contesto romantico e amoroso oscurato da sofferenza e perdita e malinconia del ricordo che diventa poesia in I Remember You.

Questi sono i classici senza tempo che ancora oggi non hanno perso splendore e forza, perché quel sentimento di smarrimento nato dal sentirsi così fuori posto nel binario di acciaio che si snoda dai nostri genitori verso il futuro non svanirà mai. Ce lo porteremo sempre dietro anche quando la nostra giovinezza sarà sfumata, e lo rivedremo riflesso negli occhi dei nostri figli così minaccioso da renderci inermi, come lo sono stati i nostri vecchi al nostro cospetto. L’album è tutto questo, amalgamato in un prodotto compatto, talmente omogeneo da risultare al tempo stesso la sua forza e il suo difetto.

E OGGI…
Il revival è presente intorno a noi quotidianamente. Degli anni ottanta, novanta, ora anche duemila. Il glam rock ha avuto già un periodo di revival a fine anni ’90, ucciso poi dall’avvento della musica moderna, dall’indie e dall’alternative metal. Il calderone del revival contemporaneo concede qualcosa anche a quei gruppi, potendo considerarlo un revival del revival. I Guns N’ Roses, ovviamente, sono come sempre al primo posto. Il loro Not In This Lifetime Tour ha garantito un fatturato pari a quello di una piccola nazione. Ancora attivi sono Mr. Big e Def Leppard. Si parla di un ritorno dei Poison, i Motley Crue non sono finiti come il loro tour d’addio ha lasciato pensare.

Gli Skid Row pare non riescano proprio a sanare le loro divergenze, ed è normale quando hai a che fare con personaggi come Sebastian Bach, il chitarrista Dave ‘The Snake’ Sabo e il bassista Rachel Bolan (questi due fondatori del gruppo). La separazione dolorosa non ha giovato a nessuno. Sebastian ha avuto una carriera solista all’insegna della macchietta di se stesso. Mai riuscirò a togliermi dalla mente momenti imbarazzanti come la sua interpretazione di Lady Gaga e Adam Levine nel programma americano Sing Your Face Off. Gli Skid Row sono andati avanti ma nemmeno mai vicini al successo di quegli anni. Tre album: Skid Row, Slave To The Grind e Subhuman Race. Due successi esorbitanti e uno strano esperimento alternative da rivalutare sono i tre episodi magnifici (Thickskin e Revolutions per Minute li lasciamo perdere)di una carriera lampo, interrotta dagli eventi della musica mondiale. I classici però rimangono e abbiamo addirittura la possibilità di riascoltarli cantati da Bach quest’estate durante la rassegna di Rock In The Castle a Villafranca di Verona.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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