Onstage

The Dandy Warhols: effetto “macchina del tempo” a Milano

È gremita la Santeria Toscana 31 in occasione della prima delle due date previste nel nostro paese dei The Dandy Warhols, band originaria di Portland diventata nell’immaginario comune uno stilema nostalgico del panorama musicale di fine anni Novanta Duemila. Un pubblico accomunato da un range anagrafico oltre il quarto di secolo, una serata sin troppo mite di fine estate, i cui contorni si surriscaldano ulteriormente con il set di apertura affidato ai New Candys, quartetto veneto alternative rock, insieme dal 2008 e giunto al terzo lavoro in studio. Le atmosfere patinate psych e wave del loro ultimo album, Bleeding Magenta, stendono il tappeto melodico ideale per l’arrivo sul palco, con cinque minuti di anticipo, dei The Dandy Warhols. L’iconico – e un po’ invecchiato – frontman Courtney Taylor è accompagnato da Peter Holmström alla chitarra, Zia McCabe alle tastiere e Brent deBoer alla batteria.

L’esordio ovattato di Forever, tratta dal disco Why You So Crazy del 2019 e omaggio ai venticinque anni di carriera, è subito movimentato dal vivace midtempo di Holding Me Up e dall’entusiasmo dei fan alle prime note di Styggo, perla dai ritmi funk-tribali incastonata nell’album Odditorium, primo pubblicato con l’etichetta Dine Alone e non con la storica Capitol, nel 2006. Immerso in una nebbia di luci soffuse, il live si sviluppa in maniera più riuscita sul lato strumentale e sulla sinergica coralità ormai comprovata dei quattro musicisti. Se, da un lato, la linea vocale di Taylor giunge alle nostre orecchie troppo uniforme e dipendente dalla distorsione degli effetti, dall’altro la performance si colora del carisma della componente femminile: Zia McCabe padroneggia la scena ballando, scandendo il tempo, stagliandosi dietro le tastiere e la sua personalissima consolle come il capitano di una sala macchine. È lei la protagonista sul country elettrico di Highlife, traccia numero tre del progetto più recente, che chiude i ponti con il presente per riaprire quelli con il passato.

Si susseguono, infatti, una dopo l’altra, le canzoni che hanno condotto la band al successo sì internazionale ma soprattutto europeo, grazie al suo profilo spensierato, beffardo, disincantato: Last Junkie On Earth e Good Morning appaiono in rappresentanza di The Dandy Warhols Come Down (1997) mentre Get Off e Mohammed risfogliano solo alcune delle felici pagine di Thirteen Tales From Urban Bohemia, un album di felici istantanee datato agosto 2000. Sono contenute proprio qui la ballad orchestrale Godless e la tanto attesa e acclamata Bohemian Like You. È inevitabile riportare alla mente i tempi in cui il celeberrimo video sottotitolato compariva costantemente nella programmazione di MTV o i pomeriggi e le sognanti serate adolescenziali, trascorse sul divano, di fronte alle scene dei telefilm che risuonavano della dolceamara We Used To Be Friends. Il gran finale con Every Day Should Be A Holiday intonata all’unisono e il medley di Pete International Airport e Boys Better è incorniciato dal ringraziamento di Courtney e compagni alla città di Milano, da sempre fucina di profondo calore e affetto.

Le luci si spengono a poco a poco sulla fantasmagoria di suoni del breve dj set dell’estrosa McCabe e sulla malinconia delle vecchie serate nei club all’insegna delle chitarre, del volume, di quei simboli e influenze culturali e musicali (non potevo non menzionare l’immagine della banana dei Velvet Undergorund il cui mentore è colui che dà parte del nome al progetto e che compare sull’artwork di Welcome To The Monkey House) che univano intere generazioni.

Laura Faccenda

Foto di Francesco Prandoni

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