Onstage
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Morrison Hotel dei Doors compie 50 anni

Novembre 1969. I Doors sono sull’orlo del precipizio. Da una parte, la pubblicazione di The Soft Parade, quarto lavoro in studio, ha lasciato critica e fan alquanto insoddisfatti: la collaborazione con la sezione di archi e fiati è risultata ampollosa, la band sembra aver perso l’audace sperimentazione e l’efficace essenzialità di un tempo. Dall’altra, sulla carriera di Jim Morrison e compagni aleggia lo spettro dell’incidente di Miami, accaduto nel marzo dello stesso anno, durante il live al Dinner Key Auditorium. L’istrionico frontman è accusato di pubblico comportamento osceno e lascivo e di tre reati minori: esibizione indecente, linguaggio blasfemo e ubriachezza. Al processo “Stato della Florida contro James Douglas Morrison” conseguono anche l’indagine da parte dell’Fbi, la cancellazione di tutti i concerti del tour americano e l’abolizione dei brani dei Doors da molti dei palinsesti radiofonici. Non manca un certo inasprimento da parte dei giornali: Rolling Stone stampa una prima pagina in stile Far West con la gigantografia della rockstar e la scritta “Wanted”.
“Abbiamo già perso un milione di dollari tra annullamenti e spese già considerate nel bilancio” – dichiara, amareggiato, il batterista John Densmore.

Serve una svolta. L’Elektra Records chiede già un nuovo album, il produttore Rothchild vuole lasciarsi alle spalle gli arrangiamenti orchestrali e puntare ad un sound più marcato e diretto, focalizzando l’attenzione sulla ripresa del blues rock, su brani anche di vecchia fattura – sono riesumate chicche del 1966 – o di composizione recente, non inclusi, però, nella sezione di Waiting For The Sun. Spazio al racconto di scenari geografici e spirituali della nuova America, alla strada e, soprattutto, alle pareti di un hotel, quel Morrison Hotel che sarà titolo dell’album pubblicato il 9 febbraio 1970. È questo il palcoscenico musicale, metaforico, ma anche reale della risalita dei Doors. Seguendo proprio questa parabola, attraverso un ascensore virtuale, piano dopo piano, ripercorriamo la storia delle undici tracce del ritrovato successo.

PIANO TERRA – LA COPERTINA
Per il disco viene individuato provvisoriamente il titolo Hard Rock Cafè, un locale situato al 300 Est della Quinta Strada, a Los Angeles, che non ha nulla a che fare con la catena di ristoranti inglesi nati a Londra nel 1971. Sebbene poi la scelta ricada su Morrison Hotel, l’affascinante location dimessa al punto giusto e frequentata da folcloristici clienti non solo appare nel retro della copertina ma dà il nome al lato A, contenente le prime sei canzoni. Sulla facciata B – e sull’intero progetto – campeggia la scritta Morrison Hotel. Durante una passeggiata con la moglie, Ray Manzarek scopre la location perfetta per le foto della copertina dell’album: un albergo economico per viaggiatori, al n.1246 di Hope Street, nella Dowtown. Il 17 dicembre 1969, il fotografo e musicista Henry Dlitz, con la direzione artistica di Gary Burden, realizza l’istantanea che immortala i Doors dietro la vetrina della struttura. Un servizio fotografico non privo di imprevisti e difficoltà. All’inizio, la troupe è respinta dal receptionist che, senza permesso, vieta qualsiasi scatto all’interno degli alloggi. Approfittando di notevole scaltrezza e di un attimo di assenza del personale, però, Dlitz prepara la sua macchina fotografica e spedisce la band al di là del vetro: “Veloci, in posa!”. Eccoli, da sinistra a destra (per chi guarda): Ray Manzarek, Robbie Krieger, Jim Morrison e John Densmore e – se si osserva bene – sopra il capo del cantante c’è anche il riflesso di Henry. Un’immagine pulita e priva di artifici nel rispetto così fortuito e fortunato degli intenti generali.

PRIMO PIANO – LA BAND
Siamo all’inizio delle registrazioni e le dinamiche all’interno del gruppo richiamano lo schema “Jim contro tutti”. L’ex Re-Lucertola si dedica ai progetti paralleli incentrati su reading e teatro (il poema An American Prayer viene presentato il 1° maggio 1969) ed è protagonista di ulteriori problemi giudiziari a causa di un episodio occorso su un volo di linea diretto a Phoenix, in Arizona, quando il resto della band è già in saletta. Assieme all’attore Tom Baker, compagno di “dubbie merende”, è accusato di “aver interferito con la normale procedura di un volo intercontinentale” e di “ubriachezza molesta”. Egli è vittima, soprattutto, delle sue stesse dipendenze, quella dall’alcool su tutte, che lo rendono inavvicinabile, imprevedibile e inaffidabile. Il fedele produttore Paul Rothchild non sopporta più il ruolo di “traghettatore” della band da un album all’altro e spende la maggior parte delle sue energie nel tentativo di coordinare le operazioni. Impresa molto complicata con Morrison perennemente fuori controllo e fuori di sè. “La situazione è grave. È inutile girarci attorno… Jim è un alcolista” – confessa Ray. Tuttavia dalle ceneri nasce una nuova fenice. Morrison Hotel è la somma dei demoni urlanti dei Doors. Denmore splende di uno smalto ritrovato, Manzarek si diletta tra pianoforte, l’RMI Electra piano e l’organo Gibson G-101, Krieger traduce negli assoli i dettami dell’anima blues. Le quattro corde suonano sulla punta delle dita di Ray Napolitan, per una prova eccelsa che va in direzione totalmente contraria all’appellativo dei quattro di Los Angeles come “band senza il basso”. Ecco, proprio Ray Napolitan, il secondo giorno di registrazione, è imbottigliato nel traffico. Davanti ai microfoni, invece, c’è il chitarrista Lonnie Mack, una vera e propria icona del panorama blues della città. Tutti, compreso Morrison, mostrano una certa riverenza nei suoi confronti. Nonostante la decisione di allontanarsi dalle scene musicali, Mack impugna il basso e registra le parti di Roadhouse Blues, sulla linea vocale intonata dal cantante. Per la medesima traccia, all’armonica, appare lo pseudonimo di G. Pugliese, dietro il quale si nasconde John Sebastian, leader dei Lovin’ Spoonful, preoccupato, secondo la leggenda, di essere associato alla discutibile nomea dei colleghi.

SECONDO PIANO – IL DISCO
Le porte del Morrison Hotel si spalancano con una delle canzoni più celebri dei Doors: Roadhouse Blues. Manifesto impeccabile della connotazione dell’LP, la track apripista si snoda tra riff distorti, ritmi incalzanti e atmosfere offuscate da locanda malfamata. Il dialogo della sei corde con l’armonica racconta di strade solitarie, avventure di una notte, risvegli appannati e del desiderio di godere della giovinezza. Waiting For The Sun è una parentesi onirica scartata e ripresa dalle sessioni di registrazione dell’album omonimo. Sebbene dal brano si evinca la dichiarazione implicita di rinascita della band dopo un lungo inverno (Can’t you feel it, now that spring has come?), come unico estratto del disco viene scelto You Make Me Real, dedicato alla “sposa celtica” di Morrison, Patricia Kenneally, alla quale il cantante si unisce in matrimonio nel giugno 1970 con un rito in stile Valhalla. Tra il sapiente tocco funky di Krieger e il tempo scandito dal charleston di Densmore si insinua l’inquietante visione di Peace Frog. La celebre perifrasi “blood in the street” che apre molti dei versi rimanda ad un episodio dell’infanzia di Jim, rievocato in seguito, con macabra intensità, in Ghost Song, edita postuma nel 1978: “Io ed i miei, assieme a nonna e nonno, stavamo guidando nel deserto, all’alba, ed un camion pieno di lavoratori indiani aveva o sbattuto contro un’altra macchina, o semplicemente – non so cosa fosse successo. C’erano indiani sparsi ovunque sulla strada che stavano sanguinando a morte. E così la nostra macchina accosta e si ferma. Quella fu la prima volta che provai paura. Dovevo avere circa quattro anni”. Il testo, estratto dalle pagine del quaderno Abortion Stories, contiene anche un messaggio sociale. L’America stessa è inondata di violenza: la guerra nel sud-est Asiatico è ancora in corso, Charles Manson semina il panico a Los Angeles, Martin Luther King e J.F. Kennedy muoiono assassinati. La psichedelia di Ship Of Fools rappresenta uno dei primi “slogan” ecologisti, apparso proprio nell’anno della prima foto della terra scattata dallo spazio (“People walking on the moon. Smog will get you pretty soon). Il tema del mare è ripreso nella successiva Land-Ho, diario di bordo delle imprese del vecchio ammiraglio protagonista. Non possono mancare l’amore e le figure femminili, croci e delizie dell’uomo. Dalla sognante Blue Sunday a The Spy che, nel suo andamento jazz, si ispira al libro di Anaïs Nin “The Spy In The House Of Love”. Da Queen Of The Highway, ode alla compagna Pamela Courson, alla melliflua Indian Summer in cui riecheggiano le sonorità dei tabla e dei sitar dei raga indiani. Chiude il disco il nome di un’altra donna, Maggie M’Gill, già menzionato in un’improvvisazione d’emergenza durante il live all’Università del Michigan nel 1967. Le vicende della ragazza ricalcano alla perfezione i contorni della voce malinconica del frontman che si cala, per tutta la durata del disco, nei panni del cantastorie blues. Salutato con grande entusiasmo dalla critica e dagli appassionati, Morrison Hotel raggiunge la posizione numero 4 della classifica statunitense e la dodicesima posizione nella UK chart, vetta più alta raggiunta in Inghilterra.

TERZO PIANO, SUITE – JIM MORRISON
Adone dionisiaco, provocatore delirante, poeta maledetto, sperimentatore visionario, ubriacone fuori legge, seduttore cinico, sciamano e spirito guida dei Doors. Morrison, durante i lavori del disco numero cinque, è la somma di tutte queste personalità e, allo stesso tempo, il tentativo estremo di liberarsene. Jim appare e scompare, parte e ritorna. L’ispirazione artistica gode sicuramente di un ottimo stato: egli partecipa alla scrittura di undici delle dodici composizioni (a differenza del precedente The Soft Parade per cui era stato Krieger a dirigere la gestazione, quasi in solitaria), la sua voce riacquista il calore dei primi esordi grazie agli arrangiamenti più affini e ad un pattern sonoro di connaturale predisposizione: “Ho intenzione di continuare a fare blues, è la musica che più mi piace. Ed è anche la cosa che i Doors sanno fare meglio…sano e semplice blues”, dichiarerà al Los Angeles Free Press, ad album completato. Le ombre dell’alcolismo, però, non abbandonano l’ex Re Lucertola che mostra un aspetto inedito, appesantito, a tratti trascurato e una folta barba, quasi per evitare di essere riconosciuto. I tentativi di collaborazione sono spesso minati da mosse imprevedibili verso cui i suoi compagni non sanno più come reagire. Questi, in extremis, approfittando di un momento di relax a casa del padre di Krieger, tentano anche di parlarci. Ricorda Manzarek: “Gli abbiamo detto: “Questo problema non solo danneggia noi come band ma anche te fisicamente. Siamo disposti ad aiutarti””. La risposta di Jim è stata: “Lo so. Bevo davvero troppo e sto cercando di smettere” – una rara ammissione da parte sua – “Grazie ragazzi. Ma ora andiamo a mangiare al Lucky-U. Ho voglia di cibo messicano e ho voglia di bere qualcosa!”. Morrison è questo. Un oceano profondo e oscuro di emotività, abusi, contraddizioni, genialità che non si può domare. Non si può arginare. È l’atteggiamento di chi ti guarda in faccia, magari sorridendo, e sentenzia: “Ehi amico, sono determinato a raggiungere la distruzione in ogni modo. Non dovremmo fare del moralismo!”. Lo sanno tutti, in fondo. Lo sapranno tutti sino al giorno della fatidica chiamata da Parigi, il 3 luglio dell’anno successivo.

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