Onstage
Foto-concerto-sting-milano-29-ottobre-2019

Sting a Milano, tra imprevisto e magia

“Buonasera a tutti e benvenuti. Devo dirvi una cosa: mi sono fatto male ad una spalla. Questo non mi permetterà di suonare stasera ma… posso cantare! Quindi, come si dice in inglese, The show must go on”
Con tutta la sua umanità e con queste parole, Gordon Matthew Sumner, il grande artista e professionista che tutti, da sempre, conosciamo come Sting, ha salutato il pubblico in trepidante attesa (quasi un’ora dall’orario indicato) dell’affollatissimo Mediolanum Forum, unica location italiana prevista per My Songs Tour. Una serie di live che celebrano l’ultima raccolta omonima, pubblicata lo scorso 24 maggio, in cui sono contenute quattordici canzoni storiche della carriera dell’ex Police, riarrangiate e scolpite in veste nuova e contemporanea.

Il biglietto per un viaggio sulla macchina del tempo guidata da un pilota d’eccezione, elegante e in splendida forma, nonostante la tracolla di un tutore al braccio sinistro al posto di quella dello strumento (e i suoi 68 anni portati da dio, ricordiamolo). La prima tappa al 1976, in un hotel di bassa classe dietro la stazione Saint-Lazare di Parigi, dopo una data con il “gruppo sconosciuto” dell’epoca. “Suonavamo di fronte a pochissime persone e dormivano in alberghi schifosi. Quella sera mi trovavo in questa hole frequentata da “lucciole” e dai loro clienti – racconta Sting, rigorosamente in italiano – Fui colpito da una di loro e me ne tornai in camera per scrivere una canzone. Una canzone che come titolo ha un nome, per me lo spirito del romanticismo, la quint’essenza dell’amore cortese”. Lo spettacolo si apre con Roxanne e la sua evocazione in una performance vocale impeccabile, sempre tesa al limite della perfezione per tutta la durata del set.

Un percorso musicale che continua tra bar e provini dall’esito rovinoso: “Ehi amico, io voglio ascoltare i brani della hit parade, non i tuoi – continua il cantante, imitando il tono del suo detrattore dell’epoca – A quel punto, non avendo più niente da perdere, ho preso in mano la mia chitarra e ho risposto: Stai facendo un grosso errore, perché, un giorno, questa canzone sarà un grandissimo successo”. Mai profezia fu più azzeccata, trattandosi di Message In A Bottle che fa esplodere di entusiasmo i fan, che rimangono seduti a fatica già al secondo pezzo.

Da qui, con un effetto rewind/forward, si dà il via a un susseguirsi di brani più e meno recenti. L’accattivante If I Ever Lose My Faith In You si accende di progressioni prettamente rock, Englishman In New York, con un’orchestrazione jazz, catapulta nelle strade geometriche della Grande Mela. Sting non si risparmia e compensa il limite nel movimento suonando il tamburello sul petto e sul lato della gamba su If You Love Somebody Set Them Free e dirigendo il coro che si alza su Every Little Thing She Does Is Magic. Eccellente punto di forza, assieme alla riuscita fonica chiara ed equilibrata, è la band che lo accompagna: l’introduzione di Brand New Day all’armonica è affidata a uno straordinario Shane Sager – “Questo pezzo era suonato da Stevie Wonder, buona fortuna capo” – lo incoraggia il frontman; Seven Days cresce di ritmo grazie all’incalzante tocco di Josh Freese alla batteria; la corista Melissa Musique non fa rimpiangere Mary J. Blige nel duetto di Whenever I Say Your Name.

E se luci dorate cullano sulle melodie acustiche e minimali dell’emozionante Fields Of Gold, non mancano le tinte reggae e giamaicane in Get Up Stand up e No Woman No Cry di Bob Marley in mash-up rispettivamente con Walking On The Moon e So Lonely. Dal Mar dei Caraibi si atterra, poi, sulle dune sensuali di Desert Rose, in una corale polifonia di suoni orientaleggianti che anticipa il brano a cui sembra essere affidata la chiusura. Su Every Breath You Take, enorme successo dei Police datato 1983, tutto il pubblico è ormai in piedi e canta – e ricorda – all’unisono.

Acclamato e richiesto da applausi scroscianti, non si fa attendere il bis che impreziosisce in modo solenne i novanta minuti di live. L’ambientazione oscura e minacciosa di King Of Pain chiama di nuovo in causa, sul finale, il fantasma scarlatto di Roxanne. Russians, perla del repertorio dell’artista britannico risalente al periodo della minaccia atomica e oggi – ahimè – più che mai attuale, è un canto sacrale che sfocia nella commovente Fragile. Un capolavoro che diventa, ogni volta, promemoria della frangibilità della natura umana, descritta come pioggia improvvisa da cui, però, la ricerca della bellezza, l’arte e la musica offrono sempre caldo e sicuro riparo.

Le foto del concerto

La scaletta del concerto
Roxanne (The Police)
Message in a Bottle (The Police)
If I Ever Lose My Faith in You
Englishman In New York
If You Love Somebody Set Them Free

Every Little Thing She Does Is Magic (The Police)
Brand New Day
Seven Days
Whenever I Say Your Name
Fields of Gold
If You Can’t Find Love
(Sting & Shaggy)
Shape of My Heart
Wrapped Around Your Finger (The Police)
Walking on the Moon (The Police)
Get Up Stand Up (Bob Marley)
So Lonely (The Police)
No Woman No Cry (Bob Marley)
Desert Rose
Every Breath You Take
(The Police)
King of Pain / Roxanne (The Police)
Russians
Fragile

Laura Faccenda

Foto di Rodolfo Sassano

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI