Onstage

Sting racconta My Songs: «Sono ancora un musicista contemporaneo»

Una vita in musica e oltre quarant’anni di carriera da raccontare, rispolverando i vecchi successi per ritrovarne il senso attuale in un percorso di esplorazione, che dalla metà dei settanta lo ha portato, sempre in cima, fin nel cuore della contemporaneità. Si intitola semplicemente My Songs la raccolta, con cui Sting è tornato nei negozi di dischi, venerdì 24 maggio, a un anno dall’uscita del progetto in duo al fianco di Shaggy, 44/876, il tour a supporto del quale si è concluso sabato.

Proprio tra una data e l’altra di quel tour è nato My Songs: quattordici canzoni storiche della carriera dell’ex Police, disponibili in versione standard in cd e vinile, ricostruite, ristrutturate, dotate di una nuova cornice e tutte registrate di bel nuovo, con un focus contemporaneo, più la versione live di Roxanne registrata all’Olympia di Parigi nel tour a supporto di 57th & 9th, concerto da cui provengono anche le cinque bonus tracks della versione deluxe, comprendente anche la extended version di Desert Rose realizzata esclusivamente per il mercato francese.

Prodotto e seguito artisticamente da Martin Kierszenbaum (Sting, Lady Gaga, Robyn), Dave Audé (Bruno Mars, Selena Gomez), Jerry Fuentes (The Last Bandoleros) e mixato da Robert Orton (Lana Del Rey, Mumford & Sons) con Tony Lake (Sting, Shaggy) in qualità di ingegnere del suono, l’album è nato quasi per caso, come ci ha raccontato Sting, che abbiamo incontrato ieri a Milano, poco prima della sua esibizione sul palco allestito in piazza Duomo per il Radio Italia Live. Un’uscita dal vivo con cui Gordon Sumner (vero nome dell’artista) ha condito la due giorni off, prima di ripartire per il My Songs’ Summer Tour, che il 29 luglio farà tappa al Lucca Summer Festival e il giorno seguente all’Arena Live del Gran teatro Geox di Padova, proseguendo il tour senza fine con cui Sting, dal 2003, sta continuando a portare al pubblico la sua musica, vecchia e nuova.

Sei in una sorta di never ending tour, gli chiediamo: «Sì, dal 1974 – scherza -. Ho finito il tour con Shaggy sabato a Manchester e domani ripartirò da Parigi, mi sono preso due giorni liberi. Con Shaggy è stato divertente, ho fatto la metà del lavoro con il doppio del divertimento, lui è un grande uomo con cui dividere il palco, mi fa sentire più spontaneo. Credo di avere portato un certo livello di serietà nei suoi show, è stato uno scambio. Lo ammiro moltissimo, è un uomo molto intelligente, è fantastico e c’è un elemento di genio in quello che fa, nella sua abilità di scrivere canzoni spontaneamente. Io devo pensare molto a quello che devo dire, sono molto cauto, mentre a lui viene così, quindi c’è stato qualcosa da imparare per me».

C’è sempre qualcosa da imparare, persino con 100 milioni di copie vendute e 17 Grammy Awards vinti in carriera, ma Sting, d’altro canto, ha fatto dell’esplorazione il motore della sua musica. «Sono sempre alla ricerca di sorprese, di qualcosa da cui poter imparare qualcosa che ancora non so, ma non so predire di che si tratterà, quindi devo rimanere aperto. Per me la musica è infinita, non smetti mai di imparare, non puoi, quindi sono sempre alla ricerca della prossima scoperta e credo di essere migliorato come musicista – confessa -. Sono serio in queste cose, voglio diventare uno strumentista migliore, un cantante migliore e un band leader migliore, un arrangiatore migliore e non ho ancora finito».

Nato da un live e realizzato, come si diceva, in tour, My Songs è l’ennesima conferma dell’attitudine sperimentale di Sting, che a proposito della genesi del progetto racconta: «Mi è arrivata la richiesta di suonare Brand New Day a Time Square per il capodanno di quest’anno, credo che abbiano scelto quella canzone, perché è molto ottimista. Ho acconsentito alla proposta di cantare live, ma con una base registrata, così pensai che mi sarebbe piaciuto registrarla in una veste più contemporanea, perché quella canzone ha vent’anni ormai e suonerebbe diversamente oggi per le diverse tecniche di incisione. Abbiamo fatto la performance e il giorno seguente era al numero sette della classifica su iTunes, quindi improvvisamente una canzone di vent’anni fa ha una vita attuale – continua -. Così ho pensato di provare a fare altre canzoni con la stessa tecnica, rendendole meno storiche, perciò ho scelto tante delle mie canzoni più note. Poi ho scoperto che la mia voce è cambiata, perché sono più vecchio, è più consistente, ha più storia, è stato interessante. Quindi la mia voce è diversa, le tecniche di registrazione sono diverse, la mia sensibilità musicale si è fatta forse più sofisticata, non saprei, ma è valsa la pena fare questo paragone, è stato divertente e credo che sarà anche piacevole da ascoltare, finora non si è lamentato nessuno – ride -, perciò ho deciso di pubblicarlo».

Attraverso la rivisitazione di hit provenienti sia dall’epoca dei Police, che da quella da solista, come Englishman In New York, Fields Of Gold, Shape Of My Heart, Every Breath You Take, Roxanne, Message In A Bottle e molte altre, Sting ripercorre la sua vita in musica, rivitalizzando, per l’ennesima volta, una memoria sonora che non vuole prescindere dal contesto. «Le canzoni sono la mia memoria emozionale. Quando ascolto una canzone ricordo dove ero quando l’ho scritta, cosa stava succedendo nella mia vita e nel mondo attorno a me. Questa è la ragione per cui ho scritto le note nel booklet, volevo contestualizzare ogni canzone, perché il modo in cui, oggi, le persone percepiscono la musica è privo di un contesto, è come il caffè, mentre credo che le canzoni siano organismi viventi, che necessitano di un giardino in cui crescere e quel giardino è l’esperienza. E quello che è più interessante è che le altre persone hanno dei ricordi collegati alle tue canzoni ed è una cosa molto nutriente da sentirti dire, perché accidentalmente crei il loro panorama emotivo con una canzone. È una cosa potente».

Lo scoprì presto il piccolo Gordon, già all’inizio del suo viaggio, quando uno zio gli regalò la sua prima chitarra: «Avevo sette anni, mio zio emigrò e mi lasciò la sua chitarra. Ho capito subito che era mia amica e ho imparato da solo suonarla, ho pensato che fosse qualcosa di strano e non ho parlato per tre anni. Suonavo la chitarra e mi sembrava assurdo, ma sapevo che sarebbe stata la mia via di fuga e il modo in cui mi sarei guadagnato da vivere. Non so perché lo pensai, ma fu così».

Da allora non ha mai smesso di ricercare, mantenendo viva per oltre quarant’anni la curiosità di quel bambino, in studio e sul palco. «Ogni sera canto canzoni che potrebbero essere state scritte quarant’anni fa, quindi cerco sempre qualcosa che posso cambiare o qualcosa che non ho ancora scoperto, un’innovazione sottile da apportare al pezzo. Mi ci avvicino con curiosità, non cerco semplicemente di riprodurre qualcosa che ho già fatto, ma come un musicista jazz nella canzone ricerco qualcosa che non ho suonato prima. Non sono un musicista jazz, ma ho la stessa sensibilità e la stessa curiosità, quindi ogni sera trovo qualcosa e la canzone evolve in qualche sottile significato, nell’armonia, tessitura, strumentazione, tonalità, tempo, cambia continuamente e questo disco è davvero un’espressione di questo sviluppo».

Lavorando senza un’agenda, in maniera arbitraria e un po’ spizzichi e bocconi, tra un live e l’altro, nello studio allestito di fianco al suo camerino, Sting ha attualizzato alcuni dei suoi più grandi successi, allontanandosi più o meno dall’originale, a seconda dell’istinto e delle necessità. «Ogni canzone aveva dello spazio – spiega -. A volte non ho sentito la necessità di cambiare l’arrangiamento, Every Breath You Take è rimasta uguale, per esempio, c’è una sorta di semplice perfezione in quella canzone, suona solo diversa, suona più contemporanea, perché sono ancora un musicista contemporaneo».

Canzoni come If You Love Somebody Set Them Free o Demolition Man, invece si allontanano parecchio dalla loro versione originale. «È interessante, perché ogni cosa era già presente nella registrazione, l’abbiamo solo riportata alla luce – racconta Sting a proposito della prima -. Era già una canzone dance, ma era sepolta sotto un sacco di roba. Sai, nell’85 il modo di registrare era diverso, con tutti quegli echi, è bastato togliere un po’ di roba per ritrovare un pezzo dance, non interamente, ma virtualmente, già nella registrazione originale». Molto più rock e guitar orineted, invece, Demolition Man, a proposito della quale confessa: «Ho sempre amato quella canzone. Potenzialmente potrebbe essere per heavy rockers, ma l’ho scritta e l’ho data a Grace Jones, che ne ha fatta una hit, l’arrangiamento però era molto strano. Poi i Police l’hanno registrata e ci ho suonato il sassofono. Ma mi è sempre piaciuta per quel suo sapore, ci gioco il ruolo di qualcuno davvero meschino ed è divertente fare il bad guy!».

Oltre ai pezzi rifatti in studio, la raccolta comprende anche l’incisione live dall’Olympia di Parigi di Roxanne nella versione standard e quelle, sempre  dal vivo e sempre dall’Olympia, di  Synchronicity II, Next To You, Spirits In The Material World, Fragile, I Can’t Stop Thinking About You – Japan Exclusive, più Desert Rose (Extended Version) – France Exclusive. «L’Olympia è una venue storica, famosa per gli artisti francesi che ci hanno suonato: Charles Aznavour, Jaques Brel, Edith Piaf. C’è un grande passato in quel posto, anche i Beatles ci hanno suonato, quindi quando vado lì, mi rendo conto della storia di cui faccio parte e ne sono molto orgoglioso. E poi è una gran location dove registrare, non lo facciamo sempre, ma l’Olympia di Parigi è uno di quei posti che vuoi ricordare in una registrazione e così alcune delle canzoni migliori sono entrate in questo disco».

E il prossimo progetto? «Non ne ho idea! Sto aspettando che mi colpisca dritto in testa – confessa -. Sarà una sorpresa, non mi interessa ripetere la stessa formula, schiacciare un bottone e ottenere una banana. Il bottone continua a muoversi, è di un colore e di una forma diversa. Credo che l’ispirazione sia molto effimera, a volte pensi che sia andata ed è allora che succede qualcosa. È un mistero, che non l’ho mai capito veramente, ma sono grato quando succede».

Intanto, proprio da Parigi, ma questa volta da La Seine Musicale, Sting riparte oggi per il My Songs’ Summer Tour, che come anticipato lo porterà in Italia per due date: il 29 luglio a Lucca e il 30 a Padova. «Andremo in tutta Europa con questo tour, ma per quando arriverà a Lucca, vi anticipo, che lo show sarà diverso. Già in cinque o sei settimane le cose succedono, i musicisti suonano cose che mi piacciono o non mi piacciono, cambiamo qualcosa e vi garantisco che lo show non sarà lo stesso».

Crediti foto: Mayumi Nashida.

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