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Di quando i Testament fecero risorgere il metallo

Se è possibile discutere su quale dei primi due album dei Testament sia il loro migliore (per quanto conti, io vado senza dubbio alcuno su The Legacy, uno degli esordi più pazzeschi di sempre per un gruppo metal), è abbastanza convinzione unanime che la resurrezione del thrash e il ritorno in auge di determinate sonorità (riffoni e batteria devastante, cosa che da quel momento in poi caratterizzò a livello di suoni la stragrande maggioranza delle release heavy), sia da imputare quasi esclusivamente a The Gathering.

Nel 1999 esisteva solo il nu-metal/crossover, l’ispirazione su disco dei mostri sacri come Metallica e Iron Maiden non era esattamente al top da tempo, Pantera e Sepultura non stavano bene e in generale solo nell’underground vero e proprio ci si godevano le gesta del ritrovato power metal europeo e del metallo estremo che tra Swedish death, Meshuggah, Death, Children Of Bodom e dintorni virava verso nuovi lidi.

The Gathering fu un colpo di coda eccellente, trainato dal successo dei primi due brani D.N.R. e Down For Life, cementato da figate assurde e velocissime come Legions of the Dead e sostanzialmente privo di filleroni, grazie anche a una prova superlativa del gigantesco capo indiano Chuck Billy. Steve DiGiorgio e Dave Lombardo (basso e batteria) diedero al lavoro una pacca esagerata, mentre i riff di Peterson e Murphy segnavano una canzone dopo l’altra, permettendo ai Testament di riposizionarsi dopo anni di lavori non certo memorabili. Da non trascurare la presenza di Andy Sneap in cabina di missaggio, lo stesso Sneap che tra l’altro l’anno successivo porterà nelle orecchie di tutti i metallari Dead Heart in a Dead World dei Nevermore.

Jacopo Casati

Foto di Enrico Dal Boni

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