Onstage

The Bloody Beetroots: «Siamo giocatori liberi, soli e decisamente folli»

Dopo la data del 18 gennaio 2020 al Rivolta di Venezia in occasione dell’Altavoz, The Bloody Beetroots è pronto a portare nuovamente il caos sui palchi italiani con le due date evento, parte del suo tour mondiale, del 31 gennaio ai magazzini generali di Milano e del 1 febbraio al Locomotive Club di Bologna. L’occasione che ha rimesso in moto la folle macchina live di The Bloody Beetroots sono i dieci anni di Warp (2009), brano seminale, con cui Sir Bob Cornelius Rifo, all’epoca (e fino al 2013) in duo con Tommy Tea, rivoluzionò la club culture.

Partito dall’Italia il progetto musicale, capace di spingersi sempre un passo oltre la musica, di The Bloody Beetroots, che oggi vive principalmente nella persona di Sir Bob Cornelius Rifo, ha conquistato il mondo con un suono che, oltre agli impianti, sfonda i confini tra i generi, viaggiando in maniera trasversale tra punk – la prima vera vocazione di SBCR – elettronica, hip hop, classica, hard, rock e new wave.

Con una nutrita serie di pubblicazioni, dall’esordio del 2009 con Romborama, a Hide, The Great Electronic Swindle, fino all’Ep dell’anno scorso, Heavy; una serie di collaborazioni da urlo, tra cui quelle con Sir Paul McCartney, Frank Carter & The Rattlesnakes e Steve Aoki, e di live suonati sui più importanti palchi e nei più blasonati festival del mondo in curriculum, TBB è pronto ad aprire un nuovo capitolo della sua storia. Non pago, infatti, SBCR, che abbiamo incontrato a Milano, ha in cantiere una serie di interessanti progetti, che oltre la musica, portano il marchio TBB nel mondo della fotografia e in quello delle due ruote. Intanto, però, è tempo di live.

Com’è andata all’Altavoz di Venezia?
È stato un bordello pazzesco, non me l’aspettavo, un sacco di gente nuova, fans che non avevo mai visto, giovani, carichi, quindi è stato interessante, bello.

Per Milano e Bologna cosa ci possiamo aspettare?
Caos, tantissimo caos, volume a palla, stage diving, mosh pit, wall of death, tutto quello che si può mettere insieme in un esibizione rock, ma dettato da un dj.

In effetti hai un approccio piuttosto hardcore al palco, ci sono stati degli artisti che, più o meno consciamente, ti hanno ispirato come performer?
A livello musicale in genere io vengo da una storia d’amore con i Sex Pistols, ho tatuato sul collo 1977, e sono un grande amico di Penny Rimbaud dei Crass, quindi la mia scuola è nel punk britannico, il rawness di Bloody Beetroots viene da lì. A livello di performance, quella più becera dei salti, credo di essermi ispirato ai Van Halen dei tempi dove c’era David Lee Roth, che saltava come un pazzo. Poi, le altre cose le ho imparate un po’ a caso, perché non sapevo cosa fosse un mosh pit quando abbiamo iniziato queste cose, le abbiamo un po’ rubate da quello che vedevamo in giro per i festival, fino ad arrivare alla full performance di Bloody Beetroots, che è piena di questi elementi punk rock.

Per quanto riguarda l’esperienza da spettatore, quali sono i concerti che ti piace bazzicare, quelli della tua vita e quelli che avresti voluto vedere ma che ti sei perso?
Non sono riuscito a beccare un botto di roba. A volte vado a questi festival bellissimi, dove c’è una line-up pazzesca e io entro ed esco, perché devo suonare magari altrove il giorno prima o dopo, quindi ho mancato milioni di artisti negli anni. Il mio primo concerto nella vita fu a otto, forse nove anni, all’Arena di Verona con Sting. Ricordo che mi attrasse moltissimo e, di lì a poco, mi innamorai dei Police. Adesso, semplicemente perché mi piace la musica R&B, volevo farmi un giro al concerto di Jorja Smith. Quello mi piacerebbe molto e capisco che qualcuno si sarebbe potuto aspettare che menzionassi dei concerti punk, ma quella roba la faccio già io, quindi come spettatore vorrei rilassarmi e Jorja Smith è una che mi attira tanto a livello musicale.

Il tuo live che non dimenticherai mai? In questi dieci anni hai suonato su palchi importanti, compresi quelli dei maggiori festival internazionali (Coachella, Sziget, Tomorrowland, Primavera Sound, Lollapaloosa EDC Las Vegas, Ultra Music Festival) e recentemente ti sei anche esibito all’Ade di Amsterdam con la Metropole Orchestra.
Beh, l’anno scorso con la Metropole Orchestra è stata una figata pazzesca. Ci ho provato per milioni di anni a fare un fetauring con un’orchestra sinfonica e quando è accaduto mi è piaciuto tantissimo. Spero di poterlo rifare il prima possibile. Poi ho good memories di Coachella 2011, che è stato figo e un disastro allo stesso tempo, perché eravamo stati bookati come djs, ma invece abbiamo portato la live band, quindi quando siamo arrivati il palco non era pronto per una live band. Abbiamo fatto un set di mezz’ora e quando abbiamo finito ero così fuori di testa, che ho attaccato il production manager e mi hanno chiuso dentro un trailer per farmi calmare. Quindi quello fu un concerto memorabile, ma ne abbiamo fatti talmente tanti che potrei ricordare in modo magnifico, dal Big Day Out, al Lollapalooza, al Pirmavera Sound, allo Sziget, quando la gente ha iniziato a scalare le americane. Ci sono così tante storie da raccontare su questo progetto, così tanti festival, considera che siamo in giro da quindici anni, abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare, anche il Fuji Rock in Giappone e ogni festival è speciale a modo suo, perché la gente cambia, le dinamiche cambiano e le  storie che potrei raccontare sono milioni.

Infatti, so che stai pensando di scrivere un libro per raccontare la vita di The Bloody Beetroots.
Sì, credo che sia arrivato il tempo per me di fare questa cosa, ce l’ho in mente da un po’ e ho trovato delle persone che sarebbero interessate. Ho un dubbio, però, su questa biografia: se mi sto ancora evolvendo e sto ancora trasformando questo progetto, è giusto che io faccia una biografia adesso o devo aspettare?

Mi sembra legittimo il desiderio di farlo davanti a un quadro il più completo possibile.
E io non ce l’ho ancora. Forse mi sono risposto da solo.

Ma se dovessi descrivere in breve che viaggio è stato quello di The Bloody Beetroots finora?
È stato una cosa ultra caotica, piena di variabili, di up and down, di successi e insuccessi. È stato molto intenso e abbiamo rischiato la vita svariate volte.

Tipo?!
Abbiamo fatto cose veramente estreme per fare tutto quello che potevamo fare. Una volta mi ricordo che dovevamo suonare con la band e abbiamo caricato un aereo, un ATR privato, con la backline in cabina, avevamo tolto i sedili e faceva fatica a decollare. Però siamo arrivati, cazzo! Credo che la destinazione fosse Monegros. Di queste storie ne ho milioni.

Avete fatto di tutto anche musicalmente. A tuo avviso, cosa rende credibile o appetibile una proposta elettronica oggi? Anche visto che l’elettronica ormai è finita un po’ ovunque.
Sì e ha anche rotto i coglioni! Ogni cosa quando diventa estremamente popolare a un certo punto si satura, poi, dopo la saturazione ritorna e tutti siamo felici come prima. Sono corsi e ricorsi della storia, diciamo che con l’elettronica abbiamo dato un po’ di gas in più. Nel nostro caso però il fulcro di tutto è l’onestà del linguaggio, che è ciò che rende unico The Bloody Beetroots. Noi siamo assolutamente onesti in quel che facciamo, siamo dei giocatori liberi e anche soli, non apparteniamo a nessun genere, non suoniamo nessun genere, suoniamo Bloody Beetroots e lo vendiamo un po’ come uno stile di vita. Io credo che sia questo che ha mantenuto attiva la fanbase per così tanto tempo.

Quali sono state le più belle soddisfazioni che ti sei tolto in tutto questo tempo?
L’aver fatto sempre quel cazzo che volevo, sempre e comunque. E facendo questo ho sviluppato un’empatia fighissima con degli artisti straordinari, che si sono seduti accanto a me a fare della musica, primo fra tutti Paul McCartney, che non so ancora come sia successo. Forse l’onestà di cui ti parlavo prima, il non avere barriere di alcun genere, il voler fare musica solo per il gusto di fare musica e di suonarla e divertirsi, sono arrivati a tutte le persone con cui ho collaborato. Quindi mi sono tolto un sacco di soddisfazioni personali, quei featuring li ho cercati perché ero innamorato della musica e questo innamoramento si sente.

Cosa ti ha dato la collaborazione con uno come Sir Paul McCartney?
L’umiltà. Veder entrare in una stanza uno gigante come lui, con il presupposto di creare qualcosa insieme a uno piccolo come me, è un insegnamento d’umiltà incredibile. Lì ho capito che non si deve mai smettere di sperimentare, di credere negli artisti e mai snobbarli.

Adesso si apre un nuovo capitolo, hai un sacco di carne al fuoco e mi piacerebbe saperne di più, partendo da Nashville e dal tuo nuovo progetto musicale, che sta nascendo nella “città della musica”.
Esatto, ci sono tante cose. Bloody Beetroots dj set, che avrà un corso durante tutto il 2020 con varie release di musica elettronica, il più possibile. Spero almeno di rilasciare dieci tracce nuove quest’anno e non parlo di canzoni, ma proprio di tracce per sperimentare il clubbing e riposizionare Bloody Beetroots all’interno di questo circolo di matti. Dopo di che andrò a Nashville, per lavorare a un nuovo progetto con Jay Buchanan (dei Rival Sons, ndr), di cui non posso ancora parlare apertamente, perché è ancora in fase embrionale, ma inizieremo a scrivere della musica insieme, fuori dal progetto Bloody Beetroots. A livello side, poi, sono fotografo e farò la mia prima mostra fotografica alla Leica Gallery qui a Milano il 5 marzo. Questo sfiorerà la vita di Bloody Beetroots che non si è mai vista, divisa in tre sezioni: People of the Beetroots, Places of the Beetroots e Future Memories. Posti, persone e memorie che ho fotografato e daremo per la prima volta l’opportunità di vedere che cosa c’è dietro le quinte e la mia visione di me stesso.

È anche un primo passo dell’inquadramento biografico di cui parlavamo. Ma come ti sei appassionato di fotografia?
Da piccolo ero innamorato di una macchina fotografica di mio padre, mi piaceva proprio l’oggetto, ma non potevo toccarla, perché era preziosissima. Ma poi amavo il fatto che dopo le gite di famiglia ci riunivamo a vedere le foto che erano state scattate e c’era tutto un processo per arrivarci, visto dovevi ancora portarle a stampare allora. Quindici anni fa ho preso in mano una macchina fotografica e ho iniziato a fotografare, gli amici, i posti e così facendo ho iniziato a trovare un mio disegno fotografico. Ora sono a un punto in cui potrebbe diventare una nuova professione, non mi sarei mai spettato che Leica fosse interessata alle mie foto, ma tant’è ed è un buon inizio.

Fra le tue passioni c’è anche quella per le due ruote e a quanto pare anche su quel versante bolle qualcosa in pentola.
Sì, abbiamo rilasciato la prima moto Bloody Beetroots, che è nel nostro merch store. Fa tanto ridere, perché la trovi di fianco a una t-shirt da venti euro e la moto ne costa ventimila, però volevamo essere i primi ad avere una nostra moto, che tra l’altro spacca i culi, un 500 di derivazione supermoto, che va come un treno. È uno stand alone piece, i componenti sono di primissima qualità ed è una figata pazzesca, un mezzo incredibile, che puoi sia usare come un pazzo, ma anche farci del turismo. Quest’anno sempre sul versante motori avremo il raid sulle Dolomiti e andremo in Sudafrica a fine anno a driftare con le dune buggy. Il mondo Bloody Beetroots quindi è musica, ma anche tutto il caos che gira intorno a quella passione. E poi c’è il fitness, perché per prepararmi a tutto questo bordello devo essere preparato fisicamente, quindi faccio crossfit almeno cinque volte alla settimana, per essere prestante durante tutti i concerti e avere un po’ di energia anche per il resto. Dentro il mosh pit devi lottare, ma poi io devo anche tornare in consolle… è un doppio lavoro!

Crediti foto: Mark Kola

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