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Tamino: il principe belga egiziano incanta Milano

“Mi raccomando, non perderti Tamino. È la rivelazione di quest’anno e sarà la rivelazione dei prossimi anni”. Sono state queste le parole di un caro amico alla vigilia della mia partenza per lo Sziget, la scorsa estate. Ed è grazie a queste parole che sono andata ad approfondire e a cercare tutte le risposte del caso alla domanda che, in quel momento, mi sorse spontanea: “Chi è Tamino?“.

Nato nelle Fiandre da madre belga e da padre egiziano, quello del giovane classe 1996 non è un nome d’arte. Sua mamma, antropologa dalla grande passione per la musica, scelse di battezzarlo così in onore del protagonista di uno dei personaggi principali de Il Flauto Magico di Wolfgang Amadeus Mozart. Un imprinting suggellato, inoltre, dal ramo genealogico paterno: il nonno, il cantante e attore Moharam Fouad, è ricordato come una delle figure di riferimento del panorama arabo. Cresciuto ascoltando i Beatles, Serge Gainsbourg, Tom Waits e Jeff Buckley e accarezzando le corde della chitarra rezofonica donatagli dalla nonna e appartenuta proprio all’illustre marito, il ragazzo completa gli studi in ambito musicale ad Amsterdam, dove muove i primi e promettenti passi come cantautore.

Passi che lo hanno condotto alla pubblicazione nel maggio 2018 dell’album d’esordio, Amir, apprezzato positivamente dalla critica internazionale e frutto di paragoni impegnativi, in primis quello con Jeff Buckley. È stata anche la mia considerazione di fronte allo stage A38, lo scorso agosto, in occasione del famoso festival a Budapest, vuoi per il talento smisurato, per la voce malinconica e dalla sconfinata estensione, per le fattezze fisiche e (anche) per quella cover – Seasons – in omaggio a Chris Cornell. Una folgorazione.

È facile, quindi, immaginare quanto abbia atteso il primo dei due concerti previsti nel nostro paese (il secondo stasera al Monk di Roma). Come me, tutto il pubblico che (inaspettatamente, lo ammetto!) ha affollato la Santeria Toscana di Milano, in una serata sold out di fine autunno. Dopo il breve set di apertura affidato all’anima black soul di Marianne Mirage, la scena è tutta per il protagonista. Tamino appare sul palco e abbraccia una delle tante chitarre sfoggiate durante il corso della performance. Il fascino arabeggiante e naif – apprezzato senza ombra di dubbio soprattutto dal giovane pubblico femminile – corre lungo le pieghe della camicia sbottonata, catapultando in una dimensione a metà fra un salotto parigino degli anni venti e gli antri misteriosi del Gran Balzar.

La voce suadente e impeccabile esordisce sulle note di Intervals per poi calarsi nel lamento struggente per un amore perduto, Persephone, uno dei brani più amati dallo stesso autore in quanto uno dei più personali dell’intero disco: “Si regge sui parallelismi che servono anche a me per nascondermi da me stesso e non espormi, anche se è impossibile farlo. Penso che Persephone sia una canzone che parla di un amore difficile, reso tale dalle difficoltà costitutive dei rapporti. Quando canto “Sono qui per spezzarti il cuore”, non intendo riferirmi a un tradimento ma all’inevitabile fine data dall’incapacità di rimanere sempre se stessi e dalla naturale tendenza a essere più persone incompatibili nello stesso momento, divisi in due con il cuore teso verso più di un obiettivo. È una canzone ricca di dualismo ma tutto l’album lo è. Trovare il bilanciamento tra opposti è il tema: luce, oscurità, leggero e pesante, romanticismo e nichilismo”.

Estremi opposti, culture opposte che si snodano, si allontanano e si riprendono per mano per oltre un’ora di emozione e intensità. La famosissima Cigar, arrangiata in chiave acustica, fa sì che il ritmo diventi più incalzante, Verses dipinge un arpeggio di pura passione, Chambers, Tummy e Indigo Nights riecheggiano motivi derivanti dai Radiohead più melodici e meno elettronici (proprio Colin Greenwood, da grande estimatore della nuova promessa, ha voluto partecipare alla registrazione di Indigo Nights). A chiusura del set, illuminate da un bagliore che spezza l’oscurità dominante, w.o.t.h. e Habibi racchiudono le sfumature più esotiche, eteree e limacciose delle acque del Nilo. Il registro cangiante e l’estesissimo falsetto ricoprono ogni linea strumentale mancante a causa dell’assenza dell’orchestra di esuli arabo-belga Nagham Zikrayat con la quale è stato realizzato il disco e della band – ci siamo presi una pausa, dichiara Tamino.

Richiamato sul palco da uno scrosciante applauso, il cantautore delizia ancora il suo pubblico con Every Pore e My Kind Of Woman, cover di Mac DeMarco. Su questi ultimi tocchi alla sei corde, suonata a mani nude, si dissipa delicatamente la magia creata fra le mura della Santeria. Una magia avvolgente, ipnotica, degna del nome di chi la sprigiona. Un incantesimo racchiuso in quel titolo, Amir – nonché suo secondo nome – che assume i contorni di una missione artistica, portata avanti con empatia, ricerca, studio, ispirazione e profonda riconoscenza: “Amir in arabo significa “principe”, ed è il mio secondo nome. È un modo per spiegare che in quest’album c’è davvero tutto di me, ma c’è anche un significato nascosto: un principe non sceglie di esserlo, lo nasce, e allo stesso modo, pur continuare a studiare, io non ho scelto di essere un musicista, lo sono sempre stato”.

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