Onstage
SKUNK-ANANSIE-RUGBYSOUND-2019

Skunk Anansie, venticinque anni di rock ed eleganza sul palco del Rugby Sound

Chiude in grande Rugby Sound 2019, che ieri ha portato sul palco della manifestazione di Legnano (Milano) venticinque anni di rock, classe, grinta, potenza ed eleganza. Duri quando c’è da esserlo, romantici nei momenti giusti, ma sempre onesti, fedeli alla linea: erano questi gli Skunk Anansie che abbiamo conosciuto nel ’95 – quando uscivano con un disco al fulmicotone intitolato Paranoid & Sunburnt, un album che riempì quegli anni del suo sapore incazzato, non allineato, fastidiosamente alternativo per chi non fosse della stessa “religione”. E sono questi gli Skunk Anansie, che abbiamo visto ieri, sull’onda del loro 25live@25, l’album uscito a gennaio. In mezzo, cinque lustri di grande musica e varie esplorazioni sonore, da rivivere insieme in una serata alla quale non è mancato davvero nulla.

L’onore di aprire la serata è toccato agli allusinlove – giovane rock band britannica dello Yorkshire al debutto discografico con It’s Okay To Talk – che accompagnano Skin e soci per tutto il tour europeo che in Italia, dopo Nichelino (Torino), Bologna e Legnano, farà tappa questa sera al Rock in Roma, domani a Napoli e il 10 a Noto (Siracusa).

Scaldata a dovere l’atmosfera, gli allusinlove cedono il palco agli Skunk Anansie, che, senza indugi, catapultano il Rugby Sound alla fine del secolo scorso: erano i tempi di Post Orgasmic Chill e di Charlie Big Potato. Si vola e il ritorno al futuro con Because of You è solo una parentesi (perfetta in apertura di uno show, che attraverserà come da programma tutti i venticinque anni di carriera della band), prima di tuffarsi di testa in un dittico delle origini con All In the Name of Pity e I Can Dream.

You’ll Follow Me Down, suonata in acustico calma i bollenti spiriti, ma sarà uno dei pochi momenti sentimentali del live, seguita com’è dal trittico My Ugly Boy, Twisted (Everyday Hurts), Weak. I patti, già chiari dall’inizio, a questo punto sono evidenti: Skin, Ace, Cass e Mark, accompagnati sul palco anche da una corista e tastierista, sono qui per spaccare tutto. La band è un carro armato, compatta e potente, su cui la panterona Skin, immensa come sempre, può poggiare la sua performance funambolica. È in forma smagliante, nonostante gli anni passino anche per lei, sul palco non sta ferma un attimo e tuttavia il cantato, salvo qualche imprecisione iniziale, è poi sempre al top, come dimostrano, tra il resto, le rock ballad Cheap Honesty, Love Someone Else e I Believed In You.

Il bello degli Skunk è che nonostante sul palco ci sia una band – che la sua firma sulla storia del rock contemporaneo ce l’ha messa, eccome, in questi venticinque anni -, l’atmosfera rimane intima e festaiola. Skin è una comunicatrice nata, lo tocca il suo pubblico, ci si immerge, dimostrando una fiducia quasi commuovente. Ci parla per lo più in italiano, lei che in Italia ormai è di casa, finché le energie le consentono di farlo, poi si scusa – «scusate se il mio italiano è un po’ fasi*@?/#%oso» (ok, abbiamo capito Skin) – e passa all’inglese. Giusto, anche perché ha qualcosa di importante da dire, perché «non è un momento bello in Italia, eh?». No, non lo è, per niente, non lo è perché «quando te la prendi con i migranti e io sono una migrante, i miei genitori sono dei migranti, quindi so cosa vuol dire, quando c’è razzismo, odio, omofobia e la politica indica quelli come problemi, vuol dire che qualcosa non va. Tieni duro Italia, questa è una canzone per tutti noi», racconta prima di cantare God Loves Only You.

È la chiave di volta del live, che da qui cambierà definitivamente marcia, ingranando non la quinta, ma la sesta. Prima, però, c’è spazio per rifiatare e sognare anche un po’ con Without You e Hedonism (Just Because You Feel Good), cantata all’unisono dal pubblico del Rugby Sound. È una canzone nuova a riportare il concerto al punto di incandescenza: «Questo è un pezzo che non abbiamo mai suonato live e non lo abbiamo ancora registrato, quindi non rubatecelo». La toccano, come al solito, piano gli Skunk Anansie e se l’ultimo disco ce li aveva mostrati un po’ appannati a livello compositivo, questo pezzo dal cantato aggressivo e dal riff cubitale, insieme al singolo nuovo, ci restituisce una band ispirata.

Si prosegue, quindi, con Intellectualise My Blackness, Yes It’s Fucking Political, Tear the Place Up, tre brani che portano lo show verso la conclusione nel migliore dei modi: rock riottoso e politicizzato, tra passato e presente. Usciti, Skin e soci tornano presto sul palco, perché un paio di cosine ce le hanno ancora da dire: il nuovo singolo What You Do For Love e Secretly, per cullarci verso la notte fonda e Little Baby Swastikkka, per chiudere in bellezza un live nel quale gli Skunk Anansie hanno scelto di raccontarsi mostrando la loro anima più rock – e non è un caso, perché sono i tempi che lo richiedono, perché il rock è vivo e sta bene e perché la band capitanata da Skin ha ancora tanto da dare.

Escono, ma non è finita qui, c’è ancora un colpo in canna da sparare ed è uno di quelli roboanti: The Skank Heads. Ora, sì, che possiamo andare in pace.

Scaletta:
Charlie Big Potato
Because of You
All In the Name of Pity
I Can Dream
You’ll Follow Me Down
My Ugly Boy
Twisted (Everyday Hurts)
Weak
Cheap Honesty
Love Someone Else
I Believed In You
God Loves Only You
Without You
Hedonism (Just Because You Feel Good)
Pezzo nuovo
Intellectualise My Blackness
Yes It’s Fucking Political
Tear the Place Up

What You Do For Love
Secretly
Little Baby Swastikkka

The Skank Heads

Cinzia Meroni

Foto di Elena Di Vincenzo

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