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Starless and Bible Black dei King Crimson compie 45 anni

Per come stavano le cose all’epoca, chi l’avrebbe mai detto che, a quarantacinque anni dalla prima pubblicazione (29 marzo 1974), avremmo parlato di Starless and Bible Black dei King Crimson, pochi mesi prima del passaggio italiano – tra il 6 e il 18 luglio 2019 con quattro date a Palmanova (UD), Verona, Nichelino (TO) e Perugia – del tour mondiale celebrativo dei loro cinquant’anni? La band capitanata da Robert Fripp, però, è una di quelle che ha fatto dell’instabilità e dell’indomita evoluzione la propria cifra, possiamo dire col senno di poi.

Benché parte di un patrimonio da eternare con cura, ogni singolo disco di King Crimson va considerato partendo innanzitutto dalle circostanze in cui prese corpo, visti i continui cambi di formazione, inevitabile presupposto a sostanziali mutamenti stilistici nel suono della band. E, tra gli album dei Crimson, Starless and Bilble Black è quello che, probabilmente, più di tutti coglie e immortala un momento circostanziato e irripetibile della band, essendo in gran parte frutto di un lavoro condotto in studio da Fripp su materiale live e per lo più di carattere estemporaneo.

Il corpus completo delle incisioni dal vivo, da cui Fripp ricavò questa pietra miliare della storia del “Re Cremisi” è stato reso disponibile nel ’92 nel quadruplo vinile The Great Deceiver e, parzialmente, cinque anni più tardi nell’album live The Night Watch contenente la registrazione integrale del concerto del 23 novembre ’73 al Concertgebouw di Amsterdam, con le esecuzioni di The Night Watch (della quale vennero tenuti solo due minuti live, mentre il resto fu nuovamente inciso in studio), Fracture, Trio e Starless and Bible Black. Un lavoro estenuante, che ebbe qualche ripercussione sulla stabilità di Robert Fripp, così come, di conseguenza, sulle sorti del gruppo, segnando l’inizio della fine di quella che potrebbe essere considerata la terza era dei King Crimson, distinta dalla formazione, che a Fripp, vide affiancarsi Bill Bruford (ex Yes) alla batteria, il compianto John Wetton (ex Family) alla voce e al basso, il David Cross (violino, viola, mellotron), l’eccentrico percussionista Jamie Muir e il paroliere Richard Palmer-James.

Il quintetto, nato dal restauro radicale della band operato da un Fripp sempre più accentratore dopo la rottura con Peter Sinfield e il tour a supporto di Island, da cui venne tratto il disco live Earthbound, aveva dato alla luce nel ’73 uno degli album del catalogo dei Crimson più apprezzati da pubblico e critica: Larks’ Tongues In Aspic, che porterà il gruppo fuori dal cono d’ombra gettato dall’imponente esordio In the Court Of the Crimson King. Violini e chitarre ruggenti, con Fripp sempre più distorto e sperimentale, i diffusi rumorismi di Muir, una ricerca che trova sovente spunti nei meandri della classica contemporanea e un’attitudine all’improvvisazione sempre più programmatica sono i tratti salienti di questo disco, alle fondamenta di Starless and Bible Black.

Finite le registrazioni del disco Jamie Muir lascerà la band per ritirarsi in un monastero tibetano nel sud della Scozia, dove rimarrà per sette anni, non senza lasciare traccia della sua influenza musical-spirituale negli altri membri della formazione, che invece intraprenderanno un lungo tour, nel corso del quale prenderanno corpo le composizioni del loro sesto disco, Starless and Bible Black, uscito il 29 marzo del ’74 via E.G. Records. Fino ad allora i King Crimson avevano sempre utilizzato la loro sostanziosa attività live, come palestra compositiva del materiale che poi sarebbe confluito negli album, qui, però, l’approccio si farà decisamente più radicale con tre quarti circa dell’incisione realizzata dal vivo, parte della quale sottoposta, poi, a processo di rifinitura in studio.

Con il titolo tratto dall’incipit del dramma di Dylan Thomas, Under Milk Wood, il disco conserva una sinistra qualità onirica, quasi un flusso di coscienza, derivato del processo di improvvisazione e cattura tutta la ruvida potenza del suono dei King Crimson della cosiddetta trilogia prog. Accantonato qualsiasi indugio il quartetto, in stato di grazia, ferma su supporto otto tracce dirette come non mai e, ciò nonostante, tra le più ostiche della sua produzione a livello fruitivo.

L’apertura del lato A è affidata agli unici due pezzi interamente incisi in studio: l’esplosiva The Great Deceiver, caratterizzata dal un riffing veloce, aggressivo e nervoso, dal dialogo inedito di chitarra distorta e violino, nonché da una certa schizofrenia ritmica con i continui cambi di tempo dettati dagli impressionanti Wetton-Bruford, definiti dallo stesso Fripp: «un muro di mattoni volante». A seguire Lament, sposta l’asse del discorso dalla religione di The Great Deceiver all’industria discografica, un’immersione nella disillusione, che di lì a poco porterà Fripp all’apice di una crisi interiore, che lo vedrà attaccarsi sempre più alla dottrina del mistico, filosofo e danzatore George Gurdjieff, arrivando dopo il disco successivo, Red, alle estreme conseguenze per la band. A fare la parte del leone nel pezzo è il basso di Wetton, sul tappeto percussivo di un Bruford illuminato dalla lezione di Muir, e poi, in un crescendo dal sapore tra hard e jazz, l’incastro tesissimo di chitarra, basso e batteria, risolto in un finale ex abrupto.

Registrata il 23 ottobre ’73 all’Apollo di Glasgow We’ll Let You Know è la prima improvvisazione strumentale del disco ed è senza sovraincisioni da studio. Dopo l’inizio sognante, il brano prosegue il dialogo massiccio, quasi magmatico, della sezione ritmica, affiancato dalla chitarra irriverente di Fripp. Ispirato al quadro di Rembrandt Ronda di notte, The Night Watch, dopo due minuti registrati live il 23 novembre ’73 al Concertgebouw di Amsterdam, rientra in studio, dove il resto del pezzo è stato inciso. Siamo davanti a uno dei momenti più significativi del disco, nel descrivere la sensazione dello spettatore della famosa ronda della Compagnia degli Archibugieri di Amsterdam la canzone si lascia trascinare dalla chitarra di Fripp, qui più morbida che nel resto del disco, insieme alle tastiere e agli archi di Cross.

Il risultato è il preambolo del sogno, nel quale ci troveremo presto immersi con Trio, improvvisazione live dal citato concerto di Amsterdam. Nella composizione dal tono pastorale dominano gli archi di Cross, accompagnato da Fripp per l’occasione al mellotron e dal pastoso arpeggio di basso di Wetton. The Mincer (il tritacarne), oltre a chiudere il lato A, ci riporta alle atmosfere stralunate dell’inizio, anzi, ben oltre. L’attività onirica si fa psichedelica, cupa, dissonante, pulsante, frammentata, l’intero organico lavora ai fianchi l’ascoltatore trascinandolo in un vortice di tensione crescente, che rimarrà irrisolto, dal momento che quella sera del 15 novembre ’73 alla Volkshaus di Zurigo il nastro della bobina finì proprio durante questa improvvisazione. La voce di Wetton fu sovraincisa in studio.

Precipitiamo nella notte buia e senza stelle di Starless and Bible Black, title track e metà del lato B, anch’essa improvvisazione interamente registrata dal vivo nel concerto di Amsterdam. I Crimson sono al loro massimo splendore, ci sono i loro classici rumorismi percussivi, il grido nervoso della chitarra, alternato a quello soffocato del mellotron, in un procedere dissonante, ritmicamente obliquo, dinamicamente imprevedibile, con rullate improvvise a puntellare il lievitare del brano nel lungo crescendo centrale. E, poi, ancora la quiete claustrofobica e lo sfuriare del basso, prima della risoluzione collettiva dell’incubo, a scemare sul violino di Cross.

Posto in chiusura Fracture, brano non improvvisato, perché composto da Fripp, sebbene registrato live sempre ad Amsterdam e contenente qualche piccolo aggiustamento in studio, regala un’immersione nel virtuosismo sperimentale del chitarrista, che si sbizzarrisce con scale atonali, dissonanze e soluzioni ritmiche complesse. È lui a trascinare il resto dell’organico in una lucida escalation di follia, fino a quel crescendo ritmico, che la ricompatta in una sezione simbolo del nascente heavy metal, e a quel tema, qui introdotto dal basso e poi portato avanti nell’intreccio di chitarra e violino, che si ritroverà alla fine del ’74 nella title track di Red. Due semi fruttiferi significativamente piantati in chiusura dalla band, che dopo il tour a supporto di Starless and Bible Black, nel corso del quale Cross fu estromesso dalla formazione, e la pubblicazione del seguente Red, inciso per lo più da Bruford e Wetton con l’intervento di alcune vecchie conoscenze dei Crimson, si scioglierà con l’annuncio di Fripp, che la band aveva «cessato di esistere per sempre».

Era il 25 settembre del ’74, la fine di un’era, dalla quale nel ’75 uscì postumo l’album live USA. Si dovette arrivare all’81 perché il “Re Cremisi” tornasse a far sentire la propria voce, con formazione ovviamente rinnovata, ma anche se non fosse mai accaduto, che ricca eredità musicale avrebbero comunque lasciato i King Crimson di Starless and Bible Black!

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