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Disintegration: trent’anni fa usciva il capolavoro dei Cure

Poche band nella storia hanno incarnato il concetto di “cult” come i Cure. Nella loro lunga e seminale carriera hanno scritto diverse pietre miliari e conquistato il ruolo di icone di molti movimenti culturali, ma se dovessimo individuare il loro lavoro più ricco, completo e lungimirante ci sarebbero pochi dubbi: Disintegration, l’ottavo album in studio che oggi compie trent’anni.

30 ANNI FA…
L’ultimo frammento degli anni Ottanta è uno dei più più prolifici per il rock. Da un lato l’alternative va affermandosi con le importanti uscite di Pixies, Nine Inch Nails e Faith No More, dall’altro il Grunge trova i Nirvana, al loro esordio con Bleach, e la conferma di band come Soundgarden, Mudhoney e Screaming Trees. Lou Reed trova il suo riscatto con l’indimenticabile New York e Bob Dylan sforna il suo classico per gli Eighties: Oh Mercy.
Sul versante Hard & Heavy invece debuttano gli Skid Row e i Mr. Big con i rispettivi dischi omonimi, esce Dr. Feelgood dei Motley Crue e gli Aerosmith continuano la loro straordinaria carriera con l’eccellente Pump. Insomma, tanta, tantissima roba, senza andare a scomodare Pop, Metal ed Elettronica, tutti generi in fermento.

I Cure, pur senza entrare mai davvero in contatto con tutti questi nuclei, si ritrovano in un momento storico irripetibilmente fecondo e questo non può che essere un bene per chiunque sia entrato a far parte (anche da outsider) della sterminata mitologia rock. Dal canto loro sono chiamati a chiudere il loro decennio con un dilemma: tornare al sound dark dei primi lavori, accontentando la vecchia fanbase, o proseguire sulla via della maturità pop continuando la loro ascesa? La forte pressione esercitata della fama mainstream e lo spettro delle trenta candeline ormai imminenti spingono Robert Smith al perseguimento della seconda via, quella matura e vincente di un disco universalmente pop, con il compromesso vincente del ritorno alle tematiche più cupe dei primi anni. La depressione – vecchia e famelica compagna di vita di Robert – costringe l’autore a scendere negli inferi da solo, isolandosi dal resto del gruppo, che non può prendere parte al processo creativo. Lol Tolhurst, membro fondatore e tastierista dei Cure, viene addirittura allontanato dalla band prima dell’uscita dell’album e prontamente sostituito da Roger O’Donnell.

Nonostante i grossi timori iniziali della Fiction Records e i turbamenti interni, il disco è uno dei maggiori successi del combo britannico, nonché uno dei lavori più rappresentativi pop britannico degli Anni Ottanta.

IL DISCO
Disintegration è l’album più romantico ed eclettico dei The Cure. Ogni pezzo potrebbe reggere il confronto con intere discografie. I singoli sono perle e quelli che non sono singoli sono comunque così belli che dovrebbero essere title-track di dischi a se stanti, con abbastanza spazio per poter espandere gli innumerevoli spunti. Eppure tutti insieme compongono un concept irresistibile, un organico perfetto, maestoso, l’unico in grado di far vivere anacronisticamente i Cure della darkwave, con tutte le loro angosce, senza perdere il focus su un sound moderno e altamente vendibile.

Tra i singoli si erge Pictures Of You, un pezzo in cui l’ossessione è descritta e presentata come qualcosa di dolce, e Lullaby, la macabra e ipnotica ninna nanna dalle tinte horror nata per essere un evergreen della musica inglese. Disintegration è un trionfo di atmosfere gotiche e suoni psichedelici nei quali annegano le tematiche più oscure e nichiliste. Il concept del disco trova la sua massima espressione nella title-track, otto dolorosissimi minuti durante i quali Robert Smith viviseziona per noi la fine di un amore sulle note di un’epica cavalcata.

Ma tra tutte le piccole opere d’arte contenute in Disintegration, ce n’è una che sembra vivere di vita propria: Fascination Street. Come accade per quasi tutto il platter, le tastiere vogliono essere protagoniste, qui fautrici di una melodia ipnotica, ma è il basso di Gallup a insinuarsi tra i tessuti e a creare scompiglio. La voce di Robert Smith è più comunicativa che mai e racconta una storia proibita, nell’episodio più seduttivo della sua carriera. Uno degli esempi più chiarificatori di cosa voglia dire indossare una maschera di trucco per non mostrarsi indifesi agli occhi del mondo, e allo stesso tempo rendere quella maschera un’icona.

…E OGGI
Negli anni il mito di Disintegration è cresciuto, edificando sul sovraccarico d’emozioni che ogni suo ascolto può indurre. Proprio come una pianta rampicante ha invaso ogni spazio raggiungibile e dall’innesto del 1989, del quale nemmeno l’etichetta era molto fiduciosa, è nato l’inossidabile capolavoro che oggi Robert Smith e soci celebrano in tour.

Ancora oggi i fan dei Cure (e non solo) trovano in questo album un punto fermo della proprio libreria musicale, a conferma di come un lavoro così potente possa superare i decenni e le tendenze musicali indenne. Non è forse questa la prerogativa delle opere d’arte?

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