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Space Oddity e la strana storia del secondo album di David Bowie

David Bowie l’icona. David Bowie l’assoluto. Polvere di stelle, impossibile non amarlo, uno degli ultimi Artisti con la A maiuscola, votato per davvero allo studio, alla ricerca, alla creazione di Arte più che un mero prodotto pop per le masse.
Detto questo, ne ha tirata fuori di robaccia, eccome.

Soprattutto dopo la sua morte, è difficile attraversare le sue agiografie e riuscire ad avere una visione imparziale del suo creato. Diciamo che se nei commenti appaiono cose come “si intravedono i primi passi del futuro Bowie” allora molto probabilmente state ascoltando qualcosa di decisamente poco ispirato.

Ed è proprio il caso del disco in questione, uscito il 14 Novembre del ’69, e chiamato prima David Bowie, a volte Man of Words, Man of Music, poi Space Oddity per capitalizzare sul noto singolo.

Bowie non è certo nato col proverbiale cucchiaio in bocca, artisticamente parlando. Ha dovuto lavorare sodo, fin da ragazzino, per cercare di trovare la sua strada, senza finire triturato negli ingranaggi del music business, che lo aveva messo sotto fin dalla tenera età. Il suo primo disco è infatti del ’67: un Bowie precisino, incravattato, col capello corto, alle prese con un pop sperimentale passato decisamente sotto il radar.

Rieccolo quindi due anni dopo con la chioma fricchettona, a metà tra il folk di Bob Dylan e lo psichedelico dei primi Pink Floyd. E’ chiaro, col senno di poi, come siano stati anni di lotte, fino al fatidico 1972 di Ziggy Stardust, per cercare lo stile che davvero lo rappresentasse. Anche cambiando pelle attraverso dischi decisamente migliori, come il pre-raffaellita proto-heavy metal di The Man Who Sold The World o il cabaret transgender di Hunky Dory. Il vero successo fu elusivo, costringendolo tipo a regalare un gran pezzo come Oh You Pretty Things ad un giandone qualsiasi da Top of the Pops.

Colpa anche di quello che era successo proprio nel ’69. Ci sono infatti Space Oddity la canzone e Space Oddity il disco.

Il singolo esce nel Luglio del ’69, e fin dalla sua creazione ha una vita travagliata. Il produttore, quel Tony Visconti che poi accompagnerà Bowie tra alcuni dei suoi dischi migliori, non la vuole neanche toccare: gli sembra solo una insta-song fatta per capitalizzare sul clamore mediatico per la missione sulla Luna.

La BBC, cioè la Legge in Inghilterra, non la vuole neanche mandare in onda: meglio aspettare il rientro della missione Apollo 11, non sia mai che porti sfiga. Il singolo parte lento ma poi scalerà la classifica e diventerà meritatamente una delle canzoni più famose del rock, nella sua atipica trasversalità.

Fondamentalmente è Bowie che attacca con la sua 12 corde una strofa ipnotica, sopra un conto alla rovescia accompagnato da suoni di strumenti futuristici (per l’epoca) come lo stilofono e il mellotron, fino a sfociare nell’esplosivo ritornello con sottofondo di archi. Il brano immagina il dialogo tra il comando base e un astronauta, il Maggiore Tom, comprese le sue considerazioni sulla sua condizione e la sua famiglia.

Il Maggiore sarà un personaggio ricorrente nella discografia di Bowie, così come la sua fissa per lo spazio (vedere, tra le altre cose, Life On Mars?, il fatto che lo Starman Ziggy Stardust sia un alieno e che Bowie abbia interpretato proprio un alieno in The Man Who Fell To Earth). Il brano in realtà si ispira al capolavoro di Stanley Kubrick, 2001: A Space Odyssey, ma la vicinanza con l’allunaggio fu tale che Bowie per diverso tempo a seguire fu considerato solo una one-hit-wonder, il tipo della canzone spaziale.

Anche perché Space Oddity, il disco, è piuttosto dimenticabile. Non c’è dentro niente di quello che il singolo promette e più che essere proiettato al futuro è profondamente ancorato agli anni ’60. C’è molto folk, ma a differenza di Dylan è molto più verboso e supponente (Unwashed and Somewhat Slightly Dazed), anche quando imita i Beatles (Memory of a Free Festival) non si capisce se sia serio o in realtà un troll.

E’ come se Bowie sia consapevole di essere ingabbiato in uno stile che non gli appartiene, finendo quindi per autosabotarsi. L’introspettiva e autobiografica Wild Eyed Boy from Freecloud, nel singolo efficace con sola chitarra e violoncello, diventa un polpettone quasi-musical barocco nella versione disco. Sono tutti pezzi lunghi, quelli più diretti, tipo Janine un bel rock da classifica, sono andati perduti nelle pieghe del tempo. Caso a parte Cygnet Committe: nei suoi quasi 10 minuti sfora nel prog, catalizza tutta la disaffezione di Bowie per la scena hippie, e con il suo protagonista messianico è un chiaro antipasto di quanto arriverà in seguito, si intravedono i primi passi del futuro Bowie nei panni di Ziggy.

Oh…

Il disco non è il peggio del Bowie preistorico, ma poco ci manca. Pur di venderlo l’hanno reimpacchetato subito nel 1972, cambiando il Bowie in copertina con il più aggiornato look di Ziggy Stardust. Piuttosto che ascoltare tutti i suoi 45 minuti, meglio riascoltarsi nove volte di fila Space Oddity. Anche in mono. Anche nella versione italiana col testo di Mogol Ragazzo Solo, Ragazza Sola. No beh, non esageriamo.

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