Onstage

Quarant’anni fa usciva il disco di debutto dei Cure

A pubblicare Three Imaginary Boys, il primo passo dei Cure nel lungo percorso che li porterà a conquistarsi un posto d’onore tra i grandi della musica mondiale, è la Fiction Records, che in qualche modo tiene a bada l’irruenza del trio composto da Michael Dempsey, Robert Smith e Lol Tolhurst e prende alcune decisioni unilaterali e discutibili ma che in qualche modo decretano la fortuna di un esordio così difficile.

40 ANNI FA…
Il 1979 è l’anno di Highway to Hell degli AC/DC e di The Wall dei Pink Floyd. È anche l’anno di Off The Wall e della consacrazione della carriera solista di Michael Jackson, ad un solo disco di distanza da quel “Thriller” lì, ma già troppo veloce perché i suoi fratelli con i Jackson 5 possano stargli dietro.
Al netto delle pietre miliari di cui sopra e del Re indiscusso del Pop, a dettar legge, soprattutto nel Regno Unito, sono il post-punk e la new wave e quello stesso anno vedono la luce Unknown Pleasures dei Joy Division e London Calling dei The Clash, niente meno che i dischi più influenti di tutto il filone. Ma in un anno in cui per tutti era facile seguire i leader, l’esordio di Robert Smith e soci affonda nella consuetudine come un coltello rovente nel burro.

IL DISCO
La prima opera dei The Cure sembra un insieme di idee abbozzate, ma anche per questo esercita un fascino irresistibile, difficile da trovare nel resto della corposa discografia.
Three Imaginary Boys è spiazzante nel suo essere minimale e grezzo, proprio come il suo controverso artwork. La copertina raffigura una lampada, un frigorifero e un aspirapolvere su uno sfondo rosa e porta la firma del produttore Chris Parry, che nonostante le remore di Robert Smith, regala all’esordio dei Cure un nonsense assolutamente coerente con le scomposte intuizioni di cui è disseminato l’album.

L’esordio dei Cure sarà anche un prodotto post-punk, ma l’attitudine dimostrata dalla band in alcuni brani (come Object o Meathook, il cui testo è frutto di una confusa notte di bagordi di Robert Smith) è puramente punk. C’è molta irriverenza, necessaria a confezionare un prodotto fresco e sprezzante come Three Imaginary Boys.
Lo sconfinato talento per il pop è qui appena percettibile, soprattutto nella bellissima 10.15 Saturday Night e in Grinding Halt, brano dall’immenso potenziale che forse avrebbe avuto ben altro ruolo in una produzione più matura.
Nella grande varietà della proposta dei primi Cure, apprezzati fin da subito per la vasta gamma di armi nel proprio arsenale, emerge fin da subito il ruolo da assoluto protagonista del basso. Quello di Michael Dempsey è avvolgente e si prende tutti i meriti nella riuscita di due brani spesso sottovalutati come Accuracy e Subway Song, brevi ma estremamente efficaci. Non manca infine il rock, che trova It’s Not You la sua migliore espressione e promette di tornare in vesti sempre più cupe e contaminate.

Tra le tracce dell’edizione originale trova spazio anche Foxy Lady, irriconoscibile cover di un brano di Jimi Hendrix interpretato dal bassista Michael Dempsey, famosa ancora oggi per essere l’unico brano di tutta la discografia dei Cure a non essere cantato dal frontman. Il disappunto di quest’ultimo di fronte alla scelta dell’etichetta di includere un brano creato casualmente in fase di soundcheck è tanto e viene manifestato con grande fervore. Tant’è vero che Foxy Lady non compare nella ristampa per il territorio statunitense, che esce con un nuovo titolo – Boys Don’t Cry, come il singolo più apprezzato del lotto – e alcune significative modifiche alla tracklist.

…E OGGI
Robert Smith negli anni si è sempre dichiarato poco soddisfatto dell’esordio della sua band. Rarissimo caso di artista che finisce col dare ragione ad alcuni critici, che al tempo etichettarono Three Imaginary Boys come un lavoro di scarso spessore, troppo scanzonato. In realtà, oggi come allora, la maggior parte dei fruitori del disco sono d’accordo nell’elogiarne l’originalità. Anche se è più comune sentir parlare della riedizione americana come del vero debutto, principalmente a causa della presenza dei due singoloni Boys Don’t Cry e Killing An Arab, il disco del 1979 resta un classico molto amato e più volte riscoperto nel corso degli anni.

Diciamo che se la formazione britannica avesse fin da subito imboccato il sentiero più oscuro, quello che li ha resi delle icone dark preziose e insostituibili, oggi non potremmo celebrare i quarant’anni di uno degli album più brillanti degli anni Settanta.

Umberto Scaramozzino

Foto di Francesco Prandoni

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