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The Jimi Hendrix Revolution debutta a teatro il 23 marzo

Esattamente cinquant’anni fa, Jimi Hendrix atterrava nel nostro Paese per la prima volta, portando con sé quella ventata rivoluzionaria con cui aveva sconvolto il Regno Unito, prima ancora della natia Seattle. Per celebrare l’anniversario, ma soprattutto per fare nuova luce su una figura per molti versi ancora oscura, nasce lo spettacolo teatrale The Jimi Hendrix Revolution, in scena al Teatro Della Luna di Assago il prossimo 23 marzo 2018. Giancarlo Berardi, ideatore e regista dello show, nonché creatore delle serie Ken Parker e Julia, ci racconta perché sia ancora così importante parlare del messaggio del chitarrista americano più influente di sempre.

Perché parlare di Hendrix oggi?
Perché Hendrix è stato un rivoluzionario, un rivoluzionario pacifico, che invece di usare i mitra ha usato la chitarra, ottenendo molti più risultati rispetto ai guerrafondai di oggi e di ieri. Credo fortemente che anche oggi ci sia bisogna di una rivoluzione: ogni generazione dovrebbe impegnarsi in questo senso, perché ha il diritto naturale di ribellarsi contro il sistema. Le band degli anni sessanta, a cominciare dai Beatles, spesso hanno scardinato i sistemi. Penso all’Unione Sovietica, dove l’opposizione ascoltava di nascosto i loro dischi, incisi sulle lastre dei polmoni, perché quello era l’unico modo per poterli ascoltare. Quasi come i carbonari. Hendrix ha fatto tutto questo, aggiungendo la rivoluzione dell’aspetto: era uno sporco, brutto e cattivo, non accarezzava, graffiava. La sua ribellione, che fu estetica, culturale e musicale, all’epoca dava forma e sostanza ai sentimenti di noi ragazzi. Oggi abbiamo una generazione di giovani un po’ rattrappita, perché sono stati in qualche modo ipnotizzati dalla tecnologia, dalla mancanza di ideali. Penso quindi che Hendrix possa essere una scossa, un modo per conoscere un passato a noi molto vicino che può ancora ispirare il presente, per cambiare il futuro.

Tempo fa, parlando del clima culturale della fine degli anni sessanta, Patti Smith mi disse che Hendrix e i Doors furono la cosa più sconvolgente di un periodo già immensamente carico come quello. Perché uscivano completamente da quel concetto di peace & love che sembrava il motore di quella rivoluzione.
Io, all’epoca, ero un universitario che faceva parte del movimento studentesco e che andava in giro anche a dare e a prendere botte. I nostri riferimenti erano i Beatles e gli Stones, soprattutto, ma se ci pensi alla fine erano tutti dei fighetti. Anche gli stessi Stones, che si atteggiavano a sorta di delinquenti da strada, erano tutto sommato molto costruiti. Hendrix, invece, era evidentemente un’altra cosa. Era un pugno nello stomaco in grado di tirare fuori i sentimenti più animaleschi, quelli che non osavamo confessare nemmeno a noi stessi. Era un puro, perché era naturale. Era uno tutto sommato anche naïf, veniva dall’ambiente dei neri americani, ma era stato nell’esercito. Aveva già ricevuto molte fregature, ma non aveva perso la sua innocenza. Non a caso, chi gli stava intorno se lo mangiò. Gli Stones non si fecero mai fregare da impresari o altro, lui, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, era completamente in balia del sistema discografico.

Non bisogna poi sottovalutare il fatto che certe cose, pronunciate da un artista di colore, assumessero di certo un significato diverso rispetto alle medesime dette da un gruppo di bianchi in giacca e cravatta. Soprattutto nel 1967, a pochissimi anni dalla dichiarazione di parità razziale.
Essere nero in America non è semplice nemmeno oggi, basti pensare all’arretratezza culturale di molti degli stati dell’America del Sud. Oggi può sembrare una cosa stupida e antistorica, ma ai tempi questa gente veniva controllata dall’FBI. La questione della musica che poteva cambiare il mondo, oggi viene vista quasi con scherno, come se fosse una cosa legata ad un periodo storico anche molto ingenuo, ma non è così. I politici avevano paura di quella roba. Non certo di Elvis, ma di Jim Morrison, di Lennon o di Hendrix. Erano un pericolo reale. Jimi ne uscì sicuramente provato, però basta andare e vedere o a leggersi le sue interviste per capire quanto volesse migliorare se stesso e il mezzo che aveva individuato per migliorare la propria esistenza e, di riflesso, quella degli altri, era la musica. Il sistema, poi, si è difeso, ha inglobato e digerito tutto, cosa in cui è sempre stato molto abile, facendola arrivare a noi come il sogno di qualche hippie strafatto. Ai tempi, però, uno come John Lennon, che finanziava in segreto il partito comunista britannico, era in cima alle preoccupazioni di Nixon. Chi doveva saperlo, lo sapeva.

Forse è folle parlare di Hendrix come di un artista sottovaluto, ma è quasi impossibile trovare qualcuno che sottolinei che autore di canzoni fosse. Si punta sempre e solo sull’aspetto chitarristico e mai su quello compositivo. Perché?
Hendrix ha scritto pezzi pazzeschi. Questo discorso della tecnica chitarristica è inevitabile, tanto che è accettato da chiunque che esista un prima e un dopo Hendrix, però è assolutamente riduttivo. Anche in questo senso, invito chiunque ad approfondire l’uomo, perché solo così è possibile cogliere ogni aspetto del suo genio musicale. Se ascolti le sue interviste a occhi chiusi, ti sembra di sentir parlare un uomo di sessantanni, mentre ne aveva meno di ventisette. Aveva sentimenti profondissimi sulla vita, sulla morte, sulle razze e sulla guerra. Anche per questo è sempre stato sottovalutato come autore di canzoni, perché dava fastidio ed è per questo che abbiamo messo in piedi questo spettacolo, perché vogliamo portarlo alla luce, alla gente. Far parlare Jimi con la sua voce, affiancandola ai suoi pezzi musicali e a un pittore che, nel corso dello spettacolo, ne creerà un ritratto di due metri per due. È emozinante per noi che lo facciamo, quindi per osmosi lo diventa anche per il pubblico. Come sai, io nella vita faccio altro, sono sceneggiatore e autore di Ken Parker e Julia, e so benissimo che quando mi emoziono nello scrivere qualcosa, allora è la volta che si emozionerà anche il lettore. E so per certo che questo succederà con The Jimi Hendrix Revolution.

Luca Garrò

Foto di The Jimi Hendrix Revolution Facebook page

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