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Superunknown dei Soundgarden compie 25 anni

Sono passati 25 anni dall’uscita di Superunknown dei Soundgarden. L’allora tassello di un mosaico stupendo e maledetto chiamato Grunge è oggi una pietra miliare sola. Orfana del suo contesto, orfana del suo massimo creatore, Chris Cornell. Non per questo meno luminosa, no. Non meno folgorante qualsivoglia sia il numero dei suoi ascolti, che sia il primo, che sia il milionesimo. Superunknown esplose come una supernova e in maniera tutt’altro che inaspettata, perché i quattro musicisti che componevano i Soundgarden avevano già largamente dimostrato di essere i primi della classe. Le classifiche erano ancora dominate dai Nirvana ma qualcosa stava cambiando. Qualcosa stava inesorabilmente finendo.I critici oggi incoronano il loro terzo album (non considerando gli EP Screaming Life/Fopp) come l’episodio più alto dell’era del Grunge e non solo. Un disco che cambiò la storia della musica, del gruppo. Che condannò i musicisti che lo composero ad una lenta, inesorabile battaglia impari con se stessi.

Chris Cornell morto reazioni

25 ANNI FA…
Il Grunge era un ciclone che portava con se una manciata di gruppi essenziali e qualche decina di comprimari. Vorticavano ad altezze esorbitanti roteando impazziti per il mondo come i fienili e le mucche delle fattorie investite dagli uragani. Capitava che a volte alcuni di questi gruppi entrassero in contatto tra loro durante questa tempesta che durò meno di una decina di anni, da fine anni ’80 fino a metà anni ’90. Magari prima erano amici, conoscenti che si incrociavano nei bar, locali, nelle sale prove e nei garage di Seattle, ma quando il ciclone scoppiò in tutta la sua potenza divennero pedine di un gioco.

I loro contatti erano di fredda cortesia nei casi migliori, in aperto scontro in quelli peggiori. A venti calati, molti non sapevano nemmeno ricordare il motivo che avesse generato animosità, anche se era facile capirlo. Era una corsa al massacro, chi rimaneva indietro veniva fagocitato dal Nulla e presto dimenticato. Era una sorta di Celebrity Death Match in divenire dove le regole umane imputridivano al cospetto della legge dei numeri. Ma sotto a tutto questo, gli eroi di quell’era erano nient’altro che ragazzi. I fan lo hanno scoperto in modo brusco e traumatico, il 5 Aprile del 1994. Lo si era già visto con la morte di Andrew Wood nel 1990, ma il grande pubblico lo scoprì così, con il suicidio di Kurt Cobain. E come un macabro reminder questo scotto maledetto è tornato più volte negli anni portandosi via Layne Staley, Scott Weiland, Chris Cornell.

Erano solo ragazzi e colleghi. Così quando penso a Superunknown mi viene sempre in mente quello che confessò Dave Grohl in una intervista per il ventennale del disco. Disse che lo ascoltò in anteprima quei mesi del 1994 in cui con i Nirvana registravano, nel medesimo studio in cui venne alla luce Superunknown, il loro ultimo album In Utero. Adam Kasper, allora produttore di entrambi i lavori, offrì ai musicisti un’anteprima del disco dei Soundgarden. Dave Grohl rimase sconvolto, in particolar modo da Black Hole Sun, diventato un vero classico negli anni. “Non avevo mai sentito niente di simile, una unione così efficace del sound dei Beatles con quello dei Black Sabbath creando una cosa totalmente nuova. Pensai che quel disco avrebbe fatto il botto, che niente da quel momento in poi sarebbe più stato come prima.” Dave Grohl era solo un ragazzo immerso in un fenomeno più grande di lui, che da collega riconosceva la grandezza dei Soundgarden. Capiva che il tempo dei Nirvana era finito, che un’altra epoca stava per cominciare. E così fu.

IL DISCO
Questo album non è niente di quello che era stato fatto prima dagli altri gruppi Grunge, niente di quello che gli stessi Soundgarden stessi avevano osato proporre. Nonostante loro fossero i più azzardati pionieri del sound, quelli con le doti tecniche maggiori, i più potenti, dai live pirotecnici e annichilenti. Superunknown è il disco di rottura per eccellenza, quello che con la sua venuta ha alzato il livello della posta in gioco per tutti. Perché la potenza delle chitarre, dell’impianto ritmico, della voce oltre natura di Cornell non solo sono confermate ma vengono ulteriormente amplificate e glorificate da uno stato di grazia compositivo epocale. Un’epifania vera e propria, una commistione unica di stile e di tempo e di anime in gioco, tale da creare l’opera perfetta. Ogni nota e ogni atmosfera concorrono a imbastire un ascolto indimenticabile, che cambierà la vita a una generazione intera.

La furia punk, veloce di Kickstand, il rock spigoloso e liberatorio di Let Me Drown, sono gli episodi più terreni in un album che ha solo pezzi epocali. Persino l’intermezzo di Half con i suoi echeggianti falsetti è una piccola opera d’arte a se, così come la sinuosa, sgusciante Head Down, dove i Led Zeppelin tanto amati da Cornell vengono omaggiati ma in qualche modo affrescati a tinte dark, oscure, maledette. Intorno a questi episodi naif o di pura forza muscolare, una carrellata infinita di capolavori. Parliamo di quindici canzoni (in alcuni continenti da aggiungere She Likes Surprises) dove il livello non scende mai sotto quello del classico senza tempo immediato, al primo ascolto. Spoonman, The Day I Tried To Live, Like Suicide, Fell On Black Days. Le oscure 4th Of July e Mailman, piuttosto che Fresh Tendrils e Limo Wreck: scegliete voi la vostra beniamina, quella che più vi caratterizza, che vi valorizza come ascoltatore, come fan, come essere umano. Perché quella musica e quei testi non rimangono in superficie ma penetrano in profondità come un presagio di grandezza. Come quella Black Hole Sun, forse capolavoro tra i capolavori, che con tutt’altro che immediata bellezza affresca lo storto che esiste tra noi e la realtà, quella lente annerita e bruciata che raccoglie e amplifica i raggi di quel sole nero e scioglie la plasticità delle nostre ipocrisie.

E OGGI…
Superunknown ha il bello e il brutto del capolavoro, inteso come il punto più alto di una carriera artistica. Una carriera, quella dei Soundgarden, che già sarebbe stata trionfale con la sola esistenza del dinamitardo Badmotorfiger, dello sfavillante esordio Louder Than Love, dell’obliquo diamante rappresentato da Down On The Upside, il cui unico difetto rimane quello di essere nato dopo l’album del 1994 che oggi ricordiamo. Il bello dell’immortalità nella bacheca dei più grandi e il brutto di una misura irraggiungibile, immortale e giudicante, spietata nel definirti inferiore a te stesso.

Stiamo perdendo tutti i miti degli anni ’90, vittime loro stessi di questa brillantezza così definita in un’era passata e che mai sono riusciti a replicare. Ascoltando Superunknown dopo 25 anni si riesce quasi a capire l’angoscia che questi artisti hanno nel rivedersi così magnifici, così sacralmente ultraterreni. Ogni nota e ogni parola sembrano qualcosa di immanente, come se gli esseri umani che le hanno concepite non abbiano fatto altro che dissotterrare un tempio proveniente da epoche divine e lontane.

La distorsione del tempo potrebbe convincere anche coloro che hanno dato vita a questi capolavori di non essere altro che portavoce di una magia superiore e incomprensibile, per venire sopraffatti negli anni dalla verità tremenda di questo auto ridimensionamento. Tutti, da Cornell a Kim Thayil a Matt Cameron e Ben Shepherd sono qui in stato di grazia. Nel music business se ne sono accorti allora fin dal primo ascolto, Superunknown sarebbe diventato un classico senza tempo e infatti i venticinque anni che festeggiamo qui sono solo una cifra scritta nel calendario del tempo, una scritta che perde significato e si dissolve il momento stesso in cui schiacciamo play e partono le prime parole cantate dal compianto Chris Cornell, che ogni giorno ci manca sempre più: Stretch the bones over my skin…

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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